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martedì 21 agosto 2012

Siria, Obama avverte Assad: se usa le armi chimiche Stati Uniti pronti a valutare opzione militare

da www.ilsole24ore.com


Per il momento gli Stati Uniti non prevedono un intervento militare in Siria, «ma l'uso di armi chimiche cambierebbe» la mia strategia: lo ha detto il presidente americano, Barack Obama, definendo «improbabile» un'uscita di scena «morbida per Assad».
La Casa Bianca, dunque, avverte di nuovo Bashar Assad su un eventuale uso delle armi chimiche nel confitto siriano. «Per noi quella è una linea rossa», ha ribadito il presidente americano. «Vi sarebbero enormi conseguenze - ha aggiunto - il presidente americano- se dovessimo accorgerci di movimenti o utilizzo di armi chimiche. Tutto ciò cambierebbe i miei piani in maniera significativa».
Da Mosca e Pechino «no» a interventi non autorizzati da Onu
Intanto, dopo le dichiarazioni di Obama, Mosca e Pechino hanno ribadito oggi indirettamente la loro opposizione a ogni ipotesi di intervento straniero non autorizzato dall'Onu in Siria, concordando sulla inammissibilità di qualsiasi violazione dello statuto delle Nazioni Unite. Lo ha detto il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov, citato da Itar-Tass. Lavrov ha ricordato che Mosca e Pechino difendono la «necessità d'aderire strettamente alle norme del diritto internazionale e ai principi dello statuto dell'Onu e di non consentire la loro violazione».
E da Mosca arriva anche una precisazione ulteriore. Il vicecapo del Dipartimento federale per lo stoccaggio e la distruzione delle armi chimiche, colonnello Vladimir Mandych, fa sapere che la Russia non ha mai fornito armi chimiche alla Siria. Lo riporta l'agenzia di stampa Interfax, dopo che media internazionali hanno scritto che le armi chimiche in possesso di Bashar al Assad, sarebbero state fornite dalla Russia. «Io non direi che le armi chimiche in possesso di Damasco siano di costruzione sovietica o russa», ha detto il colonnello rispondendo a una domanda durante una conferenza stampa.
In Siria continuano i bombardamenti
In Siria, sono proseguiti per tutta la notte i bombardamenti governativi su gran parte dei quartieri di Aleppo e sul suo circondario, in particolare sulle località di Marea e Tall Rifaat: lo ha denunciato l'Osservatorio siriano per i Diritti umani, organizzazione dell'opposizione in esilio con sede nel Regno Unito, secondo cui nella capitale economica della Siria sono rimasti uccisi almeno altri nove civili, tra cui bambini e donne. Dal canto loro i Comitati Locali di Coordinamento della Rivoluzione, altro movimento dissidente, hanno riferito di intensi cannoneggiamenti contro Damasco da parte di carri armati lealisti, schierati al posto di blocco di Jdaidet Aruz, a sud-ovest della capitale.
Aerei da guerra avrebbero inoltre martellato con le mitragliatrici pesanti i sobborghi meridionali di al-Hajar al-Aswad e di Babila, mentre caccia-bombardieri sono stati visti sorvolare quello di Assali.
Stando allo stesso Osservatorio nella sola giornata di ieri, la seconda in Siria della festività di Eid al-Fitr che conclude il Ramadan, si sono contati come minimo 167 nuovi morti accertati: 88 civili, 26 dei quali nella provincia occidentale di Rif Dimashq che circonda Damasco; 47 soldati e 32 ribelli. Rinvenuti inoltre dodici cadaveri non ancora identificati, compresi quelli di alcuni minori, nel quartiere di Qaboon, che si estende alla periferia est della capitale.
Negli scontri ad Aleppo uccisa l'inviata giapponese
Mika Yamamoto, l'inviata giapponese morta in Siria colpita a morte ieri nel pieno di un duro scontro ad Aleppo tra ribelli e forze governative siriane, è stata uccisa con ogni probabilità dal fuoco di queste ultime.
Lo ha affermato oggi in una intervista telefonica alla tv pubblica, la Nhk, Kazutaka Sato, un collega di viaggio e di testata di Yamamoto, testimone oculare della tragedia.
«Abbiamo visto - ha raccontato Sato - un gruppo di persone in tuta mimetica correre verso di noi e sembravano soldati governativi. Hanno sparato a caso a soli 20-30 metri di distanza o anche da più vicino».
Le edizioni pomeridiane dei principali quotidiani nipponici, a partire da Yomiuri e Asahi, hanno in prima pagina il ricordo di «una giornalista che -scrivono- sapeva dare voce alle donne e bambini» in contesti tragici e sanguinosi.

