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lunedì 3 ottobre 2011

Processo Arrigoni, cronache da Gaza

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Il diario da Gaza dell'avvocato della famiglia di Vittorio Arrigoni

Scritto per noi da
Gilberto Pagani *

Lunedì 19/9/2011

Da due settimane la nostra ambasciata del Cairo ha inoltrato al Ministero degli Esteri egiziano la mia richiesta di passare il valico di Rafah ed entrare a Gaza, ma ancora nessuna risposta.
Nella mattinata mi chiama Egidia, la madre di Vittorio, e mi dà la notizia: posso partire.
Sono emozionato e un po' teso, alla sera a cena con la mia famiglia sono tutti un po' preoccupati, del resto il viaggio presenta qualche insidia.

Martedì 20/9/2011
Arrivo al Cairo di sera, ad attendermi ci sono Germano Monti e Pino Marella, due attivisti italiani della «Freedom Flotilla» che sono arrivati da Roma, non hanno il permesso, ma sperano comunque di riuscire a passare; farò con loro il viaggio sino alla frontiera.

Mercoledì 21/9/2011
La distanza tra il Cairo e Rafah è di circa 400 km, il pezzo più ostico è fino al canale di Suez, per via del traffico. Dopo due ore passiamo il Salaam bridge, che attraversa il canale, e siamo nel Sinai. Ci attendono 200 km di deserto, un'autostrada dritta, rare auto e carretti. Pecore e cammelli sullo sfondo, ogni tanto portali monumentali che si aprono sul nulla. Decine di posti di blocco con autoblindo insabbiate e mitragliatrici puntate. Tre volte ci chiedono i documenti, una sola volta la procedura è un po' difficoltosa, io esibisco il permesso in arabo e tutto fila liscio. Man mano che ci avviciniamo a El Arish, ultima cittadina prima della frontiera, la presenza militare è più marcata, sono preccupato perchè dobbiamo arrivare entro le 17, poi il valico chiude.

In prossimità del confine i controlli aumentano ancora, ogni 100 metri devo mostrare passaporto e permesso, percorro l'ultimo tratto a piedi, alla fine passo il cancello, passo la frontiera (Germano e Pino non riusciranno) e sono sulla terra di nessuno, un bus mi porta "di là".
Un agente in tuta da combattimento nera, barba d'ordinanza, ritira tutti i passaporti, mi fanno sedere distante dagli altri viaggiatori, incontro Silvia, volontaria che è già stata qui 8 mesi e torna per scrivere un reportage. Vengono riconsegnati i passaporti, ma non a noi. Oggi è entrata in vigore una nuova legge, prevede che gli stranieri che entrano a Gaza debbano registrarsi e consegnare due fotografie in modo da essere controllati all'uscita.

Un agente della Security mi dice che mi ridaranno il passaporto tra un paio di giorni, mi porge un foglietto scritto in arabo, tento una flebile ed inutile protesta. Sono senza diritti, come tutti qui, del resto. Per fortuna arriva Anwar, del Palestinian Center for Human Rights, che riesce a farmi avere almeno una fotocopia del passaporto con un po' di timbri, meglio di niente. La strada per arrivare a Gaza city (circa 30 km) è senza illuminazione, con posti di blocco ogni paio di chilometri, traffico rado di auto e carretti.

La sera ceno con Eyad Al Alami, capo della Legal Unit del PCHR ed altri avvocati, il ristorante sul mare è molto bello, affollato di bella gente, ottima l'orata, ma senza neppure un goccio di vino, come si fa? Parliamo soprattutto del processo che ci attende domani.

Giovedì 22/9/2011
Il processo inizia alle 10. Per arrivare alla Military Permanent Court costeggiamo la spiaggia ed il campo profughi "Beach Camp", dove abita il presidente del governo di Gaza. L'aula è piccola, sporca , spoglia. Nessuna scritta nessun simbolo politico o religioso. Lo scranno del Tribunale è molto sopraelevato, per il pubblico ci sono delle panchette, le persone presenti sono una trentina, molti gli italiani. I banchi dell'accusa e della difesa sono uno di fronte all'altro, la cattedra della Corte è perpendicolare a loro; il banco dei testimoni è di fronte ai giudici, il teste volta le spalle ad avvocati e pubblico. Sulla destra la gabbia, nella quale vengono fatti entrare i quattro imputati. Un militare in tuta mimetica, barbuto come tutti, ricopre la funzione di usciere, è lui che batte con forza il palmo della mano sul banco dei testimoni e lancia un urlo, entra la Corte.

Il presidente della Corte avrà circa 30 anni, così come i giudici a latere, il PM e i suoi assistenti. Tutti vestono camicie militari senza alcun distintivo o grado. I quattro avvocati portano la toga sopra camicia e cravatta. Sono svogliati, uno di loro durante il processo (un processo per omicidio!!) si assopisce, il controesame del testimone e degli imputati è di pura facciata. Mi dicono che gli avvocati sono sconosciuti, con poca esperienza. L'udienza è brevissima, viene interrogato un agente che conferma i filmati con le confessioni degli imputati. Poi a turno gli imputati vengono interrogati dalla Corte.

Uno è accusato di aver aiutato gli assassini, gli altri tre di sequestro di persona e omicidio; questi ultimi si riconoscono nelle immagini che vengono mostrate solo a loro e non al pubblico ma affermano che le confessioni sono state estorte con vessazioni e minacce. Gli imputati appaiono spauriti e inoffensivi, sono vestiti con jeans e t-shirts, barba; non hanno l'aria dei terroristi e neppure degli imputati di terrorismo islamico che in Italia ho potuto osservare nei processi.

Viene reintrodotto l'agente, che nega ci siano state pressioni. Le dichiarazioni filmate sono state confermate anche in verbali scritti firmati dagli imputati. Nel frattempo l'usciere redarguisce aspramente quelli tra il pubblico che accavallano le gambe (mi dicono che qui sia una forma di maleducazione) e ne allontana uno (non capisco perché) che esce senza fare una piega. Di nuovo un colpo sul banco e un urlo da parte dell'usciere:, l'udienza è rinviata al 3 ottobre per ascoltare il medico legale che oggi non si è presentato. Alla fine di questa udienza vado ad incontrare il Procuratore militare, nel suo ufficio.

Gli pongo tre domande:
-Possiamo accedere agli atti delle indagini?
"L'inchiesta è militare, il processo è pubblico, venite al processo e saprete quel che c'è da sapere"
-Sono state fatte indagini sulla morte di due sospettati in un conflitto a fuoco con la polizia?
"Un'inchiesta della polizia ha appurato che tutte le regole sono state rispettate, per altre informazioni potete leggere quel che è stato scritto dalla stampa"
-La Procura chiederà la pena di morte per i colpevoli?
"La punizione prevista dalle nostre leggi in questo caso è la pena di morte".

Sono assolutamente stranito.

Mi aspettavo una procedura da Corte militare, rapida, forse spietata, comunque finalizzata a cercare una ricostruzione dei fatti, se non la verità, che sia la base per una decisione.
Assisto ad un processo in cui i tempi sono dilatati senza ragione, la Procura imprecisa e svogliata, gli avvocati assenti, l'interesse pubblico nullo, la Corte inutilmente autoritaria.
Non è plausibile che in una situazione (anche territoriale) come questa il medico legale non si presenti per quello che è il primo atto di un processo per omicidio, cioè illustrare le cause della morte di una persona.

Il processo si basa sulle confessioni, ma nulla viene detto sulle indagini che hanno portato all'individuazione degli imputati, come si sia arrivati alla casa dove gli accusati si erano rifugiati, come si sia svolta l'azione della polizia, quale sia stato il ruolo dei due presunti assassini uccisi durante l'azione. E soprattuto: perchè proprio Vittorio è stato rapito e perchè è stato ucciso. Queste domande elementari non avranno spazio nel processo. La famiglia di Vittorio, come tutti noi, vuole, oltre alla punizione dei colpevoli, che venga chiarita la verità. Queste pretese legittime sono considerate con stupore, quasi con fastidio.

Il ragionamento che le autorità non fanno esplicitamente, ma che si può percepire è: ve ne abbiamo già uccisi due, altri tre forse li impiccheremo, non vi basta? Avete avuto la vostra vendetta, volete anche la verità?

Non ho dubbi che se avessimo avuto la possibilità di costituirci parte civile (nel codice militare introdotto da Hamas non è prevista la parte civile) ed avere quindi un ruolo nel processo i miei colleghi palestinesi avrebbero saputo smontare le falle e le omissioni dell'inchiesta, pur sapendo che la loro posizione già adesso è molto scomoda, per usare un eufemismo.

Prevedo un verdetto di colpevolezza, in quanto non appare realistico che la Corte smentisca le indagini segrete della security e della polizia e ritenga non utilizzabili le confessioni perchè estorte. Equivarrebbe a smentire le autorità, in un luogo dove il principio della divisione dei poteri non mi sembra abbia una rilevanza particolare. Nel pomeriggio incontro il Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Gaza per una visita che non è solo di cortesia. La seravedo Daniela, volontaria italiana, ancora Silvia e una volontaria tedesca dell'IMS, con alcuni ragazzi palestinesi. Mi spiegano un po' di cose, mi spiegano perchè sono a Gaza. Fatico a comprendere, difendo i diritti umani nei processi e anche nelle piazze, ma questa volta è diverso da ogni altra.

