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sabato 28 maggio 2011

Un nuovo Iran per un nuovo Medio Oriente

Articolo tratto da Limes (http://temi.repubblica.it/limes)


di Pejman Abdolmohammadi e Karim Mezran
La primavera araba finora non ha investito Teheran direttamente, ma le sta dando un nuovo ruolo strategico nella regione. Il riavvicinamento con l'Egitto. L'Occidente dovrebbe appoggiare Ahmadinejad più che Khamenei.

Limes 1/2011 "Il grande tsunami"
| Articoli sull'Iran | Articoli sull'Egitto



(Carta di Laura Canali tratta da Limes 1/11 "Il grande tsunami" - clicca sulla carta per ingrandirla)

La crisi politica nordafricana e mediorientale degli ultimi mesi ha distolto l’attenzione internazionale dall’Iran, inducendo gli analisti a concentrarsi soprattutto su quanto accade nei paesi arabi della regione. Sebbene l’Iran non sia coinvolto direttamente nei cambiamenti e nei tumulti, sta acquisendo rapidamente un nuovo ruolo strategico all’interno dello scacchiere mediorientale. Sono almeno due i fronti sui quali la Repubblica islamica punta a rafforzare la propria presenza sul piano geopolitico: il Golfo persico e il levante mediorientale.

Per quanto riguarda il primo, avendo l’onda d’urto delle rivolte nordafricane raggiunto anche Stati arabi quali il Bahrain, il Kuwait e l’Arabia Saudita, si è creata l’occasione storica per l’Iran di esercitare la propria influenza tra i dissidenti sciiti di questi paesi, aumentandone così l’instabilità politica. L’avversità tra Teheran e i paesi arabi del Golfo ha infatti origini storiche: da un lato, è sempre presente l’antagonismo identitario tra arabi e persiani; dall’altro, resta forte la rivalità tra sunniti e sciiti, i primi al potere in tutte le monarchie arabe del Golfo persico, i secondi al potere nella repubblica islamica dell’Iran.

Nelle ultime settimane le relazioni diplomatiche tra l’Iran e questi Stati si sono incrinate. Le autorità governative di Arabia Saudita, Kuwait e Qatar hanno criticato con toni piuttosto accesi, accusandola di ingerenza negli affari interni di un altro Stato, il regime di Teheran. Questo aveva manifestato il proprio sostegno nei confronti degli sciiti insorti contro la monarchia del Bahrein.


Anche l’Iran nelle ultime settimane ha usato toni abbastanza duri nei confronti dei paesi arabi del Golfo, in particolar modo l’Arabia Saudita, criticandone l’intervento militare sul territorio del Bahrein contro l'opposizione locale. Pertanto il clima politico nell’area diventa sempre più teso.


Su entrambi i versanti assistiamo a manifestazioni di ostilità reciproche: uno degli sermoni del venerdì a Teheran è stato l’occasione per udire slogan contro le dinastie monarchiche in Bahrein e Arabia Saudita, mentre manifestanti radunatisi davanti all’ambasciata del Regno a Teheran hanno lanciato invettive contro il governo di Manama e quello di Riyad. Parimenti Kuwait e Bahrein hanno minacciato l'Iran di congelare i rapporti diplomatici, espellendo alcuni funzionari del suo corpo diplomatico dai loro paesi.


Per quanto invece concerne il levante mediorientale, la caduta di Mubarak ha aperto all’Iran una nuova possibilità per ritrovare uno spazio da protagonista. Per Teheran infatti è l'occasione, dopo oltre trent’anni di assenza di rapporti diplomatici, di stringere una nuova alleanza strategica con il Cairo. Le relazioni tra i due paesi si sono incrinate a partire dalla rivoluzione islamica del 1979 in Iran, quando l’allora presidente egiziano Anwar Sadat concesse l’asilo politico allo Shah di Persia Mohammad Reza Pahlavi. L’avvicinamento dell’Egitto di Hosni Mubarak allo Stato d’Israele ha ulteriormente allontanato i due paesi mediorientali. Con un’operazione altamente simbolica l’Iran, con il consenso del leader della Rivoluzione, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, dedicò negli anni Ottanta una delle strade principali della capitale a ‘Khaled Eslamboli’, l’organizzatore dell’attentato terroristico nel quale fu ucciso il presidente Sadat, suscitando la contrarietà delle autorità egiziane.