Mika, la veterana delle guerre uccisa per le strade di Aleppo

da www.repubblica.it

Il ministero degli Esteri di Tokyo ha confermato la morte di Yamamoto, reporter di prima di linea già in Afghanistan e in Iraq. A Baghdad si era salvata per un soffio in un bombardamento dell'Hotel Palestine. Aveva vinto il "Pulitzer" giapponese. Altre tre cronisiti dispersi

TOKYO - Il ministero degli Esteri giapponese ha confermato ufficialmente la morte ad Aleppo della giornalista Mika Yamamoto, 45 anni. A identificarla è stato un collega che si trovava insieme a lei, Kazutaka Sato, il quale ha riferito che sarebbe stata colpita durante uno scontro a fuoco fra ribelli e soldati dell'esercito siriano.

La donna, la prima cittadina di Tokyo e la quarta reporter straniera a perdere la vita nel conflitto in Siria, lavorava per un'agenzia di stampa indipendente, la 'Japan Press', ed era una veterana del giornalismo di guerra, con esperienze in Afghanistan e Iraq, dove nel 2003 sfuggì per miracolo al bombardamento del 'Palestine Hotel' di Baghdad da parte di un carro armato americano. Il reportage fatto su quella esperienza le valse il premio 'Vaughn-Ueeda', il "Pulitzer" giapponese.

In un video sul web, il capitano Ahmed Ghazali, combattente ribelle, dichiara che Yamamoto è rimasta uccisa ad Aleppo 1 e attribuisce la responsabilità all'esercito del presidente Bashar Assad: "Accogliamo volentieri ogni giornalista che voglia entrare in Siria, garantiamo sicurezza all'ingresso ma non siamo responsabili delle brutalità delle forze di Assad contro i media", dice il combattente nel filmato. Aggiunge poi di sperare che la morte della giapponese spinga a un intervento internazionale: "Spero che i Paesi che non sono mossi ad agire dal sangue siriano lo saranno dal sangue della loro gente".

In realtà, come sempre nel caos, non è chiaro cosa sia avvenuto. Rimasta in mezzo a una sparatoria tra lealisti e ribelli nel quartiere di Suleyman al-Halabi, Yamamoto avrebbe subito una lesione letale da arma da fuoco al collo. Rimane controversa l'identità degli uccisori. "Abbiamo visto un gruppo di persone in tuta mimetica venire verso di noi - ha detto Sato, il collega - , sembravano soldati governativi, che hanno poi preso a sparare all'impazzata da una distanza di 20 o 30 metri, forse addirittura più da vicino".

Stando invece all'emittente 'al-Huba', una televisione finanziata dagli Stati Uniti che trasmette in lingua araba, l'autista della reporter avrebbe dichiarato che la vettura con a bordo la vittima sarebbe stata assaltata da combattenti che indossavano divise identiche a quelle del Libero esercito siriano, braccio armato dell'opposizione costituito in massima parte da disertori. L'Les ha tuttavia immediatamente smentito, imputando l'attacco alle truppe regolari.

A trasportare Yamamoto in ospedale avrebbero contribuito attivisti dell'Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione dell'opposizione in esilio con sede in Gran Bretagna, il cui presidente Rami Abdel Rahmane non è stato peraltro in grado di chiarire i dubbi sull'effettiva dinamica dell'accaduto. Ha invece confermato che con Yamamoto c'erano altri tre giornalisti stranieri - due arabi, tra cui una libanese, e un turco - che ora risultano dispersi.
(21 agosto 2012)

lunedì 6 agosto 2012

Premier siriano diserta e fugge "E' in corso genocidio"

da www.repubblica.it

Il primo ministro si trova già in Giordania. Omar Ghalawanji nominato premier ad interim. Terzi: "Regime di Assad sta implodendo". Esplosione nella sede centrale della tv di Stato. Si combatte ad Aleppo. Assalto a monastero cristiano a Damasco. Ancora mistero sui 48 iraniani sequestrati. Tre sarebbero morti