Venerdì 23/9/2011
Oggi un giro per la striscia con Daniela e un autista che abitualmente lavora per le ONG (lo si vede dalla prudenza nella guida).
Arriviamo a Beit Hanoun, villaggio a nord di Gaza City, dove questa estate è stato organizzato il "Vittorio Arrigoni Summer Camp", mi raccontano cosa faceva Vittorio per i Palestinesi, in special modo per i bambini, i pescatori e gli agricoltori.
Di lì andiamo al confine, dopo i campi e gli orti c'è un chilometro di terra di nessuno e poi il muro, con telecamere, cecchini e sistemi di rilevamento ottico collegati a mitragliatrici che sparano automaticamente.
E' qui che si sviluppa il software che poi verrà utilizzato nelle nostre città per la "lettura" in tempo reale dei video di sorveglianza. I contadini palestinesi sono le cavie su cui vengono testati i sistemi di controllo delle democrazie occidentali.

Per pranzo siamo attesi da una famiglia palestinese, nel villaggio di Al Faraheen, dall'altra parte della Striscia, verso il Sinai.
Jaber Aburjela è un agricoltore resistente, si ostina a coltivare la sua terra, vicinissima alla barriera di delimitazione, la sera va a dormire con la famiglia nel villaggio, è troppo pericoloso stare la notte a così poca distanza dal muro.
Spesso la IDF (Israeli Defense Force) fa incursioni con bulldozer e devasta le coltivazioni di ortaggi, a volte vengono sparati colpi di arma da fuoco, anche questa mattina è accaduto, come mi racconta Nathan, volontario di Chicago che è qui da otto mesi.
Nella piccola corte davanti alla casa colonica, quasi a sfidare l'esercito israeliano a poche centinaia di metri, una bandiera italiana e una palestinese.

Qui l'Italia è ricordata non per i soliti deprimenti motivi per cui in questi anni siamo noti all'estero, ma per Vittorio, il suo impegno, il suo amore per la gente, le sue battaglie di pace.
Con altri militanti dell'ISM Vittorio accompagnava i contadini nelle loro terre, con i megafoni gridavano agli Israeliani che volevano solo coltivare la loro terra; spesso la risposta erano gli spari, qualche mese fa un agricoltore di 65 anni è stato ucciso.

Nella corte c'è un monumento funebre per Vittorio, Jaber si commuove parlandone, anch'io sentendo il suo racconto.
A casa il pranzo è ottimo, l'atmosfera familiare; attorniati dalle figlie di Jaber, la serenità che mi circonda non riesce a farmi dimenticare le sofferenze di questa gente, stretta nella morsa dell'oppressione israeliana e dell'ottusità del potere religioso.
Sulla strada verso Gaza City la continua e ossessiva presenza di posti di blocco con miliziani che imbracciano il kalashnikov, dito sul grilletto, e i grandi manifesti con le foto dei martiri, pubblicità della morte alternata alla pubblicità commerciale.
Ma anche villaggi lindi, famigliole in gita su motocarri o carretti trainati da un asino e bambini, tanti bambini.
Tornato a Gaza City vengo contattato per conto delle famiglie degli imputati, presunti assassini di Vittorio. E' un colloquio penoso, la vita e la morte delle persone non sono nelle nostre mani. A cena sono ancora con il mio collega palestinese, parliamo ovviamente del processo ma non solo. Anche lui è in prigione, come tutti gli altri abitanti di Gaza.

Sabato 24/9/2011
Dopo una notte insonne la mattina comincia il viaggio di ritorno. Anwar mi conduce a Rafah sulla vecchia volkswagen del PCHR, poco traffico, poca gente in giro, il mare è aspro e deserto.
Appena fuori dalla città aumentano i posti di blocco, sempre più folti e marziali man mano che ci avviciniamo al confine, qui c'è l'unico vero controllo, dopo un'attesa breve ma nervosa arriva una telefonata e passiamo.
Uscito dall'ultimo posto di blocco, oltre i reticolati, mi sento ingiustamente fuori pericolo. Ho il privilegio di potermene andare, tutti loro no.
Al posto di confine cortesi funzionari mi fanno attendere qualche minuto in un saloncino, poi vengo fatto salire su un'auto con due agenti in borghese, e a velocità sostenuta attraversiamo la terra di nessuno.

La sensazione è un passaggio al check point Charlie quando c'era il muro. Alla frontiera egiziana il normale e caotico affollamento, poi ancora il Sinai, nell'apparente fissità che puoi vedere da un'auto con l'aria condizionata. Due giorni dopo il mio passaggio un attentato ha fatto saltare una parte dell'oleodotto che porta gas in Israele al 30% del prezzo di mercato. Una settimana dopo il mio ritorno, a Gaza ci sono stati attacchi aerei istraeliani con morti e feriti.
Prima e durante questo viaggio non ho avuto, a parte la personale cortesia dei funzionari dell'ambasciata italiana del Cairo, alcun supporto da parte delle nostre autorità, che apertamente si disinteressano dell'omicidio di un connazionale all'estero.

Il nostro governo, a differenza di altri governi occidentali, considera Hamas un'organizzazione terroristica; questa non è una scusante per l'assenza ed il disinteresse, ma un sintomo della non comprensione della situazione.
Ogni violazione dei diritti dei palestinesi, ogni inutile vessazione, ritorsione o atto arbitrario non fa che allargare il solco che separa la nostra società dalle popolazioni che abitano o occupano o sono confinate in quelle terre e dà sostegno alle componenti più chiuse ed integraliste di quelle società. Ho incontrato persone di fiducia delle famiglie degli imputati, che hanno chiesto alla famiglia di Vittorio, tramite me, di impedire che i loro figli vengano condannati a morte.

La famiglia di Vittorio è ovviamente contraria alla pena di morte e non può accettare che ad una tragedia si assommi un'altra tragedia, per cui farà tutti i passi necessari in questa direzione.
La mia richiesta a queste persone, che non costituisce una contropartita in cambio della loro vita, è stata che essi dicano la verità.
Salvare la loro vita, spezzare la logica di violenza e di odio, sarà il più grande lascito di Vittorio, per continuare il suo impegno per cui a Gaza è ricordato con affetto e commozione.


* Avvocato della famiglia Arrigoni

mercoledì 28 settembre 2011

Grosso guaio ad al-Jazeera

Articolo tratto da "Peace Reporter" (http://it.peacereporter.net)


Le dimissioni dell'ex direttore Khanfar nascondono un cambio epocale ed editoriale per il network del Qatar

Quando le dimissioni di Wadah Khanfar, ormai ex direttore di al-Jazeera per otto anni ed ex inviato di guerra per la televisione araba, sono diventate di dominio pubblico il 20 settembre scorso, una miriade di voci incontrollate hanno iniziato a circolare negli ambienti del giornalismo, della diplomazia e della politica internazionali.

"Ho già informato il presidente della mia volontà di lasciare le funzioni amministrative al termine di otto anni, e lui e' stato comprensivo", ha scritto nel suo messaggio Khanfar. "Durante i miei otto anni ad al-Jazeera, il mio obiettivo era quello di portare il network da una dimensione locale ad un livello globale. Questo target è stato raggiunto ed ora l'organizzazione gode di una robusta e solida posizione", ha spiegato. Non fa una grinza, solo che non è andata proprio così.

Khanfar, infatti, è stato costretto a dare le dimissioni per avere modificato la copertura della guerra in Iraq nel 2005 su pressione degli Stati Uniti. A rivelarlo un documento riservato pubblicato da Wikileaks. Si tratta di un dispaccio, datato ottobre 2005, firmato dall'ambasciatore Usa in Qatar dell'epoca, Chase Untermeyer descriveva nei dettagli l'incontro con Khanfar a cui consegnò la copia di un rapporto della DIA (United States Defense Intelligence Agency) sulla copertura di al-Jazeera della guerra in Iraq. Il direttore rispose che aveva già ricevuto un'anticipazione del rapporto dal governo del Qatar e suggerì di fissare un incontro che coinvolgesse tutte e tre le parti. Chiese anche esplicitamente a Untermeyer di mantenere la massima riservatezza sulla sua collaborazione.

In quel periodo gli Stati Uniti erano furiosi con al-Jazeera: la guerra in Iraq e la guerra in Afghanistan, nelle cronache del network del Qatar, erano diventate una spina nel fianco del Pentagono e della Casa Bianca. Il clan dei neocon, Dick Cheney in testa, lanciavano strali ogni giorno contro la rete del Qatar.

Durante quell'incontro Khanfar cercò di convincere l'ambasciatore che la copertura delle notizie era stata imparziale e disse che avrebbe preparato un rapporto in risposta ai punti contestati da quello statunitense. In almeno un passaggio disse esplicitamente di avere cambiato il taglio di un servizio su esplicita richiesta degli Stati Uniti: aveva fatto rimuovere due immagini in cui si vedevano bambini feriti in un ospedale e una donna con una brutta ferita alla faccia. E di fronte a una nuova richiesta dell'ambasciatore rispose: ''Non subito, perché si noterebbe. Tra due o tre giorni''.

La notizia del cablo è stata diffusa dalla stampa araba vicina alla monarchia saudita, con la quale il Qatar è alleato da sempre. Ora non è un mistero, in nessuna parte del mondo, che i direttori dei grandi mezzi d'informazione parlino con politici e servizi segreti. Tutto dipende da come lo si racconta. E' ovvio che, messa così, Khanfar ne esce male.

L'intento potrebbe essere proprio quello. Utilizzando un metro di giudizio non emotivo, è normale che Khanfar tentasse di tenere buoni gli Usa. Non dimentichiamo che almeno due giornalisti di al-Jazeera sono stati arrestati: Sami al Hajj, giornalista sudanese, arrestato in Pakistan nel 2001 e Samer Allawi era stato arrestato ad agosto 2011 mentre dalla Giordania tentava di entrare in Cisgiordania dopo una visita familiare. Il giornalista palestinese, a capo dell'ufficio di Al-Jazeera a Kabul, era stato accusato di far parte del movimento islamico Hamas e di avere "contatti" con la sua ala militare.

