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mercoledì 23 aprile 2014

Inizia oggi il difficile cammino per la scelta del nuovo presidente della Repubblica libanese

da www.asianews.it

LIBANO
di Paul Dakiki
Si prevede che né Gegaea, né Helou, otterranno i voti necessari nella odierna prima riunione del parlamento. Gli opposti schieramenti dovranno cercare un candidato "di consenso". Si fanno i nomi di Amin Gemayel, Robert Ghanem e Michel Aoun.


Beirut (AsiaNews) - Con un previsto nulla di fatto si apre oggi a Beirut il cammino per l'elezione del nuovo presidente della Repubblica, che dovrebbe essere in carica entro il 25 maggio, quando l'attuale capo dello Stato, Michel Suleiman lascerà palazzo Baabda. E' infatti ritenuto molto improbabile che uno dei candidati che oggi chiederanno il voto del parlamento ottenga la necessaria maggioranza dei due terzi dei 128 deputati. Le previsioni sono di un massimo di 51 voti per Samir Geagea, capo delle Forze libanesi e candidato della coalizione del "14 marzo", di un massimo di 16 proferenze per Henri Helou, indicato dal National Struggle Front di Walid Jumblat e di oltre 56 schede bianche, in massima parte della coalizione "8 marzo".
Nessuno degli attuali candidati, a sentire quanto dicono in parlamento, ha la possibilità di arrivare neppure quando la maggioranza richiesta sarà solo quella assoluta, ossia di almeno teorici 65 voti. Di qui la necessità di arrivare a un candidato "di consenso", ossia concordato dagli opposti schieramenti. E la scelta deve cadere su un cristiano, in quanto, in base al Patto nazionale del 1943, il presidente della Repubblica deve essere cristiano, il capo del governo musulmano sunnita e il presidente del parlamento musulmano sciita.
Nella prospettiva del "consenso" Jumblat ha presentato Helou che, secondo fonti di An Nahar, non aveva programmato la presentazione della propria candidatura. Nella stessa prospettiva si propone Robert Ghanem.
Se, come previsto, oggi non si arriverà all'elezione, si aprirà dunque la ricerca di un candidato "di consenso" da parte degli opposti schieramenti. E già oggi, il ministro del lavoro Sejaan Qazzi ha annunciato che il capo del partito Kataeb, Amin Gemayel, si presenterà al secondo giro di votazioni. In proposito, oggi As Safir definisce Gemayel "il candidato naturale per la seconda sessione parlamentare, se Geagea non avrà i voti necessari". Sul fronte opposto, Michel Aoun, leader del Free Patriotic Movement, alleato di Hezbollah, ha più volte detto che non avrebbe annunciato la sua candidatura se le opposte coalizioni non avessero raggiunto un accordo sul suo nome.
Un accordo che il presidente del parlamento, Nabih Berri, avrebbe detto che vuole sia raggiunto per convocare la seconda sessione di voto. Al-Joumhouria scrive oggi che Berri ha detto di essere pronto a convocare i deputati venerdì pomeriggio o durante il week end se avrà la sensazione che un accordo è possibile, ma che non lo farà se vedrà che le opposte coalizioni non hanno trovato un candidato comune.
Una ricerca nella quale, storicamente, hanno pesato non poco le pressioni di vicini (Arabia Saudita da una parte, Iran e Siria dall'altra) e lontani (Stati Uniti e Francia da un lato, Russia dall'altro). In proposito, oggi L'Orient Le Jour scrive che anche se  "i contorni del feuilleton presidenziale sono tutti tracciati" bisogna riconoscere che "per la prima volta dopo la guerra civile, gli attori politici cercano, questa volta, di dare l'impressione di voler 'giocare il gioco', di essere meno permeabili alle parole d'ordine che vengono dal di fuori, in modo da far sì che il processo elettorale assomigli, più o meno, a una competizione democratica".

martedì 15 aprile 2014

Padre Frans van der Lugt, morto in Siria, morto per la Siria

da www.asianews.it

di Fady Noun
Celebrata a Beirut una messa di suffragio per il sacerdote ucciso a Homs. Messaggio del superiore dei gesuiti: "Padre Frans resta un uomo di riconciliazione tra generazioni, tra comunità, tra cristiani e musulmani, tra tendenze culturali e politiche".