DAMASCO - Il premier siriano, Riad Hijab, stando a quanto riferito da fonti politiche siriane anti-regime a Beirut, confermate poco fa da quanto riferisce la tv panaraba al Jazira e il sito Internet dei Fratelli musulmani siriani in esilio, ha disertato dal regime ed è fuggito in Giordania con la famiglia e presto dovrebbe raggiungere il Qatar. Il presidente Bashar al Assad ha nominato Omar Ghalawanji, già ministro delle amministrazioni locali, premier ad interim incaricato di sbrigare gli affari correnti. Lo riferisce la tv di Stato siriana con una scritta in sovrimpressione. "La defezione del primo ministro siriano Riad Hijab dimostra il progressivo isolamento di Assad anche nei confronti della sua cerchia più ristretta. È un segnale chiaro di quanto la violenza verso il suo stesso popolo stia spingendo il regime su un percorso di inesorabile implosione", ha commentato il ministro degli Esteri Giulio Terzi. Dello stesso parere il portavoce del Consiglio nazionale di sicurezza Usa Tommy Vietor: "È il segnale che Assad ha perso il controllo della Siria in un momento favorevole all'opposizione e al popolo siriano".

Intanto il ministro siriano delle Finanze, Muhammad Jleilati, è stato arrestato prima che potesse disertare e fuggire all'estero, riferisce la tv panaraba al Arabiya, finanziata dai sauditi, citando proprie fonti a Damasco. E uomini armati hanno assaltato il monastero di Mar Musa, a nord di Damasco, del IV secolo, senza causare vittime ma saccheggiandolo. Lo riferiscono fonti vicine al monastero, fino a poche settimane fa gestito dal gesuita italiano Padre Paolo Dall'Oglio, fondatore della comunità monastica.

Premier: "Nel Paese genocidio in corso".
In Siria "è in corso un genocidio", ha detto il premier siriano Riad Hijab, parlando alla tv panaraba al Jazira tramite il suo portavoce Muhammad Otri. Hijab era in carica appena dallo scorso giugno: era stato nominato dal presidente Bashar al-Assad in seguito allo svolgimento delle elezioni parlamentari tenutesi il mese precedente, formalmente le prime pluripartitiche nella storia del Paese mediorientale. "Non ho avuto altra scelta: o accettare l'incarico o essere ucciso", ha detto il premier disertore,  sempre attraverso Muhammad Otri. "Tutti i ministri siriani del governo vogliono disertare, ma hanno una pistola puntata alla tempia - ha aggiunto -. Come hanno fatto in passato, liquidano le persone e dicono poi che sono stati gruppi di fondamentalisti armati". Riad Hijab ha poi annunciato di "essersi unito alle file della rivoluzione" e di averlo voluto fare "sin dai suoi inizi".

Fuggiti altri due ministri e 3 ufficiali
. Non ha abbandonato il regime di Bashar al-Assad da solo l'ormai ex premier siriano Riyad Farid Hijab. Con lui hanno, infatti, disertato anche altri ''due ministri e tre ufficiali delle Forze Armate'': lo ha reso noto Khalid Zein al-Abedin, portavoce ad Amman del Consiglio Nazionale Siriano, principale cartello delle forze di opposizione. Secondo Abedin, il gruppo ''ha attraversato la frontiera giordana la notte scorsa'', grazie al ''coordinamento tra l'opposizione e il Libero Esercito Siriano'', braccio armato della resistenza. La notizia non è stata confermata.