Ci sono mille altri casi di conflitto tra l'amministrazione Usa e al-Jazeera nel decennio della 'guerra al terrore' inaugurata dagli attacchi a Washingotn e New York del 2001. Ma adesso, dall'inizio delle rivolte arabe, la sintonia è cambiata. Molto cambiata. Ecco che, in un crescendo di apprezzamenti, il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton arriva a dire che ''stiamo perdendo la guerra dell'informazione. I canali televisivi Usa mandano in onda spot, mentre al-Jazeera in Usa cresce in audience perché fa vero giornalismo''.

Un cambio di relazioni internazionali che, dopo le dimissioni di Khanfar, chiude un'epoca. Quella di al-Jazeera in prima linea contro la 'propaganda' occidentale. Oggi, invece, è al-Jazeera ad essere accusata di fare propaganda pro-rivoluzioni. Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Siria. In tanti hanno accusato il network di scarsa oggettività, di scarso controllo delle fonti. A prescindere, sempre e comunque contro il governo di turno, chiamato sempre 'regime'. A onor del vero, il bello di al-Jazeera è che basava la sua credibilità sulla capacità di svelare i misfatti di Usa e Israele quanto quelli dei governi arabi. Solo che adesso i 'governi' amici sono svaniti dal palinsesto, come hanno detto pezzi da novanta dle palinsesto tipo Ghaddour e Lamis Andoni, che hanno pubblicamente accusato la rete di aver perso la fiducia e si sono dimessi.

Un fenomeno casuale? Difficile dirlo, ma il fatto che il Qatar, a livello diplomatico, sia diventato un punto di forza della strategia di 'supporto', più o meno esterno, di Usa e Ue alle rivolte arabe fa riflettere. Al punto che la famiglia reale del Qatar, gli al-Thani, si erano sempre vantati di aver salvato - nel 1996 - quello che all'epoca era l'ufficio di corrispondenza della Bbc a Doha, lasciando piena libertà editoriale. Vero, fino a oggi. Al posto di Khanfar è stato nominato lo sceicco Ahmad bin Jasem bin Muhammed al-Thani, membro della famiglia reale. Ad al-Jazeera, di sicuro, qualcosa è cambiato.

Christian Elia

domenica 25 settembre 2011

L'Arabia Saudita volta pagina "Via libera alle donne in politica"

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Re Abdullah bin Abdul Aziz ha annunciato che per la prima volta la Shura del regno potrà avere delle consigliere e che alle future elezioni municipali potranno candidarsi e votare anche le donne. E negli Emirati Arabi una donna entra in Parlamento

RIAD - Una svolta epocale quella annunciata da re Abdullah bin Abdul Aziz, sovrano dell'Arabia Saudita. Il re ha annunciato oggi che le donne potranno entrare a far parte della Shura (il Consiglio consultivo) del regno a partire dalla sua prossima sessione e che potranno candidarsi alle prime elezioni municipali (tra quattro anni circa) che seguiranno quelle del 29 settembre, per loro ancora vietate.

Re Abdullah ha dato il suo annuncio proprio davanti alla Shura, spiegando che la decisione è stata adottata previa consultazione con gli ulema, i custodi dell'ortodossia religiosa, e in considerazione del fatto che il Regno, pur nei limiti della legge religiosa, rifiuta oggi la marginalizzazione del ruolo della donna nella società araba. "Le donne - ha aggiunto il re - potranno dunque candidarsi alle elezioni municipali e avranno sempre il diritto di voto". Nel regno ultraconservatore della dinastia wahabita, le elezioni locali sono anche le uniche consentite.

Il consiglio della Shura ha un ruolo esclusivamente consultivo e soprattutto i suoi 150 membri sono tutti di nomina reale. Eppure non si può non parlare di svolta epocale, considerato che ancora oggi le donne saudite sono sottoposte a una serie di limitazioni nei diritti, che vanno dai viaggi (non possono viaggiare senza "scorta" maschile fino ai 45 anni d'età) al lavoro, dal divieto di guidare le auto a quello di sottoporsi a interventi medici senza la preventiva autorizzazione del marito o del padre.

Intanto, negli Emirati Arabi
Uniti, una donna è stata eletta in parlamento, direttamente dal popolo, per la prima volta nella storia del paese. Shaika Elisa Ghanem, 40 anni, preside, è l'unica candidata tra le 85 in lista nazionale a varcare la soglia del Cnf grazie alle preferenze degli elettori, il 46% dei quali donna. "Sono orgogliosa" ha commentato Ghanem. "Questo è un successo per tutti coloro che come me credono nei valori dell' istruzione" ha aggiunto, riferendosi al suo programma politico.

Durante la scorsa legislatura furono gli sceicchi a garantire l'ingresso in Parlamento di deputati donna attraverso il meccanismo della nomina, nessuna candidata avendo ottenuto infatti successi elettorali.

(25 settembre 2011) © Riproduzione riservata

venerdì 23 settembre 2011

Stato palestinese, chiesto il riconoscimento Abu Mazen da Ban Ki-Moon

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

NEW YORK

Il segretario generale dell'Onu riceve il presidente dell'Anp. Festa nei territori

NEW YORK - Il presidente palestinese, Abu Mazen, parla davanti all'assemblea generale dell'Onu, accolto da un lungo applauso. E chiede l'adesione dello Stato palestinese alle Nazioni Unite. "Abbiamo tentato tutte le strade per la pace", ha esordito. Per poi attaccare la politica israeliana: la confisca delle terre palestinesi, il progressivo aumento delle colonie israeliane che rappresentano una minaccia per la sopravvivenza dell'Anp. "I palestinesi continueranno una pacifica resistenza di popolo", ha detto. "Questa politica - ha dichiarato - provoca lo stop del processo di pace. Servono diritti inalienabili per i palestinesi".

Poco prima Abu Mazen era entrato nell'ufficio del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, per presentare la richiesta formale di riconoscimento della Palestina quale Stato all'Onu. Lo ha annunciato lo stesso segretario generale Ban via twitter. Ha chiesto che la Palestina diventi il 194esimo membro delle Nazioni Unite.

Il passo ufficiale del presidente palestinese, Abu Mazen, nell'ufficio di Ban è avvenuto davanti a una schiera di fotografi, che hanno immortalato la consegna il documento di richiesta, contenuto in una cartellina bianca con al centro l'aquila palestinese.

Un punto di svolta per il Medio Oriente, anche se la richiesta al Consiglio di Sicurezza è destinata, con ogni probabilità, a cadere nel vuoto. Gli Stati Uniti, infatti, hanno già annunciato il loro veto. Subito dopo l'intervento di Abu Mazen, è previsto quello del
premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che denuncerà la mossa palestinese come destabilizzante e una minaccia per il processo di pace. Israele ha già espresso il proprio "rammarico" per la richiesta.


A Ramallah 1, intanto, alcune migliaia di persone sono riunite nella Piazza dell'Orologio, nota anche come 'Piazza Arafat', per seguire in diretta davanti a un maxischermo il discorso che lo stesso Abu Mazen farà al palazzo di vetro.

SEGUI LA DIRETTA SU REPUBBLICA.IT 2

In attesa di questo appuntamento, sullo schermo passano le immagini di messaggi di saluto registrati in diverse città della Cisgiordania, e anche a Beirut. In precedenza il maxischermo aveva ceduto, cadendo sulle persone che si trovavano più vicine. Tre persone sono rimaste ferite. Gli organizzatori hanno velocemente provveduto ad approntare un nuovo schermo e a garantire così lo svolgimento del programma originale. Il clima è di kermesse, con gli altoparlanti che trasmettono in continuazione brani musicali.

GUARDA LE FOTO DELLA FESTA 3

Sia Ramallah sia le altre città palestinesi della Cisgiordania sembrano tranquille e al loro interno i servizi di sicurezza dell'Anp mantengono un ordine totale

(23 settembre 2011) © Riproduzione riservata

giovedì 15 settembre 2011

La Palestina sfida l'Onu sullo Stato promesso

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

ll 20 settembre Abu Mazen dovrebbe chiedere al Palazzo di Vetro il riconoscimento dello Stato. Scontato il sì dell'Assemblea. Una svolta carica di incognite per il Medio Oriente, che Israele e gli Usa stanno tentando disperatamente di bloccare. Creare un comune denominatore di interessi in un popolo frantumato resta un problema. Il voto però susciterebbe di certo emozioni e rianimerebbe progetti e ideali

di BERNARDO VALLI Tra cinque giorni, il 20 settembre, sarà presentata alle Nazioni Unite la candidatura della Palestina come Stato indipendente. L'incertezza sussiste, poiché in queste ore sono in corso frenetiche azioni diplomatiche. C'è chi tenta di impedire (o edulcorare) l'iniziativa; e chi al contrario vuole solennizzarla, darle un carattere storico.

Dopo un periodo di stagnazione e di frustrazione, la questione israelo-palestinese sta per diventare di nuovo dinamica (e incandescente). A 64 anni dalla nascita dello Stato ebraico, il promesso, rifiutato, rivendicato, demonizzato, auspicato Stato palestinese da affiancargli è alla vigilia di un riconoscimento formale da parte della stragrande maggioranza della società internazionale espressa nell'Assemblea generale dell'Onu. Benché questo non significhi che lo Stato ripudiato o invocato stia diventando miracolosamente una realtà, la consacrazione formale segna una svolta non solo in Medio Oriente.