Beirut (AsiaNews) - Un uomo che "ha saputo superare le frontiere, andando fino al limite delle sue forze per vivere tra coloro che lo avevano accolto". Così padre Adolfo Nicolas, preposito generale della Compagnia di Gesù, ha definito padre Frans van der Lugt, il gesuita ucciso il 7 aprile a Homs, in Siria, in un messaggio letto durante una messa di suffragio celebrata a Beirut.
Rito per un "traghettatore" di vita e di cultura, un uomo che ha saputo essere fedele fino alla fine alla sua vocazione missionaria e offrire la sua vita in sacrificio per la Siria, "che ha amato fino alla fine".
Celebrata da padre Victor Assouad, provinciale dei gesuiti, la messa ha visto la presenza dell'ambasciatrice d'Olanda, della rappresentante dell'Unione europea in Libano, Angelina Eichhorst, anch'essa olandese, del nunzio Gabriele Caccia, dei vescovi Boulos Daddah, Aad Abikarama, Boulos Matar e Michel Aoun.
Nel suo messaggio, letto da padre Assouad, il superiore dei gesuiti ha affermato: "Cari amici, voi siete riuniti per l'amicizia con padre Frans van der Lugt ed è prima di tutto a questo titolo che mi unisco a voi in questa messa di suffragio per la sua vita donata. Con la sua lunga presenza e le sue attività sulla terra di Siria che amava tanto, padre Frans ha tessuto una rete di amicizie vaste e diverse. Ora egli è insieme al Signore, che ha detto ai suoi discepoli "non vi chiamo più servitori, ma amici".
"Padre Frans resta un uomo di riconciliazione tra generazioni, tra comunità, tra cristiani e musulmani, tra tendenze culturali e politiche. La sua intercessione è al centro di questa eucaristia, sacramento di riconciliazione. Gesuita, egli ha saputo superare le frontiere, lasciando il suo Paese - l'Olanda - si è appropriato della lingua araba, ha percorso monti e foreste insieme con gruppi di giovani alla ricerca di una gioia condivisa, è andato fino al limite delle sue forze per vivere tra coloro che l'avevano accolto e alla fine ha superato l'ultima frontiera, quella del perdono. Amico del Signore, uomo di pace, traghettatore, questo è per noi padre Frans. Vi assicuro la mia comunione di sentimenti e di preghiera".
Da parte sua, il superiore provinciale della Compagnia di Gesù, padre Victor Assouad, dopo la lettura del Vangelo ha detto che "la morte violenta di padre Frans ci colpisce nel più profondo. Ma non ferisce la nostra speranza. Essa è in perfetta coerenza e sintonia con l'insegnamento del Vangelo, è nella logica totale della sequela di Cristo. E' configurazione alla sua persona e al suo destino, fino alla fine. Padre Frans aveva considerato questa possibilità e l'aveva pienamente accettata. Posso dire che era nella vera pace, che andava incontro al suo destino in piena solidarietà, determinazione, compassione e amore. Avendo amato i suoi, che erano in Siria, le ama fino alla fine".
"Tutti color che hanno conosciuto padre Frans saranno d'accordo con me che egli aveva la capacità di far uscire le presone dalla loro tomba di impotenza e di paura, di disperazione e di morte (...) Come sapete, era uno psicanalista provetto, capace di comprendere e analizzare le cose nascoste in fondo all'animo umano ed era un sacerdote capace di liberare gli uomini e di restituirli alla vita".
"Quando, quasi un mese fa, alcuni gruppi di civili sono potuti uscire dai quartieri vecchi di Homs, dopo più di un anno e mezzo di assedio, tutti hanno ammesso che, senza padre Frans, la morte sarebbe stato il loro destino (...) Quando gli ho parlato al telefono, quasi tre settimane fa, la sua voce era insolitamente chiara. Aveva ripetuto che era in pace, che era pieno di gioia. Mi aveva detto: non temete per me, io sto bene".
"Nel 2009 aveva celebrato il cinquantesimo della sua professione religiosa al centro Terra (Al-Ard), da lui stesso  fondato. Durante la messa che celebrò in quell'occasione, davanti a più di mille persone, aveva parlato della sua vocazione e rivelato che dopo la sua prima comunione, entrando nella chiesa e vedendo il Crocifisso sulla sua croce, aveva capito che l'amore è il vero volto di Gesù Cristo crocifisso. Aveva capito che il Crocifisso era l'incarnazione del vero amore e del dono infinito. Ciò che è accaduto, lunedì 7 aprile, è stato la conferma, la realizzazione, come il sigillo di questa vocazione di amare come Cristo crocifisso".