Attaccata sede tv. Stamani, proprio la sede della radiotelevisione di Stato siriana a Damasco è stata colpita da un'esplosione. La deflagrazione è avvenuta al terzo piano della palazzina che ospita la televisione. Nessuno è stato ucciso nell'esplosione, ha detto il ministro dell'Informazione, Muhammad az Zubi, raggiunto telefonicamente. ''Ci sono solo alcuni feriti e le trasmissioni non saranno interrotte'', ha precisato il ministro. L'edificio è situato nei pressi della rotonda Umawiyyeen, nel centro della capitale. La rete privata pro-governativa Al-Ikhbariya ha trasmesso immagini di dipendenti della tv di Stato che valutavano i danni causati dall'attacco e aiutavano i colleghi rimasti feriti.

l ministro dell'Informazione ha accusato Qatar, Arabia Saudita e Israele di essere dietro l'attacco. L'esplosione, ha riferito al-Zoubi, ha causato gravi danni materiali e il ferimento di almeno tre dipendenti dell'emittente. Le autorità siriane accusano i Paesi del Golfo e lo Stato ebraico di offrire sostegno ai ribelli che lottano contro il regime del presidente Bashar Assad. "Niente può mettere a tacere la voce del popolo siriano", ha detto il ministro dopo aver visitato il luogo dell'esplosione. "Abbiamo - ha aggiunto - mille posti da cui possiamo trasmettere". L'emittente privata pro-governativa Al-Ikhbariya ha trasmesso immagini dell'edificio colpito, in cui si vedevano muri distrutti, scrivanie rovesciate, porte di uffici cadute, vetri rotti e cavi elettrici strappati.

Ancora bombe su Aleppo. Bombardamenti e scontri con armi automatiche si registrano oggi in molti quartieri di Aleppo, la seconda città siriana, dove, secondo l'Osservatorio siriano dei diritti umani, le vittime sono già nove, mentre nel resto del Paese il bilancio è di 19 morti. I bombardamenti nella seconda città del Paese si concentrano sui quartieri di Shaar e di Marje, nella parte orientale, mentre a Salaheddin, il bastione dei ribelli, e a Bab al-Nairab, nel cuore della città, prevalgono i combattimenti con armi automatiche. In tutta la Siria il bilancio odierno è complessivamente di 28 morti, di cui 21 civili, secondo la Ong che ha base a Londra.

Sono civili i 48 iraniani sequestrati, tre sarebbero morti.  I ribelli siriani hanno reso noto che tre dei 48 iraniani rapiti a DAmasco 1 - e tuttora nelle loro mani - sono rimasti uccisi nei bombardamenti governativi
contro la capitale. I ribelli hanno quindi minacciato di uccidere gli altri ostaggi se il regime non
fermerà i bombardamenti. I 48 iraniani non sono militari. Lo ha chiarito - come riporta la tv di stato - il vice ministro degli esteri di Teheran, Hossein Amir-Abdollahian. "Smentiamo categoricamente le notizie di alcuni media che affermano che i nostri pellegrini rapiti siano membri dei guardiani della rivoluzione", l'esercito di elite del regime islamico, ha dichiarato Amir Abdollahian all'emittente televisiva iraniana in lingua araba Al Alam. "Tutti gli individui sono pellegrini che si sono recati a Damasco per visitare i luoghi sacri" della capitale siriana, ha aggiunto. "Questa operazione è stata pianificata in anticipo e chi l'ha messa a segno vuole esercitare pressioni sull'Iran perché smetta di sostenere il popolo siriano", ha aggiunto. Ieri sono circolate informazioni contrastanti sull'identità dei rapitori dei 48 iraniani. In un video diffuso su Youtube, un gruppo che si è definito affiliato all'esercito siriano libero (Asl, ribelli), ha rivendicato il sequestro, sostenendo che gli ostaggi fossero membri dei guardiani della rivoluzione. Ma un responsabile dell'opposizione siriana ha affermato che un gruppo estremista sunnita iraniano, Jundallah, che opera in siria contro il regime del presidente Bashar Al Assad, è il responsabile del sequestro.

Cns: "Massacro ad Hama'. Il Consiglio nazionale siriano (Cns) ha accusato l'esercito del presidente Bashar al Assad di aver compiuto un "massacro" che ha provocato una quarantina di vittime in una località della provincia di Hama, nel centro del Paese. In un comunicato il Cns, principale coalizione dell'opposizione, ha denunciato che questo massacro messo a segno ad Harbnafsa, ottomila abitanti, in una provincia sunnita "si inserisce nel quadro di un esilio confessionale" forzato. Il comunicato ha indicato che le truppe hanno inizialmente bombardato la località con il supporto di carri armati per oltre cinque ore, prima di sferrare un assalto: ci sono stati una quarantina di morti e circa 120 feriti, molti dei quali gravi.

venerdì 27 luglio 2012

Si torna a combattere nell’est del Tagikistan

da www.eilmensile.it

26 luglio 2012versione stampabile
Rimane molto alta la tensione nella regione autonoma del Gorno-Badakhshan, nell’est del Tagikistan, teatro negli ultimi giorni dei più violenti scontri armati registratisi nel Paese centrasiatico dalla fine della guerra civile, quindici anni fa.