Ron Prozor, rispettato ed esperto ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite, ha comunicato di recente una notizia sgradevole alla coalizione (di centro e di estrema destra) formata da Netanyahu, da Lieberman e da Barak, rispettivamente primo ministro, ministro degli Esteri e della Difesa, al governo a Tel Aviv. Con un telegramma segreto, rivelato dal quotidiano Haaretz, il diplomatico ha fatto sapere che Israele non aveva alcuna possibilità di impedire il riconoscimento dello Stato palestinese. Dopo sessanta e più incontri con i suoi colleghi del Palazzo di
Vetro, Prozor ha concluso di poter contare unicamente sull'astensione di alcuni paesi (sui 193 rappresentati) o sull'assenza di altri. Soltanto una manciata di Stati voteranno contro la candidatura palestinese. Nell'Unione europea, secondo Prozor, gli unici sicuri sarebbero la Germania, l'Italia, i Paesi Bassi e la Repubblica ceca. La promozione a Stato della Palestina infliggerà una profonda ferita al governo di Israele.

Per il presidente degli Stati Uniti l'appuntamento del 20 settembre nel Palazzo di vetro di New York è un dilemma diplomatico lacerante. Opporsi a un gesto di autoderminazione dei palestinesi, dopo avere appoggiato apertamente i popoli arabi (in Tunisia, in Egitto e in Libia) a liberarsi dei loro raìs, non appare molto coerente. Ma Barack Obama deve fare i conti con i vecchi legami dell'America con Israele, con l'opposizione al Congresso che minaccia di tagliare gli aiuti ai palestinesi, e anche con la convinzione che la via migliore per arrivare a uno Stato palestinese sia quella dei negoziati. In verità da tempo interrotti per il rifiuto israeliano di congelare gli insediamenti di coloni in Cisgiordania, per la questione di Gerusalemme Est e per il rifiuto palestinese di riconoscere il carattere "ebraico" dello Stato di Israele (che finirebbe con l'escludere i cittadini musulmani di Israele).

Accusato di non essersi impegnato in tempo per disinnescare l'appuntamento del 20 settembre, Obama ha spedito d'urgenza i suoi inviati in tutte le direzioni: a Ramallah da Mahmud Abbas (detto Abu Mazen), a Gerusalemme da Benjamin Netanyahu, e in tante capitali mediorientali. L'opposizione americana al riconoscimento di uno Stato palestinese, o in tutti i casi i tentativi di limitarne la portata, rischiano di riaccendere l'antiamericanismo, finora del tutto assente dalle piazze tunisine, egiziane e libiche della "primavera araba".

Non sarà agevole convincere Mahmud Abbas, presidente dell'Autorità Palestinese, a non presentare la candidatura, o ad alleggerirla al punto da limitarne il significato. Tuttavia la minaccia del Congresso americano di sospendere gli aiuti non può lasciarlo indifferente. La Cisgiordania vive un boom economico senza precedenti nei quarantaquattro anni di occupazione israeliana e le sovvenzioni provenienti dagli Stati Uniti vi hanno contribuito. Ma è difficile che Abbas possa rimangiarsi quel che i leader mediorientali hanno ormai acquisito come una parola d'ordine. Nabil el-Araby, segretario della Lega araba, sottolinea in queste ore l'ovvietà dell'iniziativa all'Assemblea generale dell'Onu; e Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro turco, l'ex alleato in aperta polemica con Israele, insiste dicendo che il riconoscimento dello Stato palestinese "non è una scelta ma un obbligo".

Il voto dell'Assemblea generale darebbe alla Palestina lo status di osservatore permanente delle Nazioni Unite, come "Stato non membro". La stessa situazione del Vaticano. O per lunghi anni della Svizzera. Adesso la Palestina è una semplice "entità". Per diventare il 194esimo membro a pieno titolo dell'Onu essa avrebbe bisogno del voto del Consiglio di Sicurezza. Ma là l'aspetta il veto degli Stati Uniti. Ed è assai probabile che dopo il riconoscimento formale dell'Assemblea non si vada oltre. Anche se il presidente Abbas sostiene, con una calma non più tanto remissiva, che i palestinesi ricorreranno fino al Consiglio di Sicurezza per ottenere la piena appartenenza alle Nazioni Unite.

I vantaggi acquisiti dello Stato palestinese sarebbero comunque consistenti dopo il voto dell'Assemblea. Esso avrebbe ad esempio accesso alla Corte internazionale di Giustizia dell'Aja e a quella penale internazionale, con la facoltà di denunciare Israele per le sue eventuali azioni come forza di occupazione. E potrebbe usufruire delle istituzioni finanziarie, economiche e commerciali. Potrebbe soprattutto esigere di trattare alla pari con lo Stato di Israele, non più nel quadro del Quartetto (Usa, Russia, Europa, Onu), ma in quello dell'Onu e sulla base delle risoluzioni. Sempre ammesso che Israele accetti le regole imposte dal nuovo status della Palestina. Già traumatizzata dai cambiamenti provocati dalla "primavera araba" in Egitto, e dall'accresciuta ostilità della Turchia, non più alleata, la società israeliana risentirà ancor più l'isolamento, dopo il probabile voto all'Assemblea generale che gli Stati Uniti cercano in queste ore di scongiurare. La rinuncia alla candidatura, imposta o ottenuta dagli Stati Uniti, provocherebbe in tutti i modi reazioni in molte capitali del Medio Oriente. Lo stesso riconoscimento incompleto o puramente formale dell'Assemblea generale potrebbe non bastare alle piazze arabe, le quali potrebbero esigere il voto decisivo del Consiglio di Sicurezza.

Le forze centrifughe e la storia hanno frantumato negli anni la Palestina in cinque zone o entità. La prima dell'elenco può essere Gaza, abitata da un milione di uomini e donne che vivono come in un limbo rispetto al resto dei palestinesi. Un limbo non facile, sotto l'autorità intollerante di Hamas, e in una società più islamista, più tradizionalista ed esclusa dal crescente benessere di cui gode la Cisgordania. Isolata, Gaza è rivolta all'Egitto. Seconda zona o entità la West Bank, la Cisgiordania. Là vivono due milioni e seicentomila palestinesi, governati dall'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), oggetto di indulgenza da parte di Israele, i cui soldati occupano una larga porzione del territorio. Una certa sicurezza e un evidente progresso economico hanno creato una stabilità che ha favorito uno status quo, da non pochi osservatori definito prerivoluzionario. Pur godendo di una situazione favorevole rispetto a quella dei connazionali di Gaza, i palestinesi della West Bank non si sentono garantiti da uno stato di diritto. Restano cittadini sotto un'occupazione straniera e non nutrono grande fiducia nei loro corrotti amministratori dell'Olp.
La terza entità palestinese vive a Gerusalemme Est e conta trecentomila uomini e donne. Circa il 38 per cento della popolazione. Gli abitanti non sono cittadini israeliani, ma residenti permanenti costretti a temere notte e giorno la perdita del diritto di residenza. Le barriere imposte nella vita quotidiana aumentano il senso di precarietà. Essi pagano le tasse allo Stato israeliano e usufruiscono, in tono minore, dei diritti all'assistenza sanitaria e alla scuola. In questo sono favoriti rispetto ai palestinesi della West Bank. La quarta entità è la più numerosa. Conta cinque milioni di uomini e donne registrati come profughi. Vivono in cinquantotto campi, diventati grossi borghi, in Giordania, in Siria, in Libano, nella West Bank e a Gaza. Sognano il ritorno in una patria che non c'è più o che è stata dimezzata. Il riconoscimento formale dello Stato palestinese riaccenderà molte speranze.

La quinta e ultima entità palestinese conta un milione e trecentomila persone, con la nazionalità israeliana. Come creare un comun denominatore di interessi e di aspirazioni in un popolo frantumato e represso resta un problema. Ma certo la nascita di uno Stato formalmente riconosciuto susciterà emozioni e rianimerà progetti e ideali.

(15 settembre 2011) © Riproduzione riservata

martedì 30 agosto 2011

Siria, Ue: embargo petrolifero entro fine settimana

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


L’Unione Europea annuncia sanzioni più severe contro la Siria. Esodo siriano in Libano dopo repressione governativa contro Hit

Un portavoce della Commissione europea, John Clancy, ha dichiarato che l'embargo sulle importazioni di petrolio dalla Siria dovrebbe essere pronto "per il fine settimana". Clancy ha precisato che le sazioni dovrebbero essere formalmente approvate "venerdì mattina" tramite "procedura scritta".

Tra le misure annunciate ci sarebbero la sospensione dell'assistenza tecnica fornita dalla Bei a Damasco e il congelamento dei beni e il blocco dei visti per i "sostenitori o beneficiari del regime".
Venerdì 19 agosto l'Alto rappresentante Ue per la politica estera, Catherine Ashton, aveva reso noto che i Paesi dell'Unione Europea avevano "raggiunto un accordo politico" per "estendere la portata delle sanzioni contro la Siria".

Intanto decine di siriani stanno attraversando il confine con il Libano per sfuggire alla repressione delle forze di sicurezza. Il sindaco del villaggio libanese di Muqbila, nella regione di Wadi Khaled, ha dichiarato all'agenzia Dpa che "da ieri almeno 50 persone sono entrate in Libano dalla località di Hit". Il sindaco ha aggiunto che uno dei rifiugiati "presenta ferite da colpi d'arma da fuoco a una gamba e alle braccia" ed è stato trasportato all'ospedale più vicino.
Il 29 agosto i blindati siriani erano entrati a Hit, al confine con il Libano, bruciando alcune case e ferendo diverse persone.

Migliaia di siriani si sono rifugiati in Libano dall'inizio della repressione delle proteste anti-governative che, da metà marzo, avrebbe provocato oltre 2.200 morti.

martedì 19 luglio 2011

Giordania, prima moschea nel mondo arabo dedicata a Gesù

Articolo tratto da "Peace Reporter" (http://it.peacereporter.net)


La “moschea di Gesù Cristo” si trova a Madaba, a sud della capitale giordana Amman

Nellla città di Madaba è sorta la prima moschea del mondo arabo dedicata a Gesù Cristo. Secondo il quotidiano Al Quds Al Arabi la scelta di questo nome ha attirato l'attenzione dei mass media ed è stata apprezzata sia dai musulmani che dai cristiani.