La politica estera iraniana sembra quindi avviarsi verso una svolta epocale. Infatti, a partire dalla rivolta egiziana dello scorso 25 gennaio e dalla caduta di Mubarak, le autorità iraniane hanno manifestato interesse per una ripresa di dialogo con il Cairo. Nelle ultime settimane, sia il ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, sia il suo omologo egiziano, Nabil al-Arabi, hanno ufficialmente espresso la volontà dei due governi di riprendere i rapporti diplomatici. La stessa commissione parlamentare iraniana per gli Affari esteri ha speso parole favorevoli in tal senso. Lo scorso 11 aprile, infine, il governo di Teheran ha inviato il proprio rappresentante presso le Nazioni Unite in missione al Cairo.

Il nuovo ruolo dell’Iran nel Medio Oriente e la sua linea politica estera sono direttamente collegati alla sempre più evidente spaccatura interna al vertice della repubblica islamica. Ormai da più di otto mesi è diventato sempre più evidente come lo scenario politico iraniano sia diviso internamente in due fronti tra loro antagonisti: quello religioso ultraconservatore, vicino alla Guida Suprema l’ayatollah Ali Khamenei, e quello nazional-popolare, vicino al presidente Mahmoud Ahmadinejad. Si tratta di uno scontro interno sempre più forte che influenza anche in modo indiretto la politica estera. Entrambi i contendenti hanno interesse a rendere l’Iran uno dei soggetti protagonisti sul piano strategico del nuovo Medio Oriente.


Tuttavia gli scopi delle due fazioni sul piano della politica estera sembrano nettamente divergenti. I khameneisti, composti prevalentemente dal clero ultraconservatore e dai vertici dei pasdaran e dei basij, vogliono intensificare il proprio sostegno agli oppositori interni delle monarchie arabe, al fine di accrescere la tensione interna in quei paesi allo scopo di rendere più forte e stabile un fronte politico-ideologico di matrice sciita nella regione. Questo fronte infatti vorrebbe da un lato rafforzare il cosiddetto triangolo sciita composto da Iran, Iraq e Libano (Hezbollah), e dall’altro creare nuove aree di potere sciita di supporto al triangolo stesso. Aree che potrebbero essere potenzialmente presenti nei paesi arabi del Golfo e nello Yemen.

Invece, sul fronte del Golfo persico, la fazione di Ahmadinejad - sostenuta da una emergente classe dirigente laico-nazionalista guidata dal braccio destro del presidente, Esfandiar Rahim-Mashai e da un’alleanza strategica tra i cosiddetti ‘general-managers’ (gli ex generali entrati nel business e nella vita economica del paese) - ha mantenuto una posizione moderata, cercando di evitare ogni scontro con gli Stati vicini. L’interesse di questo fronte non è quello di strumentalizzare il conflitto tra sciiti e sunniti e alimentare tensioni politiche nella regione ma quello di rendere sempre più forte il nazionalismo persiano in chiave anti-araba, mantenendo però la stabilità nell’area.

Sul fronte egiziano i khameneisti sono propensi a riprendere i rapporti diplomatici, puntando però soprattutto a un’alleanza con i Fratelli musulmani e con tutta quella fazione ideologico-islamica che potrebbe avere un ruolo dirigenziale nell’Egitto post-Mubarak; gli ahmadinejadiani invece, pur intendendo coltivare alleanze con il Cairo, vedrebbero come interlocutore ideale non tanto le componenti islamiste quanto la nuova classe dirigente militare, portatrice di una visione più laica e nazionalista, in sintonia con quella dei ‘general-managers’.