(STR/AFP/GettyImages)
Ci sono dubbi sulla tenuta della tregua unilaterale proclamata ieri dal presidente Imomali Rakhmon, il quale martedì aveva ordinato un’offensiva militare contro le milizie dell’opposizione islamica locale fedeli al comandante Tolib Ayombekov, ex signore della guerra antigovernativo ai tempi della guerra civile.
L’operazione militare delle forze governative, condotta nei dintorni capitale regionale Khorog, a ridosso del confine afgano, è scattata dopo l’uccisione del generale Abdullo Nazarov, capo del Comitato di Stato per la Sicurezza Nazionale, assassinato il 21 luglio dagli uomini di Tolib Ayom Bekov.
Secondo fonti governative, fino alla dichiarazione della tregua i combattimenti avrebbero causato 42 morti: dodici soldati e trenta miliziani. Ma fonti locali, non confermate, parlano di oltre 200 morti, tra cui moltissimi civili coinvolti negli scontri.
Le forze governative avrebbero infatti fatto massiccio uso di elicotteri e artiglieria anche alla periferia di Khorog. Testimoni locali hanno riferito all’agenzia Reuters di decine di cadaveri abbandonati per le strade e di soldati e blindati che presidiano le strade.
All’origine degli scontri, che rischiano di rinfiammare il separatismo dei pamiri sciiti ismaeliti, l’irrisolta contesa sul controllo di questa regione, terra di ribelli fin dai tempi delle rivolte antizariste dei basmachi musulmani, e da anni via di transito del traffico di eroina afgana. Traffico in cui sono coinvolte sia le autorità governative che le opposizioni islamiche che governano la regione.
A destabilizzare ulteriormente la situazione in questa regione contribuisce il recente rafforzamento della presenza di forze islamiche fondamentaliste legate ai talebani e ad Al Qaeda, e considerate vicine alle fazioni più oltranziste dell’opposizione tagica.