L'idea è venuta all'imam della stessa moschea, Jamal Al Sufrati, che aveva notato che nel mondo arabo mancava una moschea dedicata al profeta Gesù.

L'Islam, infatti, rifiuta la convinzione cristiana che Gesù fosse il figlio di Dio, ma lo riconosce come profeta al pari di Maometto.

"La moschea - spiega l'imam - vuole portare un messaggio di convivenza e tolleranza, specialmente dopo la tensione tra le due religione dovute alle vignette offensive nei confronti del profeta Maometto".

giovedì 30 giugno 2011

Yemen, il governo perde il controllo di cinque province

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Lo ha annunciato il vice presidente yemenita, Abdu Rabu Mansoor Hadi, che insiste sull'importanza dell'offensiva militare nel sud del Paese

Secondo le ultime dichiarazioni rilasciate alla Cnn dal vice presidente yemenita, Abdu Rabu Mansoor Hadi, il governo locale ha perso il controllo di cinque province, e il livello di sicurezza sta peggiorando su tutto il territorio. Hadi ha insistito però sull'importanza dell'offensiva militare nel sud del Paese, facendo riferimento in particolare alla provincia di Abyen (dove i miliziani di al Qaeda controllano la città di Zinjibar) e alle operazioni condotte contro al Qaeda mediante l'utilizzo di droni statunitensi.

Nella sola giornata di ieri, i combattimenti tra i militari e gli uomini di al Qaeda hanno lasciato a terra cinquanta vittime, in maggioranza soldati yemeniti.

Abdu Rabu Mansoor Hadi ha assunto poteri presidenziali in seguito all'attentato dello scorso 3 giugno a Sanàa, che ha causato il ferimento di Ali Abdullah Saleh, poi ricoverato.

venerdì 17 giugno 2011

Arabia Saudita, Women2drive: donne saudite al volante sfidano re Abdullah

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Dopo il fermo del 1991, una protesta "in ordine sparso" per l'abolizione della norma che proibisce alle suddite del regno di guidare.

Il vento del cambiamento che ha investito negli ultimi mesi il mondo arabo sembra essere giunto anche in Arabia Saudita, dove è prevista per domani la prima azione ufficiale, dopo quella del 1991, per chiedere al re Abdullah l'abolizione della norma che proibisce alle suddite del regno di guidare. Nonostante l'arresto della sua principale organizzatrice, Manal Al Sharif, e le numerose intimidazioni ricevute, il movimento Women2drive non si è dato per vinto, sostenuto da una vivace mobilitazione in rete.

Si è deciso di non stabilire un punto di incontro, per non incappare in un blocco simile a quello del 1991, data di inizio della campagna, preferendo piuttosto mettersi al volante nella propria città e procedere "in modo sparso". Le donne sono invitate a velarsi in maniera appropriata, esporre una bandiera saudita sul cruscotto, una scritta inneggiante al re Abdullah e, ovviamente il simbolo dell'iniziativa. Preferibile anche essere accompagnate da un uomo per evitare fermi e complicazioni con le forze di sicurezza.

In questi mesi, utilizzando principalmente internet, le donne saudite hanno preso la guida del movimento di protesta nel regno, chiedendo prima la partecipazione al voto nelle elezioni municipali di settembre, poi organizzando l'iniziativa di domani. Già pronto su Youtube un canale dedicato all'evento dove potranno confluire i video di quanti sceglieranno di appoggiare la sfida delle saudite.

martedì 14 giugno 2011

Libano, nel nuovo governo c'è molto Hezbollah... e nessuna donna



19 ministri su 30 vanno al "Partito di Dio" e ai suoi alleati

E' già stato definito "a trazione Hezbollah" il nuovo governo libanese, varato ieri sera dal premier incaricato Najib Miqati.
Ci sono voluti quasi cinque mesi di trattative per formare un esecutivo in cui, su 30 ministri, 19 sono esponenti del 'Partito di Diò sciita o suoi alleati. Gli altri 11 sono sostenitori o alleati del presidente Michel Suleiman o dello stesso premier, e vengono definiti "indipendenti".
Miqati, un miliardario sunnita, tycoon delle comunicazioni, dopo aver presentato la lista dei suoi ministri al presidente Suleiman ha affermato che il suo sarà "un governo di tutti i libanesi".

Tuttavia la coalizione del premier uscente, Saad Hariri, si è rifiutata di far parte del nuovo esecutivo e ora passerà all'opposizione.
Miqati era infatti il candidato di Hezbollah, che a gennaio aveva ritirato i suoi ministri dal governo di unità nazionale presieduto da Saad Hariri, provocandone la caduta. Il Partito di Dio era entrato in conflitto con l'ex premier per divergenze sul Tribunale internazionale (Tsl) che nei prossimi mesi avvierà il processo contro i presunti responsabili dell'attentato in cui nel febbraio 2005 venne assassinato l'ex premier Rafik Hariri, di cui Saad è figlio ed erede politico. Hezbollah, nel mirino della corte, vuole invece che Beirut prenda le distanze dal Tsl.
La politica verso il Tsl sarà di certo uno dei nodi più delicati da sciogliere per Miqati, ma non il solo: poche ore dopo la presentazione ufficiale della lista, uno dei suoi componenti ha già rassegnato le dimissioni. Si tratta del druso Talal Arslan, indicato come ministro di Stato, che ha sbattuto la porta denunciando "discriminazioni" da parte del premier incaricato, che non gli ha accordato alcun dicastero "chiave".




Le donne parlano di sconfitta e di un passo indietro sulla strada per la parità dei sessi

É polemica in Libano dopo la presentazione del nuovo esecutivo di Najib Miqati, che ha scatenato forti critiche per l'assenza di donne al suo interno. Una scelta vissuta come una sconfitta dalle attiviste locali, che la considerano un passo indietro nella lotta per la parità dei sessi. Un'altra questione spinosa è rappresentata dal Parlamento di Beirut, che non si riunisce da gennaio: resta così in sospeso il voto su numerosi emendamenti di legge che riguardano proprio le donne.

"É inutile dire - ha scritto sul suo blog l'attivista Nadine Moawad - che i movimenti per i diritti delle donne rifiutano questa completa alienazione delle donne dal governo e dalla scena politica libanese in generale". E ha aggiunto in un'intervista al Daily Star: "Penso che questo nuovo esecutivo sarà talmente impegnato a far fronte agli attacchi delle Forze del 14 marzo [la coalizione che si trova all'opposizione] da non avere tempo per affontare questioni come quella dell'elettricità, dell'acqua, e quelle delle donne e dei giovani".

Nel precedente governo di Saad Hariri, caduto a gennaio, le donne erano due: il ministro delle Finanze, Raya Haffar al-Hassan, e un ministro dello Stato.

sabato 28 maggio 2011

Un nuovo Iran per un nuovo Medio Oriente

Articolo tratto da Limes (http://temi.repubblica.it/limes)


di Pejman Abdolmohammadi e Karim Mezran
La primavera araba finora non ha investito Teheran direttamente, ma le sta dando un nuovo ruolo strategico nella regione. Il riavvicinamento con l'Egitto. L'Occidente dovrebbe appoggiare Ahmadinejad più che Khamenei.

Limes 1/2011 "Il grande tsunami"
| Articoli sull'Iran | Articoli sull'Egitto



(Carta di Laura Canali tratta da Limes 1/11 "Il grande tsunami" - clicca sulla carta per ingrandirla)

La crisi politica nordafricana e mediorientale degli ultimi mesi ha distolto l’attenzione internazionale dall’Iran, inducendo gli analisti a concentrarsi soprattutto su quanto accade nei paesi arabi della regione. Sebbene l’Iran non sia coinvolto direttamente nei cambiamenti e nei tumulti, sta acquisendo rapidamente un nuovo ruolo strategico all’interno dello scacchiere mediorientale. Sono almeno due i fronti sui quali la Repubblica islamica punta a rafforzare la propria presenza sul piano geopolitico: il Golfo persico e il levante mediorientale.

Per quanto riguarda il primo, avendo l’onda d’urto delle rivolte nordafricane raggiunto anche Stati arabi quali il Bahrain, il Kuwait e l’Arabia Saudita, si è creata l’occasione storica per l’Iran di esercitare la propria influenza tra i dissidenti sciiti di questi paesi, aumentandone così l’instabilità politica. L’avversità tra Teheran e i paesi arabi del Golfo ha infatti origini storiche: da un lato, è sempre presente l’antagonismo identitario tra arabi e persiani; dall’altro, resta forte la rivalità tra sunniti e sciiti, i primi al potere in tutte le monarchie arabe del Golfo persico, i secondi al potere nella repubblica islamica dell’Iran.

Nelle ultime settimane le relazioni diplomatiche tra l’Iran e questi Stati si sono incrinate. Le autorità governative di Arabia Saudita, Kuwait e Qatar hanno criticato con toni piuttosto accesi, accusandola di ingerenza negli affari interni di un altro Stato, il regime di Teheran. Questo aveva manifestato il proprio sostegno nei confronti degli sciiti insorti contro la monarchia del Bahrein.


Anche l’Iran nelle ultime settimane ha usato toni abbastanza duri nei confronti dei paesi arabi del Golfo, in particolar modo l’Arabia Saudita, criticandone l’intervento militare sul territorio del Bahrein contro l'opposizione locale. Pertanto il clima politico nell’area diventa sempre più teso.