Questa linea politica è duramente contrastata dal fronte khameneista. Lo scontro interno negli ultimi mesi tra la Guida Suprema e il presidente ne costituisce una piena testimonianza. L’esito di tale scontro sarà di considerevole importanza non solo per il futuro dell’Iran, ma, come si è cercato di evidenziare, anche per il destino di tutta la regione. Se dovesse prevalere il fronte khameneista la politica estera iraniana sarebbe tesa al rafforzamento del ‘triangolo sciita’, promuovendo soprattutto l’emergere di nuove realtà sciite nei paesi arabi del Golfo persico. Qualora invece dovesse vincere l’ala Ahmadinejad-Mashai si affermerebbe una politica propensa a promuovere alleanze con le forze laico-nazionaliste di paesi quali l’Egitto, la Giordania e il Libano.

In quest’ultimo caso, un’inedita alleanza tra Iran ed Egitto - entrambi con un'impronta più laica e nazionalista - con il concorso della Giordania e di un Libano lontano da Hezbollah e pro-Hariri, potrebbe dare vita ad un nuovo blocco mediorientale, in grado di traghettare l’intera regione verso un mutamento epocale all’insegna di una linea più laica e riformista.


Se questa chiave di lettura è come crediamo quella più corretta, le implicazioni per la politica estera dei paesi occidentali sarebbero importantissime. In apparenza, fino ad oggi, l’opinione pubblica dei paesi democratici ha percepito il fronte khameinista come quello più moderato e tendente alla ricerca di un rapporto meno bellicoso con l’Occidente, valutando invece le idiosincrasie di Ahmadinejad e i suoi atteggiamenti estremisti e anti-semiti come più pericolosi e potenzialmente distruttivi.


La realtà sembra essere completamente diversa. Infatti, osservando le dinamiche interne all’Iran, appare subito evidente che l’ala facente capo al presidente è quella che l’Occidente dovrebbe, nei limiti del possibile, favorire e con la quale dovrebbe cercare un dialogo. Quella fazione, nell’ambito degli scontri interni per il potere, ha interesse a stabilire una serie di relazioni positive con i paesi arabi per aumentare il consenso interno e mostrare finalmente il nuovo status di potenza regionale raggiunto dall’Iran.

martedì 24 maggio 2011

Kazakistan, sì all'invio di truppe in sostegno al contingente Nato in Afghanistan

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Si tratta del primo Paese asiatico dell'ex Unione Sovietica che entra nel conflitto a fianco dell'Alleanza

Il Kazakistan sarà il primo Stato dell'area asiatica facente capo all'ex Unione Sovietica a inviare un contingente militare in appoggio alle truppe Nato di stanza in Afghanistan. Secondo la Reuters, il provvedimento prevede che i soldati restino in loco per sei mesi, ed è stato approvato lo scorso mercoledì dai membri del parlamento kazako.

Le autorità di Astana hanno consentito il libero accesso sul proprio territorio ai mezzi Nato e Usa per il trasporto di carichi militari, nonché di truppe, verso l'Afghanistan. Robert Simmons, Rappresentante speciale del Segretario generale Nato per il Caucaso e l'Asia centrale, ha dichiarato che l'esercito kazako ha già raggiunto un buon livello di cooperazione con quello dell'Alleanza.