(nella foto: padre Thom Sicking s.j. legge il Vangelo in olandese, lingua materna di padre van der Lugt. Dietro di lui padre Victor Assouad)

giovedì 5 dicembre 2013

Il monarca saudita apre alla guida per le donne

da www.asianews.it

ARABIA SAUDITA
Re Abdullah ordina alle autorità di vagliare le 72 riforme proposte dalla Commissione per i diritti umani (Hrc). Fra queste, la possibilità per le donne di guidare per andare al lavoro: una maggiore tutela dalle violenze familiari. Sotto esame anche il diritto di cittadinanza per figli nate in coppie miste, in cui la madre è saudita.


Riyadh (AsiaNews/Agenzie) - Il re saudita mette al vaglio nuove riforme a favore dei diritti umani nel Paese, come la possibilità per le donne di utilizzare l'auto per raggiungere il posto di lavoro e concedere la cittadinanza ai figli nati da matrimoni fra cittadine saudite spostate con stranieri. Re Abdullah ha ordinato alle autorità saudite di studiare 72 proposte presentate dalla Commissione diritti umani (Hrc) su varie questioni sociali. La decisione giunge dopo oltre 400 denunce di gravi violazioni dei diritti, soprattutto delle donne, presentate negli ultimi cinque anni alla commissione.
Ibrahim al-Sheddi, portavoce dell'Hrc, spiega che "le proposte riguardano anzitutto il problema dei parenti di sesso maschile che compiono violenze sfruttando la loro autorità sulle donne". Nella relazione presentata al re Abdullah, l'Hrc ha sottolineato che molte donne subiscono offese e soprusi dai loro mariti, padri e fratelli che spesso tentano di impossessarsi anche dei loro averi. Il portavoce sottolinea che verrà anche preso in esame il diritto per le cittadine di poter raggiungere con mezzi adeguati il proprio posto di lavoro. Al-Sheddi aggiunge che verrà realizzata anche una legge per prevenire le violenze contro i minori.
Maha Akeel, giornalista saudita, pensa che questa "sia una buona mossa da parte della commissione, poiché riconosce le difficoltà, gli ostacoli e le discriminazioni quotidiane che le donne devono affrontare nella loro vita quotidiana, frutto di un sistema che tutela solo gli uomini". Akee nota anche il coraggio dell'Hrc, che sta affrontando questi problemi nonostante le feroci campagne e le critiche della parte più conservatrice della società. Per l'uomo uno dei problemi più urgenti è quello sul diritto di cittadinanza per bambini nati in coppie miste in cui la madre è saudita.
In Arabia saudita le donne non possono uscire di casa da sole e per andare all'estero hanno bisogno del permesso del marito e di un accompagnatore della famiglia. La licenza per la guida in auto sarebbe una sconfitta per il mondo maschile che potrebbe portare a "decadimento morale" della società. Per questo, se una donna è colta in flagrante mentre guida, viene condannata a 10 frustate.


mercoledì 27 novembre 2013

L'Expo 2020 si svolgerà a Dubai. Gli Emirati battono la Russia

da www.ilsole24ore.com


Come anticipato, è Dubai la città scelta dalla 154° Assemblea Generale dell'Ufficio Internazionale delle Esposizioni (Bie) questo pomeriggio per ospitare la prossima Esposizione Universale del 2020. I 168 membri hanno bocciato le altre città che avevano presentato la propria candidatura: Ekaterinburg (Russia), Smirne (Turchia) e San Paolo (Brasile). La notizia è arrivata dalla sede e dall'account twitter della Bie di Parigi oggi pomeriggio.
Il tema scelto dall'emirato è «Connecting Minds, Creating the Future». Il periodo indicato per lo svolgimento della manifestazione sarà a cavallo di due anni e potrebbe svolgersi tra ottobre e aprile del 2021. Nel masterplan degli Emirati viene indicato lo spiegamento di forze per coprire il grande evento che si svolgerà in un'area di 438 ettari a Jebel Ali, una zona equidistante tra gli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi. Secondo le stime presentate, l'evento, il cui investimento è di 6 miliardi di euro, potrebbe creare 277.149 posti di lavoro e attrarre 25 milioni di visitatori nel Paese. La Borsa scommetteva sulla vittoria: le azioni della Emaar Properties, un gruppo da 2,38 miliardi di dollari di fatturato e 580 milioni di utili netti nel 2012, che ha firmato i più importanti progetti immobiliari di Dubai, hanno guadagnato il 4,3 % nell'ultimo mese.
La Russia è la più delusa: il Paese non ha mai ospitato l'Expo, e a sostegno della candidatura di Ekaterinburg, un centro industriale di un milione di abitanti nel distretto federale degli Urali, nel giugno scorso si è speso anche il presidente Putin, promettendo un programma speciale di sostegno dei Paesi in via di sviluppo e consentendo la partecipazione gratuita di circa 90 Stati.
Pur avendo scelto un tema di forte impatto, la salute, «New Routes to a Better World / Health for All», Izmir (Smirne) aveva poche possibilità di vincere la scommessa visto che era già stata scartata nella scorsa edizione quando i membri del comitato avevano scelto Milano. Nella corsa al 2020 c'era anche San Paolo, la capitale economica del Brasile, una megalopoli di 20 milioni di abitanti, che punta sul tema della diversità e l'armonia «Power of Diversity, Harmony for Growth». (l.b.)