venerdì 20 luglio 2012

Il peso di Qatar e sauditi nel nuovo Medio Oriente

da www.ilsole24ore.com

Ramadan mubarak. È piuttosto fuori luogo augurare un buon Ramadan con le cose che accadono. Il mese del digiuno e della preghiera che incomincia oggi, non sospenderà i combattimenti in Siria né eventuali altri attentati terroristici. Non è mai accaduto che un Ramadan fermasse la guerra. E non accadrà ora, che il Medio Oriente è di fronte al suo più grande sconvolgimento degli ultimi 100 anni.
Allora furono la fine dell'impero ottomano e gli anglo-francesi che sulle sue macerie disegnarono le nuove frontiere della regione. Potenze straniere padroni del destino. Questa volta no: americani, russi, ancor più gli europei, hanno solo un ruolo di supporto. I turchi credono di essere più importanti di quanto non siano. I protagonisti sono gli arabi. Soprattutto due Paesi, Arabia Saudita e Qatar: per dinamismo sarebbe giusto mettere in testa il Qatar; per dimensioni e dati statistici, cioè per massa critica, contano i sauditi.
Nel 2011 la crescita qatarina è stata del 18%, spinta soprattutto dalle esportazioni di gas naturale liquido. Per prevenire eventuali primavere in casa, l'anno scorso il Governo saudita ha pescato 130 miliardi di dollari dal suo surplus petrolifero per finanziare sussidi: case, aumenti di stipendio, posti di lavoro. Sono questi gli arsenali che definiscono le potenze arabe oggi. Una volta c'era l'Egitto popolatissimo, poverissimo, iperarmato. Ora solo la difesa strategica dei regni ed emirati sunniti del Golfo è garantita dagli Stati Uniti. Al resto pensano loro. Fare shopping nell'Europa indebitata per diversificare le mono-economie energetiche, è solo una delle attività. L'altra è investire le ricchezze nella rifondazione del Medio Oriente. Finanziano i Fratelli musulmani in Tunisia ed Egitto; distribuiscono armi agli insorti siriani che senza i mezzi venuti dal Golfo non sarebbero arrivati nel cuore di Damasco; hanno pagato la guerra e poi la ricostruzione in Libia; ritengono di non aver fatto ancora abbastanza in altri Paesi, per esempio il Libano controllato dagli hezbollah sciiti.
Abbiamo parlato di regni sunniti perché nel disegno modernista di cambiare il Medio Oriente con il potere economico si nasconde la fede. Uno scisma medievale fra sciiti e sunniti, irrisolto da quando esplose nella battaglia di Karbala del 680. Forse in Siria un giorno ci sarà anche la democrazia: non prima che i sunniti tolgano di mezzo dal potere gli alawiti di origine sciita della famiglia Assad. Il Qatar è più attratto dalle idee democratiche rispetto ai sauditi che invece le temono: l'emiro al-Thani percepisce la forza della democrazia. Ma quando si è trattato di togliere di mezzo i manifestanti sciiti, anche il Qatar ha partecipato alla spedizione militare in Bahrain. In Tunisia ed Egitto dove non ci sono sciiti, sauditi e qatarini non hanno mosso un dito fino a che le piazze di Tunisi e del Cairo sono state piene di giovani blogger. Ma hanno incominciato a dare soldi quando è venuto il momento delle fratellanze islamiche.
Le agende di Arabia Saudita e Qatar non sono del tutto identiche. Le due famiglie regnanti sono imparentate, entrambe sono sunnite wahabite ma i due Paesi non si sono sempre amati, un paio di volte si sono presi a fucilate lungo il confine. I sauditi non sopportano al-Jazeera né gli atteggiamenti liberali di al-Thani. Ma questo era parte del vecchio Medio Oriente. Ora ce n'è uno nuovo e l'obiettivo comune è più importante delle differenze.
Per pura scelta strategica gli americani sono con loro. Anche gli europei. E pure Israele: fra Iran, Siria e Hezbollah (gli sciiti) e i sunniti alcuni dei quali in pace con lo Stato ebraico, la scelta è obbligata.
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I NUMERI DEL SUCCESSO

18%
Il boom del Pil
del Qatar
La crescita messa a segno dal Qatar nel 2011, grazie alle esportazioni di gas naturale. Il ricco Stato del Golfo utilizza la ricchezza dell' export per acquisizioni in Europa
130 miliardi
Gli stanziamenti a fini sociali
dell'Arabia Saudita
Il denaro utilizzato nel 2011 da Riad per prevenire rivolte nel Paese: i fondi sono stati destinati a sussidi per i meno abbienti, costruzione di case e creazione di posti di lavoro
11 milioni
La produzione
petrolifera di Riad
I barili al giorno prodotti nel 2011 dall'Arabia Saudita. L'export è stato di 8,3 milioni di barili al giorno. Le riserve ammontano a 262 miliardi di barili

martedì 17 luglio 2012

Hormuz e la guerra del petrolio

da http://www.eilmensile.it/

16 luglio 2012versione stampabile
Christian Elia
L’inaugurazione è avvenuta ieri, 15 luglio 2012. Un bastimento con un carico si oltre 500mila barili di greggio provenienti dal campo petrolifero di Habshan, nell’emirato di Abu Dhabi, sono transitati dall’emirato di Fujeirah direttamente nel Golfo dell’Oman. Detto così pare poca cosa, ma in realtà è una piccola rivoluzione: il carico, infatti, non è transitato dallo Stretto di Hormuz.