Il patto tra la Nato e il Kazakistan è stato firmato il 27 gennaio 2010, come necessario "complemento" di un accordo simile stipulato con Mosca, che a sua volta ha permesso all'Alleanza di rifornire il proprio esercito in Afghanistan inviando armi e truppe che vengono fatte transitare sul territorio russo. Si tratta di decisioni non prive di conseguenze sul piano della sicurezza interna, come dimostrano gli attentati terroristici in Kazakistan dell'ultima settimana.

martedì 17 maggio 2011

Israele-Palestina, Obama: 'Sì al riconoscimento di uno Stato palestinese'

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacerporter.net)


Prime indiscrezioni sul discorso del presidente Usa in Medioriente, previsto per questa settimana

Si diffondono le prime indiscrezioni sulla bozza del discorso che Barack Obama terrà questa settimana in Medio Oriente. Secondo quanto riferito dal quotidiano di Tel Aviv, Yedioth Aharonot, i due punti-chiave del testo sarebbero la nascita di uno Stato palestinese entro i confini stabiliti nel 1967, e il no alla richiesta unilaterale di riconoscimento dello stesso davanti all'Onu.

Obama dovrebbe poi chiedere ai palestinesi la rinuncia al terrorismo e il riconoscimento di Israele, nonché il fatto di istituire Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati. Da parte sua, lo Stato ebraico dovrà cessare l'espansione delle proprie colonie in Cisgiordania. I palestinesi però rivendicano Gerusalemme Est come capitale del proprio Stato, e pretendono che quest'ultimo rispetti i confini del 1967 (tranne nel caso di limitati scambi di territori di uguale grandezza).

Nella giornata di ieri, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha tenuto un discorso in Parlamento, nel quale ha ipotizzato delle rinunce territoriali da parte di Israele in Cisgiordania. Nessun accenno alla questione dei confini e un radicale rifiuto a proposito della spartizione di Gerusalemme. Netanyahu ha parlato invece di una possibile annessione di alcune aree d'insediamento ebraico in Cisgiordania.

sabato 14 maggio 2011

Abu Mazen: "Colonie o pace, adesso Israele deve scegliere"

Articolo tratto da "La Repubblica" (http://www.repubblica.it), da quest'articolo in poi articoli anche sulla pagina fan di Facebook su "Il Mondo Futuro".

Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese parla alla vigilia della visita di Napolitano. "Nel prossimo mese di settembre presenteremo alle Nazioni Unite la nostra dichiarazione di indipendenza. Spero che Roma dia presto un segnale elevando il rango della nostra rappresentanza diplomatica"

dal nostro inviato FABIO SCUTO RAMALLAH - Fervono i lavori di ampliamento nella Muqata, il palazzo del presidente palestinese. Il nuovo Stato che "presto, molto presto, nascerà", dice Abu Mazen seduto nel suo studio, ha bisogno di nuove e più ampie strutture governative, e di uffici che possano accoglierle. C'è un senso di ottimismo nelle stanze del presidente, la percezione che si sta vivendo un momento cruciale e delicato per il popolo palestinese. "Il negoziato diretto con gli israeliani resta la nostra priorità", spiega Abu Mazen mentre si accende una sigaretta, anche se ufficialmente ha smesso di fumare, "ma se il nostro partner non vuole trattare andremo all'Onu in settembre a chiedere se il nostro popolo, che è tornato unito, ha finalmente il diritto a uno Stato". La riconciliazione di tutti i gruppi palestinesi che tanto allarma Israele, per il presidente, non è un pericolo per la pace anzi un'opportunità. "Netanyahu prima diceva che non sapeva con chi doveva parlare per trovare un accordo con i palestinesi, se con Gaza o con Ramallah, adesso lo sa. È con me che deve parlare e il numero di telefono lo conosce bene".

Dopo la firma della riconciliazione al Cairo deve nascere un nuovo governo palestinese che entro un anno dovrà organizzare le elezioni legislative e presidenziali. Che peso avrà Hamas?
"Questo governo nasce con un programma preciso. I ministri devono essere dei tecnocrati indipendenti, in grado di affrontare le nostre prossime
sfide che non sono semplici. È un "governo del presidente" che attuerà un percorso chiaro e condiviso da tutti partiti. Politica estera e negoziato di pace restano una prerogativa dell'Olp".