giovedì 7 novembre 2013

Dushanbe: rieletto (come previsto) il presidente Rakhmon. Resta fino al 2020

da www.asianews.it

TAJIKISTAN
L'uomo forte del Tajikistan è al potere dal 1994: con l'83,6% dei voti ha conquistato il suo quarto mandato presidenziale consecutivo. Le opposizioni denunciano "intimidazioni" nel processo elettorale, ma per ora non hanno presentato ricorsi.


Dushanbe (AsiaNews/Agenzie) - Come ampiamente previsto, il presidente in carica del Tajikistan Emomali Rakhmon è stato rieletto alla guida del Paese. Si tratta del quarto mandato consecutivo, ottenuto con una maggioranza pari all'83,6% dei voti. Rakhmon è stato eletto la prima volta nel 1994 e manterrà l'incarico fino al 2020. L'opposizione denuncia "intimidazioni" contro gli altri 4 candidati, ma per ora non ha presentato ricorso contro i risultati delle urne.
Alle urne si è recato l'86,6% degli aventi diritto, quasi 4 milioni di persone su una popolazione pari a 8 milioni. Il diretto oppositore, il candidato del Partito comunista Ismoil Talbakov, non ha superato il 5% delle preferenze. L'unica possibile rivale di una competizione già data per scontata era l'attivista per i diritti umani Oinikhol Bobonazarova, che tuttavia non ha raggiunto il quorum di firme necessario per depositare la propria candidatura. Il suo partito, l'Islamic Revival, ha accusato il presidente Rakhmon di essersi intromesso frenando la raccolta dei sostenitori.
Il Tajikistan sorge sotto le montagne del Pamir, confina con Cina e Afghanistan e ricopre un'importanza strategica di primo livello soprattutto in vista del ritiro delle truppe americane da Kabul. Tuttavia, la povertà endemica e la mancanza cronica di energia colpiscono duramente la popolazione, in parte costretta a spostarsi in Russia per lavorare.

sabato 26 ottobre 2013

Iran, media più liberi grazie alle aperture di Rouhani

da www.asianews.it

IRAN
Con il nuovo presidente i giornali pubblicano dibattiti su argomenti un tempo proibiti. Dopo anni di censura diminuisce la stretta di servizi segreti e magistratura. Un ex politico del governo Kathami avverte però che “è ancora troppo presto per parlare di vero cambiamento”.


Teheran (AsiaNews/ Agenzie) - Storie e foto di  dissidenti politici arrestati, dibattiti sulle sanzioni Usa e sulle responsabilità dei politici, maggiori possibilità di rapporti l'estero. Sono alcuni effetti delle piccole aperture fatte dal governo Rouhani a favore dei media iraniani, per oltre un decennio vittime della censura dei servizi segreti.
Un esempio di questi cambiamenti è la storia di Ali Aalaei , direttore del quotidiano Iran Etemaad che lo scorso mese è riuscito a pubblicare  la vicenda di Mohsen Safaei Farahani  dissidente arrestato nel 2009 e condannato a sei anni di carcere per aver contestato la vittoria alle elezioni di Ahmadinejad. Aelei racconta che l'articolo è corredato da molte fotografie che mostrano il volto angosciato dell'uomo durante il processo. Una delle fotografia è stata messa in copertina, fatto impensabile fino a pochi mesi fa. "Abbiamo avuto una buona reazione  - sottolinea Aelaei - le restrizioni sono notevolmente diminuite". Il direttore dell'Iran Etemaad è solo uno dei giornalisti che stanno approfittando delle nuove aperture del governo Rouhani. Diversi quotidiani e settimanali non ufficiali sono riemersi dall'ombra e da settembre si possono leggere articoli che descrivono argomenti tabù come le sanzioni economiche e si interrogano sull'utilità del vecchio slogan "morte all'America".
Saba Azarpik, giornalista che ha lavorato per numerose testate fra cui Etemaad, racconta che durante il secondo mandato di Ahmadinejad , i redattori erano costretti a inviare le bozze dei loro giornali  ai servizi di intelligence che vagliavano le notizie e ne decidevano o meno la pubblicazione.  "Oggi  - spiega Azarpik -  nessuno manda anticipo copie , ci sono meno tabù , un minor numero di chiamate da parte della magistratura per spiegare i nostri articoli".
Tuttavia secondo molti iraniani si tratta di una falsa alba, frutto solamente del nuovo approccio più conciliante nei confronti degli Stati Uniti volto ad ottenere una riduzione delle sanzioni e no  di un vero e proprio cambiamento.
In passato le autorità iraniane hanno spesso ridotto e in seguito aumentato le libertà dei media. Dopo l'elezione nel 1997 del riformista Mohammad Khatami vi fu un fiorire di nuove pubblicazioni, che in pochi anni avevano sdoganato una serie di tematiche compresa la critica dell'establishment religioso. L'ondata di libertà si è spenta con la salita al potere del conservatore Ahmadinejad. Durante il suo doppio mandato dell'ex pasdaran ha chiuso più di 150 giornali.
Aliasghar Ramezanpoor, vice-ministro della cultura del governo Khatami e ora residente nel Regno Unito, sostiene che è troppo presto per parlare di reali aperture. "La stampa - afferma - non ha ancora sfidato le line rosse stabilite dai potenti come in passato". Secondo l'ex politico i dibattiti attuali sono per lo più limitati a temi consentiti dalle autorità, come ad esempio il rapporto con gli Stati Uniti.