Su entrambi i versanti assistiamo a manifestazioni di ostilità reciproche: uno degli sermoni del venerdì a Teheran è stato l’occasione per udire slogan contro le dinastie monarchiche in Bahrein e Arabia Saudita, mentre manifestanti radunatisi davanti all’ambasciata del Regno a Teheran hanno lanciato invettive contro il governo di Manama e quello di Riyad. Parimenti Kuwait e Bahrein hanno minacciato l'Iran di congelare i rapporti diplomatici, espellendo alcuni funzionari del suo corpo diplomatico dai loro paesi.


Per quanto invece concerne il levante mediorientale, la caduta di Mubarak ha aperto all’Iran una nuova possibilità per ritrovare uno spazio da protagonista. Per Teheran infatti è l'occasione, dopo oltre trent’anni di assenza di rapporti diplomatici, di stringere una nuova alleanza strategica con il Cairo. Le relazioni tra i due paesi si sono incrinate a partire dalla rivoluzione islamica del 1979 in Iran, quando l’allora presidente egiziano Anwar Sadat concesse l’asilo politico allo Shah di Persia Mohammad Reza Pahlavi. L’avvicinamento dell’Egitto di Hosni Mubarak allo Stato d’Israele ha ulteriormente allontanato i due paesi mediorientali. Con un’operazione altamente simbolica l’Iran, con il consenso del leader della Rivoluzione, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, dedicò negli anni Ottanta una delle strade principali della capitale a ‘Khaled Eslamboli’, l’organizzatore dell’attentato terroristico nel quale fu ucciso il presidente Sadat, suscitando la contrarietà delle autorità egiziane.


La politica estera iraniana sembra quindi avviarsi verso una svolta epocale. Infatti, a partire dalla rivolta egiziana dello scorso 25 gennaio e dalla caduta di Mubarak, le autorità iraniane hanno manifestato interesse per una ripresa di dialogo con il Cairo. Nelle ultime settimane, sia il ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, sia il suo omologo egiziano, Nabil al-Arabi, hanno ufficialmente espresso la volontà dei due governi di riprendere i rapporti diplomatici. La stessa commissione parlamentare iraniana per gli Affari esteri ha speso parole favorevoli in tal senso. Lo scorso 11 aprile, infine, il governo di Teheran ha inviato il proprio rappresentante presso le Nazioni Unite in missione al Cairo.

Il nuovo ruolo dell’Iran nel Medio Oriente e la sua linea politica estera sono direttamente collegati alla sempre più evidente spaccatura interna al vertice della repubblica islamica. Ormai da più di otto mesi è diventato sempre più evidente come lo scenario politico iraniano sia diviso internamente in due fronti tra loro antagonisti: quello religioso ultraconservatore, vicino alla Guida Suprema l’ayatollah Ali Khamenei, e quello nazional-popolare, vicino al presidente Mahmoud Ahmadinejad. Si tratta di uno scontro interno sempre più forte che influenza anche in modo indiretto la politica estera. Entrambi i contendenti hanno interesse a rendere l’Iran uno dei soggetti protagonisti sul piano strategico del nuovo Medio Oriente.


Tuttavia gli scopi delle due fazioni sul piano della politica estera sembrano nettamente divergenti. I khameneisti, composti prevalentemente dal clero ultraconservatore e dai vertici dei pasdaran e dei basij, vogliono intensificare il proprio sostegno agli oppositori interni delle monarchie arabe, al fine di accrescere la tensione interna in quei paesi allo scopo di rendere più forte e stabile un fronte politico-ideologico di matrice sciita nella regione. Questo fronte infatti vorrebbe da un lato rafforzare il cosiddetto triangolo sciita composto da Iran, Iraq e Libano (Hezbollah), e dall’altro creare nuove aree di potere sciita di supporto al triangolo stesso. Aree che potrebbero essere potenzialmente presenti nei paesi arabi del Golfo e nello Yemen.

Invece, sul fronte del Golfo persico, la fazione di Ahmadinejad - sostenuta da una emergente classe dirigente laico-nazionalista guidata dal braccio destro del presidente, Esfandiar Rahim-Mashai e da un’alleanza strategica tra i cosiddetti ‘general-managers’ (gli ex generali entrati nel business e nella vita economica del paese) - ha mantenuto una posizione moderata, cercando di evitare ogni scontro con gli Stati vicini. L’interesse di questo fronte non è quello di strumentalizzare il conflitto tra sciiti e sunniti e alimentare tensioni politiche nella regione ma quello di rendere sempre più forte il nazionalismo persiano in chiave anti-araba, mantenendo però la stabilità nell’area.

Sul fronte egiziano i khameneisti sono propensi a riprendere i rapporti diplomatici, puntando però soprattutto a un’alleanza con i Fratelli musulmani e con tutta quella fazione ideologico-islamica che potrebbe avere un ruolo dirigenziale nell’Egitto post-Mubarak; gli ahmadinejadiani invece, pur intendendo coltivare alleanze con il Cairo, vedrebbero come interlocutore ideale non tanto le componenti islamiste quanto la nuova classe dirigente militare, portatrice di una visione più laica e nazionalista, in sintonia con quella dei ‘general-managers’.


Questa linea politica è duramente contrastata dal fronte khameneista. Lo scontro interno negli ultimi mesi tra la Guida Suprema e il presidente ne costituisce una piena testimonianza. L’esito di tale scontro sarà di considerevole importanza non solo per il futuro dell’Iran, ma, come si è cercato di evidenziare, anche per il destino di tutta la regione. Se dovesse prevalere il fronte khameneista la politica estera iraniana sarebbe tesa al rafforzamento del ‘triangolo sciita’, promuovendo soprattutto l’emergere di nuove realtà sciite nei paesi arabi del Golfo persico. Qualora invece dovesse vincere l’ala Ahmadinejad-Mashai si affermerebbe una politica propensa a promuovere alleanze con le forze laico-nazionaliste di paesi quali l’Egitto, la Giordania e il Libano.

In quest’ultimo caso, un’inedita alleanza tra Iran ed Egitto - entrambi con un'impronta più laica e nazionalista - con il concorso della Giordania e di un Libano lontano da Hezbollah e pro-Hariri, potrebbe dare vita ad un nuovo blocco mediorientale, in grado di traghettare l’intera regione verso un mutamento epocale all’insegna di una linea più laica e riformista.


Se questa chiave di lettura è come crediamo quella più corretta, le implicazioni per la politica estera dei paesi occidentali sarebbero importantissime. In apparenza, fino ad oggi, l’opinione pubblica dei paesi democratici ha percepito il fronte khameinista come quello più moderato e tendente alla ricerca di un rapporto meno bellicoso con l’Occidente, valutando invece le idiosincrasie di Ahmadinejad e i suoi atteggiamenti estremisti e anti-semiti come più pericolosi e potenzialmente distruttivi.


La realtà sembra essere completamente diversa. Infatti, osservando le dinamiche interne all’Iran, appare subito evidente che l’ala facente capo al presidente è quella che l’Occidente dovrebbe, nei limiti del possibile, favorire e con la quale dovrebbe cercare un dialogo. Quella fazione, nell’ambito degli scontri interni per il potere, ha interesse a stabilire una serie di relazioni positive con i paesi arabi per aumentare il consenso interno e mostrare finalmente il nuovo status di potenza regionale raggiunto dall’Iran.

martedì 24 maggio 2011

Kazakistan, sì all'invio di truppe in sostegno al contingente Nato in Afghanistan

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Si tratta del primo Paese asiatico dell'ex Unione Sovietica che entra nel conflitto a fianco dell'Alleanza

Il Kazakistan sarà il primo Stato dell'area asiatica facente capo all'ex Unione Sovietica a inviare un contingente militare in appoggio alle truppe Nato di stanza in Afghanistan. Secondo la Reuters, il provvedimento prevede che i soldati restino in loco per sei mesi, ed è stato approvato lo scorso mercoledì dai membri del parlamento kazako.

Le autorità di Astana hanno consentito il libero accesso sul proprio territorio ai mezzi Nato e Usa per il trasporto di carichi militari, nonché di truppe, verso l'Afghanistan. Robert Simmons, Rappresentante speciale del Segretario generale Nato per il Caucaso e l'Asia centrale, ha dichiarato che l'esercito kazako ha già raggiunto un buon livello di cooperazione con quello dell'Alleanza.

Il patto tra la Nato e il Kazakistan è stato firmato il 27 gennaio 2010, come necessario "complemento" di un accordo simile stipulato con Mosca, che a sua volta ha permesso all'Alleanza di rifornire il proprio esercito in Afghanistan inviando armi e truppe che vengono fatte transitare sul territorio russo. Si tratta di decisioni non prive di conseguenze sul piano della sicurezza interna, come dimostrano gli attentati terroristici in Kazakistan dell'ultima settimana.

martedì 17 maggio 2011

Israele-Palestina, Obama: 'Sì al riconoscimento di uno Stato palestinese'

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacerporter.net)


Prime indiscrezioni sul discorso del presidente Usa in Medioriente, previsto per questa settimana

Si diffondono le prime indiscrezioni sulla bozza del discorso che Barack Obama terrà questa settimana in Medio Oriente. Secondo quanto riferito dal quotidiano di Tel Aviv, Yedioth Aharonot, i due punti-chiave del testo sarebbero la nascita di uno Stato palestinese entro i confini stabiliti nel 1967, e il no alla richiesta unilaterale di riconoscimento dello stesso davanti all'Onu.

Obama dovrebbe poi chiedere ai palestinesi la rinuncia al terrorismo e il riconoscimento di Israele, nonché il fatto di istituire Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati. Da parte sua, lo Stato ebraico dovrà cessare l'espansione delle proprie colonie in Cisgiordania. I palestinesi però rivendicano Gerusalemme Est come capitale del proprio Stato, e pretendono che quest'ultimo rispetti i confini del 1967 (tranne nel caso di limitati scambi di territori di uguale grandezza).