A chi darà l'incarico di formare questo esecutivo?
"Ho un unico candidato ed è Salam Fayyad"

Che assicurazioni ha avuto da Hamas, che controlla la Striscia di Gaza? Per tutto l'inverno sono piovuti razzi sparati dai miliziani sulle città israeliane circostanti la Striscia...
"Deve rispettare una tregua assoluta. Anche Hamas è interessato a che la situazione resti tranquilla a Gaza e rispetterà gli impegni che ha preso. In Cisgiordania, l'Anp continuerà a garantire la sicurezza più alta possibile come del resto abbiamo fatto in questi ultimi tre anni. Sono convinto che dopo la formazione del governo il clima politico cambierà completamente"

Israele non si sente rassicurato da questa riconciliazione. Netanyahu vi chiede di scegliere tra Hamas e la pace...
"Le cose non stanno in questi termini. La nostra scelta è nel mezzo: Hamas come parte del popolo palestinese che non può essere escluso dal processo politico e Netanyahu come partner per la pace. In un sistema democratico Hamas potrebbe rappresentare l'opposizione, come in tutti i paesi moderni. È Netanyahu che deve scegliere fra le colonie e la pace con noi".

Il "governo del presidente" ancora non c'è ma misure di ritorsione sono già partite...
"Il blocco del trasferimento delle tasse doganali per le merci dirette nei territori dell'Anp è inaccettabile, è contro la legalità internazionale e gli accordi intercorsi con Israele. Sono soldi dei palestinesi e sono necessari alle casse dell'Anp per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici. Èuna risorsa vitale per noi".

Il primo appuntamento per lei e per l'Anp è in settembre all'Assemblea dell'Onu, dove verrà presentata la dichiarazione d'indipendenza dello Stato palestinese entro i confini del 1967. Che scenario ci dobbiamo aspettare?
"La nostra priorità resta il negoziato con Israele, iniziativa appoggiata da tutta la comunità internazionale. Ma se nelle trattative non ci sono progressi, la nostra seconda scelta è quella di andare davanti alle Nazioni Unite. Non dobbiamo dimenticare le parole dette dal presidente Obama l'anno scorso al Palazzo di Vetro: vogliamo vedere l'anno prossimo la Palestina in questa Assemblea".

Quando lei ha annunciato la dichiarazione d'indipendenza la Casa Bianca non l'ha presa bene...

"Noi non vogliamo uno scontro con l'America, però gli Stati Uniti devono avere la consapevolezza che la situazione attuale non è più sostenibile. Obama è un uomo serio e sincero, abbiamo avuto subito fiducia in lui e ancora ne abbiamo. Chiediamo due cose semplici agli Usa: una posizione ferma sul blocco nella costruzioni degli insediamenti israeliani sulle nostre terre e un impegno nel processo di pace. Impegni che l'Europa ha già preso".

Lei in che ruolo si vede in questo futuro Stato palestinese?
"In quello del pensionato".

Scusi?
"Alla fine di questo ciclo di transizione non mi candiderò alla guida dell'Anp e lascerò anche l'incarico di presidente dell'Olp. Quando sono stato eletto il mio programma era: maggiore sicurezza, sviluppo economico e sociale, arrivare alla riconciliazione e poi l'indipendenza del nostro Stato. Quest'anno c'è la possibilità di realizzare tutto questo, poi me ne vado in pensione".

Lunedì lei incontrerà a Betlemme il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, cosa si aspetta da questa visita?
"Con il presidente Napolitano c'è un'amicizia vera, una storia condivisa. E con il popolo italiano abbiamo un legame molto particolare. Spero che l'Italia, come hanno già fatto altri Paesi europei, dia un segnale attenzione verso le nostre aspettative elevando il rango della nostra rappresentanza diplomatica a Roma, sarebbe un gesto nella giusta direzione".