Hamed Jafarnejad/AFP/Getty Images
Significa che per la prima volta, sotto gli occhi dell’Iran, l’oro nero si è spostato senza passare dal controllo della via di mare più strategica del pianeta, quella che gli ayatollah minacciano di chiudere al passaggio delle navi ogni volta che si sentono in pericolo, paventando una crisi energetica in tutto il mondo.
Una mossa non inattesa, ma comunque di grande portata. Basta pensare che nei giorni scorsi nella Maijlis, il parlamento iraniano, un deputato chiedeva di approvare un decreto per impedire alle navi degli stati europei che si sono uniti all’embargo contro l’Iran di transitare dallo Stretto di Hormuz.
Che rimane un punto chiave del pianeta, tanto che fonti governative Usa hanno annunciato la creazione e la dislocazione nello Stretto di unità robotiche silenti, pronte a intervenire al minimo accenno da parte delle unità navali iraniane di chiudere lo stretto al passaggio delle petroliere.
La tensione resta alta, dunque, ma l’apertura della pipeline di Fujeirah (pieno regime ad agosto, condotto da 360 chilometri, prima pietra posata nel 2008) consente di bypassare il problema per un ingente carico di oro nero.
Secondo quanto dichiarato da Hamad bin Mohammed Al-Sharqi, l’emiro di Fujeirah, la portata del condotto è di 1.5 milioni di barili al giorno, fino a un massimo di 1,8 milioni di barili. Tanto petrolio, considerando che l’attuale produzione di tutti gli Emirati Arabi Uniti, al giorno, è di 2.5 milioni di barili al giorno.
La strategia della tensione nei confronti dell’Iran si arricchisce di una nuova arma. Proprio mentre, nel silenzio dei media generalisti, in Arabia Saudita la tensione nella comunità sciita continua a salire. Dopo gli scontri dei giorni scorsi, nella regione orientale del Paese, a maggioranza sciita, dove migliaia di persone hanno manifestato ad Al Qatif, subito dopo i funerali di un uomo ucciso domenica dalla polizia. L’omicidio era avvenuto durante le proteste scoppiate per l’arresto di un leader religioso sciita che si era rivolto così alle autorità saudite.
”Perché – aveva chiesto provocatoriamente lo sceicco Nimr Al-Nimr, leader sciita – non attaccate i Paesi stranieri? Perché attaccate noi, poche decine di povere anime, se un paese straniero è responsabile. Allora attaccate la fonte del problema, attaccate l’Iran. Se pensate che il problema sia l’Iran, attaccatelo e vedremo cosa sarete capaci di fare”.
Lo sceicco ha toccato il cuore del problema: gli sciiti sauditi si sentono minacciati e discriminati, il governo li accusa di essere fomentati e pagati da Teheran, nella lotta per il dominio regionale. Lo stesso discorso per il Bahrein, dove gli sciiti sono addirittura la maggioranza della popolazione.
Tensioni che giungono nel momento sbagliato, quando l’inviato delle Nazioni Unite per la crisi siriana, Kofi Annan, aveva aperto agli iraniani per il tavolo di concertazione su una soluzione della crisi siriana. In Siria, infatti, la minoranza alevita al potere con il clan Assad è da sempre vicina all’Iran e agli sciiti. La Russia, cogliendo l’attimo, non ha fatto mancare (unico stato del Consiglio di Sicurezza) una dura condanna della repressione del governo saudita a danno degli sciiti. La partita è ancora lunga.

domenica 1 luglio 2012

L’Uzbekistan esce dall’alleanza militare ex-sovietica

da www.eilmensile.it

29 giugno 2012versione stampabile
Il quotidiano russo Kommersant, citando fonti del ministero degli Esteri uzbeko, scrive oggi che Tashkent ha deciso di uscire dall’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto). L’organizzazione è un’alleanza militare a carattere difensivo degli Stati ex-sovietici.