Nella giornata di ieri, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha tenuto un discorso in Parlamento, nel quale ha ipotizzato delle rinunce territoriali da parte di Israele in Cisgiordania. Nessun accenno alla questione dei confini e un radicale rifiuto a proposito della spartizione di Gerusalemme. Netanyahu ha parlato invece di una possibile annessione di alcune aree d'insediamento ebraico in Cisgiordania.

sabato 14 maggio 2011

Abu Mazen: "Colonie o pace, adesso Israele deve scegliere"

Articolo tratto da "La Repubblica" (http://www.repubblica.it), da quest'articolo in poi articoli anche sulla pagina fan di Facebook su "Il Mondo Futuro".

Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese parla alla vigilia della visita di Napolitano. "Nel prossimo mese di settembre presenteremo alle Nazioni Unite la nostra dichiarazione di indipendenza. Spero che Roma dia presto un segnale elevando il rango della nostra rappresentanza diplomatica"

dal nostro inviato FABIO SCUTO RAMALLAH - Fervono i lavori di ampliamento nella Muqata, il palazzo del presidente palestinese. Il nuovo Stato che "presto, molto presto, nascerà", dice Abu Mazen seduto nel suo studio, ha bisogno di nuove e più ampie strutture governative, e di uffici che possano accoglierle. C'è un senso di ottimismo nelle stanze del presidente, la percezione che si sta vivendo un momento cruciale e delicato per il popolo palestinese. "Il negoziato diretto con gli israeliani resta la nostra priorità", spiega Abu Mazen mentre si accende una sigaretta, anche se ufficialmente ha smesso di fumare, "ma se il nostro partner non vuole trattare andremo all'Onu in settembre a chiedere se il nostro popolo, che è tornato unito, ha finalmente il diritto a uno Stato". La riconciliazione di tutti i gruppi palestinesi che tanto allarma Israele, per il presidente, non è un pericolo per la pace anzi un'opportunità. "Netanyahu prima diceva che non sapeva con chi doveva parlare per trovare un accordo con i palestinesi, se con Gaza o con Ramallah, adesso lo sa. È con me che deve parlare e il numero di telefono lo conosce bene".

Dopo la firma della riconciliazione al Cairo deve nascere un nuovo governo palestinese che entro un anno dovrà organizzare le elezioni legislative e presidenziali. Che peso avrà Hamas?
"Questo governo nasce con un programma preciso. I ministri devono essere dei tecnocrati indipendenti, in grado di affrontare le nostre prossime
sfide che non sono semplici. È un "governo del presidente" che attuerà un percorso chiaro e condiviso da tutti partiti. Politica estera e negoziato di pace restano una prerogativa dell'Olp".

A chi darà l'incarico di formare questo esecutivo?
"Ho un unico candidato ed è Salam Fayyad"

Che assicurazioni ha avuto da Hamas, che controlla la Striscia di Gaza? Per tutto l'inverno sono piovuti razzi sparati dai miliziani sulle città israeliane circostanti la Striscia...
"Deve rispettare una tregua assoluta. Anche Hamas è interessato a che la situazione resti tranquilla a Gaza e rispetterà gli impegni che ha preso. In Cisgiordania, l'Anp continuerà a garantire la sicurezza più alta possibile come del resto abbiamo fatto in questi ultimi tre anni. Sono convinto che dopo la formazione del governo il clima politico cambierà completamente"

Israele non si sente rassicurato da questa riconciliazione. Netanyahu vi chiede di scegliere tra Hamas e la pace...
"Le cose non stanno in questi termini. La nostra scelta è nel mezzo: Hamas come parte del popolo palestinese che non può essere escluso dal processo politico e Netanyahu come partner per la pace. In un sistema democratico Hamas potrebbe rappresentare l'opposizione, come in tutti i paesi moderni. È Netanyahu che deve scegliere fra le colonie e la pace con noi".

Il "governo del presidente" ancora non c'è ma misure di ritorsione sono già partite...
"Il blocco del trasferimento delle tasse doganali per le merci dirette nei territori dell'Anp è inaccettabile, è contro la legalità internazionale e gli accordi intercorsi con Israele. Sono soldi dei palestinesi e sono necessari alle casse dell'Anp per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici. Èuna risorsa vitale per noi".

Il primo appuntamento per lei e per l'Anp è in settembre all'Assemblea dell'Onu, dove verrà presentata la dichiarazione d'indipendenza dello Stato palestinese entro i confini del 1967. Che scenario ci dobbiamo aspettare?
"La nostra priorità resta il negoziato con Israele, iniziativa appoggiata da tutta la comunità internazionale. Ma se nelle trattative non ci sono progressi, la nostra seconda scelta è quella di andare davanti alle Nazioni Unite. Non dobbiamo dimenticare le parole dette dal presidente Obama l'anno scorso al Palazzo di Vetro: vogliamo vedere l'anno prossimo la Palestina in questa Assemblea".

Quando lei ha annunciato la dichiarazione d'indipendenza la Casa Bianca non l'ha presa bene...

"Noi non vogliamo uno scontro con l'America, però gli Stati Uniti devono avere la consapevolezza che la situazione attuale non è più sostenibile. Obama è un uomo serio e sincero, abbiamo avuto subito fiducia in lui e ancora ne abbiamo. Chiediamo due cose semplici agli Usa: una posizione ferma sul blocco nella costruzioni degli insediamenti israeliani sulle nostre terre e un impegno nel processo di pace. Impegni che l'Europa ha già preso".

Lei in che ruolo si vede in questo futuro Stato palestinese?
"In quello del pensionato".

Scusi?
"Alla fine di questo ciclo di transizione non mi candiderò alla guida dell'Anp e lascerò anche l'incarico di presidente dell'Olp. Quando sono stato eletto il mio programma era: maggiore sicurezza, sviluppo economico e sociale, arrivare alla riconciliazione e poi l'indipendenza del nostro Stato. Quest'anno c'è la possibilità di realizzare tutto questo, poi me ne vado in pensione".

Lunedì lei incontrerà a Betlemme il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, cosa si aspetta da questa visita?
"Con il presidente Napolitano c'è un'amicizia vera, una storia condivisa. E con il popolo italiano abbiamo un legame molto particolare. Spero che l'Italia, come hanno già fatto altri Paesi europei, dia un segnale attenzione verso le nostre aspettative elevando il rango della nostra rappresentanza diplomatica a Roma, sarebbe un gesto nella giusta direzione".

sabato 26 marzo 2011

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Le organizzazioni umanitarie dicono che nel Paese in 30 anni sono sparite 17 mila persone.

I signori di Damasco
una dinastia spregiudicata

Di padre in figlio: gli Assad al potere da 40 anni. E che adesso hanno paura della "Primavera di Damasco". Il capostipite Hafez prese il potere due anni dopo che Gheddafi l'aveva preso a Tripoli

di BERNARDO VALLI BENGASI - La notizia che l'insanguinata "primavera araba" sta investendo anche la Siria non mi coglie tanto di sorpresa, mentre seguo la guerra civile libica. E non solo perché i raìs, in tutte le capitali, del Maghreb e del Makresch, d'occidente e d'oriente, sono quasi tutti despoti destinati a cadere come birilli o a mantenersi per il momento in sella, come Gheddafi, seminando cadaveri. Il padre dell'attuale presidente siriano era un generale d'aviazione.

Venne battezzato il Bismark dell'Estremo Oriente. Era un uomo freddo e duro. Prese il potere a Damasco nel 1971, due anni dopo che il colonnello Muhammar Gheddafi l'aveva preso a Tripoli. I due colpi di Stato sono avvenuti in contesti diversi. Uno contro un debole regime siriano. Il quale era stato sconfitto e umiliato in una battaglia delle truppe blindate beduine di re Hussein di Giordania, dopo il Settembre nero, che aveva opposto i palestinesi di Al Fatah, di cui Arafat era il capo, e i beduini del monarca hascemita. Più che essersi schierato con Arafat, Damasco aveva colto l'occasione per affrontare l'avversario re Hussein. In Libia fu invece spazzata via una monarchia fragile, incerta nel gestire la nuova ricchezza del petrolio. Ma entrambi i colpi di Stato hanno allora confermato che il dispotismo nel mondo arabo era riservato, in quegli agitati decenni, ai militari.

Hafez el-Assad (Assad I) sembrava in verità destinato a una breve carriera di dittatore. Ero a Beirut in quei giorni e non avrei puntato un centesimo su di lui. Apparteneva a una minoranza, era un alauita, una corrente dell'Islam relegata in Siria sulle montagne, e quindi non avrebbe retto, secondo i sofisticati analisti di Beirut, all'inevitabile rivalità delle altre comunità, assai più numerose e assuefatte
a governare. Uno dopo l'altro, gli amici e colleghi libanesi e siriani autori di quella profezia morirono invece prima di lui. Furono uccisi nella interminabile guerra civile libanese, in cui Hafez el-Assad ebbe sempre un ruolo determinante e deleterio. Tra quelle vittime c'era un vecchio amico: il cristiano maronita Edouard Saab, coraggioso direttore del quotidiano Le Jour, colpito da una pallottola in fronte, nel centro di Beirut, mentre era al volante della sua automobile. Seduto accanto a lui, Henry Tanner del New York Times uscì indenne. Assad senior è morto nel suo letto, e il figlio Bashar gli è succeduto undici anni fa.