lunedì 14 ottobre 2013

Quasi due milioni di pellegrini al pellegrinaggio della Mecca

da www.asianews.it

ARABIA SAUDITA
Diminuiti del 20% rispetto all'anno scorso. Le cause: i lavori in corso alla Mecca e i timori di infezioni da coronavirus. Grande spiegamento di forze di sicurezza. Segni di distensione fra Iran e Arabia saudita.


Mina (AsiaNews) -   Quasi due milioni di pellegrini sono giunti da ieri alla Mecca per il pellegrinaggio annuale (Hajj), che secondo i musulmani ogni islamico dovrebbe compiere almeno una volta nella vita.  Il loro numero è minore degli altri anni dovuto a timori di diffusione del coronavirus e a riduzioni causate da problemi di sicurezza.
Da ieri Mina, che prima sembrava una città fantasma, è ormai abitata da folle giunte da tuto il mondo islamico. Per tutti questi giorni vivranno in 45mila tende, gli uomini vestendo lo ihram  (due teli bianchi senza cuciture), le donne tutte coperte eccetto il volto e le mani.
Oggi la massa dei pellegrini si è mossa verso il monte Arafat, dove avviene la confessione dei peccati e il rifiuto del diavolo. Il caldo torrido è smorzato qua e là da spruzzi di acqua vaporizzata lungo il cammino.
Il principe Mohammed Bin Naif, ministro degli interni. Ha dichiarato che quest'anno i pellegrini dall'estero sono circa 1,37 milioni, il 21% in meno rispetto all'anno scorso. Egli ha spiegato che ciò è dovuto agli imponenti lavori in corso alla Mecca e alla decisa politica di non far entrare nessuno senza documenti.  Almeno 70mila persone hanno cercato di entrare nei luoghi sacri senza permessi e la polizia ha fermato 138mila veicoli.
Il principe ha anche sminuito il pericolo di infezioni da coronavirus, anche se quest'anno i morti di questa malattia, simile alla Sars, ha colpito 60 persone nel mondo di cui 51 dell'Arabia saudita.
La sicurezza è al massimo: vi sono 100mila soldati che garantiscono non vi siano dimostrazioni o disturbi. Tutti i luoghi sacri sono controllati da oltre 42mila telecamere ad alta tecnologia, capaci di coprire anche distanze fino a 60 km.
Negli anni passati vi sono stati talvolta scontri fra pellegrini sciiti dall'Iran e le forze di polizia saudita.
Quest'anno, agli inizi di ottobre alcune voci davano per certo l'invito delle autorità saudite al nuovo presidente iraniano Hassan Rouhani. Ma il ministero degli esteri di Teheran ha negato che vi sia stato alcun invito e ha escluso la partecipazione di Rouhani all'Hajj di quest'anno, a causa dei molti suoi impegni. Altre personalità iraniane hanno suggerito che forse Rouhani andrà in Arabia saudita subito dopo il pellegrinaggio. Al suo insediamento come presidente, Rouhani aveva espresso il desiderio di iniziare un periodo di distensione con i "fratelli" sauditi. Iran e Arabia saudita appoggiano parti avverse nel conflitto siriano. L'Arabia sostiene e arma i ribelli; l'Iran è uno strenuo difensore di Assad.