Gli Assad sembrano o sembravano eterni. Ma, a dispetto delle apparenze, l'abile, spregiudicato equilibrio su cui si è appoggiato per decenni il loro clan, basato in gran parte sulle forze armate, cominciava a traballare. Per questo non mi stupisce quel che sta accadendo in queste ore. Anche se non è facile scalzare Assad. Il suo potere ha radici profonde. E il sangue scorre facilmente in Siria. L'esercito esiste e conta. Come ha contato e conta in Egitto; e non conta invece in Libia, dove Gheddafi un esercito vero non l'ha mai creato. Giocando sulla strategica posizione della Siria (sull'asse della "Mezzaluna fertile" con l'Iraq e limitrofa anche del Libano, della Giordania, della Turchia e d'Israele), i due Assad padre e figlio, al contrario dell'Egitto dello Yemen e della Giordania non hanno mai stretto un'alleanza con gli Stati Uniti e hanno mantenuto relazioni privilegiate con l'Iran, dopo la rivoluzione khomeinista.

Gli Assad si sono destreggiati nei rapporti con i palestinesi. Hanno fomentato le rivalità tra le correnti. Li hanno combattuti, uccidendone più di quanti ne abbiano uccisi gli israeliani. Con Hamas, Bashar, il figlio, va d'accordo. Ne ospita i dirigenti. Esercita inoltre un'influenza sugli hezbollah libanesi, con i quali sa essere severo quando deve placare le preoccupazioni all'interno del suo paese, dove è vivo il timore di essere trascinati da quegli alleati sciiti libanesi esaltati in disordini simili a quelli che tormentano, insanguinano il vicino Iraq. Inoltre la Siria è sempre ufficialmente in guerra con Israele, che occupa un territorio siriano sulle alture del Golan. Con il clan degli Assad hanno conti da regolare i Fratelli musulmani, che il padre Hafez massacrò nella città di Hama, poi demolita con i bulldozer. Nella rivoluzione araba che infuria, la Siria di Assad presenta la peculiarità di essere antiamericana, al contrario della Tunisia dei Ben Ali e dell'Egitto di Mubarak. La Libia di Gheddafi sfuggiva ad ogni classificazione prima di essere tragicamente isolata.

Ma l'antiamericanismo non sembra rappresentare un vaccino contro la protesta democratica. La collera dei manifestanti a Tunisi e al Cairo era rivolta contro i rispettivi raìs, senza alcun riferimento agli Stati Uniti e a Israele. E i ribelli libici invocano l'aiuto occidentale. Bashar el-Assad è accusato dai manifestanti di essere un falso riformatore. Laureato in medicina, e poi convertito alla politica per prendere la successione del padre, egli si prestava come un uomo aperto alla modernità, appassionato d'informatica ed esperto internauta. Ma ha fatto disperdere brutalmente le timide manifestazioni dei giovani armati di candele riunitisi la sera a Damasco per appoggiare l'insurrezione del Cairo. Il caso di Tal al-Malluhi, una ragazza di diciannove anni, autrice di blog impertinenti, arrestata, maltrattata, condotta in tribunale con gli occhi bendati e le manette, e condannata a cinque anni per spionaggio a favore degli Stati Uniti, non ha reso credibile la conversione democratica di Bashar.

Le promesse in favore della democrazia, della critica costruttiva e della trasparenza, sono state propagandate a lungo. Avrebbero dovuto promuovere la «Primavera di Damasco». Ma il regime ha continuato a mantenere lo stato d'urgenza in vigore dal 1963. Per questo gli oppositori denunciano come una truffa l'esibito riformismo di Bashar el-Assad. E non hanno creduto quando in febbraio ha annunciato che gli avvenimenti di Tunisia, d'Egitto e dello Yemen, avevano aperto una nuova era in Medio Oriente. Il tentativo di accodarsi alla primavera araba non gli è riuscito. Le organizzazioni dei diritti dell'uomo denunciano la Siria come uno dei paesi in cui si pratica di più la tortura in trent'anni sarebbero scomparsi diciassettemila persone.

(26 marzo 2011) © Riproduzione riservata

giovedì 17 marzo 2011

Gaza, il bastone e la carota

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Abbas apre a Haniyeh: 'Pronto a venire nella Striscia anche domani', mentre Hamas reprime con la violenza le manifestazioni per l'unità nazionale

Il capo del Consiglio legislativo di Gaza, Ismail Haniyeh, ha oggi ufficialmente aperto al dialogo con il presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen. Quest'ultimo si è detto pronto a recarsi nella Striscia di Gaza "anche domani" per vagliare le opzioni necessarie alla riconciliazione con il movimento islamico che controlla la Striscia. Sarebbe la prima visita del leader palestinese a Gaza dopo le elezioni del 2006 e la presa del potere con la forza da parte di Hamas nel 2007. Il leader di al-Fatah si e' detto anche disponibile a rinviare la formazione di un nuovo governo in Cisgiordania per arrivare a un accordo di unità nazionale con Hamas.

Il primo passo verso un processo di distensione tra le due fazioni è stato compiuto all'indomani della grande manifestazione di ieri, durante la quale migliaia di persone sono scese in strada nei Territori Occupati per chiedere la fine delle ostilità tra Hamas e Fatah. A Gaza, i cortei dei giovani del 15 marzo, movimento creato alcuni mesi fa sulla base di un manifesto che elenca le richieste della popolazione palestinese per un futuro di unità, sono stati attaccati dai poliziotti di Hamas. Circa trecento ragazzi sono stati feriti. Stesso trattamento è stato riservato dagli agenti della sicurezza di Hamas ai partecipanti al corteo organizzato dagli studenti dell'università di al-Zahar stamani. Le contestazioni di oggi erano state organizzate in protesta contro la repressione di ieri. Del migliaio circa di partecipanti, alcune decine sarebbero stati contusi.

Se dall'annunciato futuro incontro tra Haniyeh e Abu Mazen dovessereo emergere indicazioni positive, il leader dell'Anp ha detto che le discussioni potrebbero prendere la direzione di accordi per un possibile esecutivo di unità nazionale. L'obiettivo, per Abu Mazen, è lo svolgimento in tempi rapidi - entro sei mesi - di elezioni amministrative, legislative e presidenziali. Da Ramallah arrivano indicazioni per una consultazione tra luglio e settembre, ma Hamas ha sempre rifiutato di far tenere elezioni nella sua roccaforte. Il portavoce del movimento, Sami Abu Zuhriv, ha tuttavia salutato con soddisfazione l'apertura di Abu Mazen, dichiarando che Hamas mantiene comunque una riserva: "Dovremo verificare questa apertura attraverso nostre fonti dirette per vedere se si tratta di un fatto reale o di propaganda".

Intanto, Samah Ahmed, giovane giornalista di Gaza accoltellata ieri mentre cercava di documentare con foto e video la manifestazione per l'unità nazionale, è tutt'ora ricoverata allo Shifa hospital. I suoi assalitori sono fuggiti subito dopo l'aggressione.

Luca Galassi

giovedì 10 febbraio 2011

Uzbekistan, arresti causano la depoliticizzazione di un forum web

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Le autorità uzbeke hanno bloccato l'accesso alla pagina dalla rete internet nazionale

Le autorità uzbeke vogliono evitare i disordini e le proteste popolari contemporanee che hanno trovato in internet uno dei principali strumenti di organizzazione.

Il forum più popolare fra gli internauti uzbeki, Arbuz, è tornato accessibile solo oggi dopo una pausa che si protraeva da inizio 2011. Il proprietario del forum ha fatto sapere che tutte le discussioni a carattere politico e religioso verranno rimosse dalla pagina.

La "depoliticizzazione" è seguita all'arresto di alcuni utenti del famoso forum e al blocco dell'accesso alla pagina dalla rete nazionale uzbeka. L'amministratore aveva inviato un messaggio ai propri utenti chiedendogli di non cercare di entrare all'interno del forum per salvaguardare la propria incolumità.

mercoledì 9 febbraio 2011

Yemen, giovani organizzano venerdì della collera a Aden

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)
L'appello dei ragazzi pubblicato su internet

Un gruppo di giovani yemeniti da alcuni giorni sta facendo girare in internet un appello per organizzare per il prossimo venerdì una grande manifestazione. La notizia, diffusa dal quotidiano 'al-Hayat', parla dell'organizzazione del 'venerdì della collera per Aden' per manifestare contro il governo yemenita di Ali Abdullah Saleh.

Secondo le testimonianze le manifestazioni si dovrebbero concentrare nella città di Aden. La manifestazione è l'occasione giusta per rispondere allo scontro avvenuto nella notte fra alcuni manifestanti secessionisti e la polizia. Gli scontri hanno causato il ferimento di una persona e l'arresto di 12 manifestanti.

lunedì 31 gennaio 2011

Giordania, sostegno al re, ma a patto di riforme

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Come in Egitto i giordani chiedono riforme politiche e di governo, ma sostengono la famiglia regnante di Amman

L'opposizione islamica in Giordania chiede riforme politiche ma, a differenza dell'Egitto, non un cambiamento di regime.
È quanto ha spiegato il segretario generale del Fai, il Fronte d'azione islamica, Hamzeh Mansour: "Noi riconosciamo la legittimità degli hascemiti, la famiglia regnante ad Amman. Non ci sono parallelismi tra Giordania e Egitto in quanto il popolo egiziano domanda un cambiamento di regime. Noi domandiamo riforme politiche e di governo".

Ma Zaki Bani Rsheid, membro del Consiglio esecutivo del Fai, ha affermato che l'atteggiamento e le richieste potrebbero cambiare se le autorità non agiranno rapidamente". Rsheid ha riferito che una delegazione del Fai ha incontrato ieri il primo ministro Samir Rifai, e gli ha consegnato una mozione in cui si chiede in particolare le dimissioni del governo, la modifica della legge elettorale, la formazione di un governo di salvezza nazionale, e l'elezione del primo ministro. Secondo Mansour, si tratta di "un inizio di dialogo".