Militari Usa in Afghanistan ADEK BERRY/AFP/GettyImages

Il Paese, secondo il quotidiano russo, guarderebbe a Occidente, più precisamente agli Stati Uniti, perché in contrasto con la politica della Csto nei riguardi dell’Afghanistan” Igor Lyakin-Frolov, rappresentante russo nell’organizzazione ha detto che “l’Uzbekistan, in quanto Stato sovrano, ha il diritto di prendere le decisioni che ritiene necessarie”. A detta di Frolov, la Russia e i suoi partner stanno già discutendo una posizione comune da prendere rispetto all’iniziativa di Tashkent. Secondo il Kommersant, si tratta del chiaro segnale che Tashkent ha intenzione di ospitare una base statunitense sul suo territorio, dopo il ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan. Tale eventualità, secondo gli accordi dell’organizzazione, andrebbe concordata tra tutti gli Stati membri: Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Armenia, ma soprattutto Russia, contraria a un aumento della presenza Usa in Asia centrale. “In questo modo – scrive il Kommersant citando Vadim Kozyulin, del think-tank russo Pir – Tashkent può aprire una base militare di un Paese non appartenente alla Csto, senza bisogno di consultazioni preventive”. Secondo quanto riportato dalla testata, Washington ha in corso negoziati anche con il Kirgizistan e il Tagikistan, meno costosi e strategicamente fondamentali, per il trasferimento di equipaggiamento militare Isaf dall’Afghanistan, dopo il ritiro previsto per il 2014. “Gli Stati Uniti – a detta di Kozyulin – faranno dell’Uzbekistan il loro alleato strategico nella regione, fornendo a Tashkent assistenza finanziaria e militare in cambio di alcune garanzie sulla sicurezza e chiudendo un occhio sulle violazioni dei diritti umani”.

sabato 26 maggio 2012

Asia Centrale, gli “Stan” del mutuo soccorso

da www.eilmensile.it

26 maggio 2012versione stampabile
Gabriele Battaglia
Mutuo soccorso, o “self-help” per dirla all’inglese. È il nuovo che avanza, o la tradizione riscoperta, dell’Asia Centrale, secondo Alisher Khamidov, ricercatore alla John Hopkins e all’Open Society Institute di George Soros. Di fronte all’inefficienza amministrativa dei vari “Stan” eredi dell’impero sovietico, la popolazione riscopre il fai da te in forma collettiva.
“L’assistenza estera e delle locali organizzazioni non governative (Ong) gioca un ruolo chiave nel promuovere iniziative di mutuo soccorso – spiega Khamidov su Eurasia.net -. Ma l’elemento più importante è uno spirito di volontariato civico che è esistito in Asia Centrale per secoli”.
Kirghizistan, Tagikistan, Kazakistan e Uzbekistan: tutti, chi più e chi meno, sarebbero percorsi da questo “rimbocchiamoci le maniche” foraggiato da soldi stranieri.
Nel villaggio kirghizo di Aravan, per esempio, da circa dieci anni la Ong Mehr-Shavkat (che significa “misericordia”) veicola le risorse economiche verso gruppi locali di cittadini che hanno costituito ormai una confederazione di 136 associazioni di mutua assistenza sparse in tutta la regione. Non sistemano solo strade, ponti e lampioni – dice la direttrice,  Maharam Tilavoldieva – “ma  forniscono anche micro-crediti alle famiglie povere, organizzano eventi culturali per costruire forti legami tra i gruppi etnici, e lanciano campagne di sensibilizzazione per promuovere la parità di genere”.
Secondo le Nazioni Unite, nel  2010 c’erano circa 1.800 di questi gruppi in Kirghizistan, mentre si contavano sulle dita di una mano nel 2000. Molto popolari sono anche in Kazakistan e Tagikistan, mentre in Uzbekistan c’è qualche problema in più. Il governo uzbeko ritiene infatti che siano uno strumento di infiltrazione straniera e un luogo di aggregazione per integralisti islamici, motivo per cui li monitora da vicino.
Semplice paranoia? La questione è controversa. In tutta l’Asia (non solo centrale), Ong ed associazioni proliferano e intercettano denaro spesso incontrollatamente. Nello specifico dell’Asia Centrale, inoltre, molti gruppi si costituiscono attorno alle moschee e innestano il proselitismo sugli aiuti. Normale, verrebbe da dire, ma le tensioni centroasiatiche sono un nervo scoperto.
Sta di fatto che nella valle di Ferghana, oggi, i gruppi tengono un basso profilo e offrono microcredito agli agricoltori cercando di farsi notare il meno possibile dalle autorità.
I gruppi di assistenza più comuni – dice Khamidov – sono organizzati in piccole unità di 10-15 membri che eleggono un leader, un vice e un tesoriere. A seconda delle dimensioni del gruppo e delle quote mensili (la maggior parte dei membri contribuisce per circa 10 dollari al mese), offrono prestiti a breve termine compresi tra i 100 e i 1.000 dollari. I membri prendono prestiti a rotazione e concordano collettivamente i progetti a beneficio della comunità. Quando non c’è abbastanza denaro per un progetto, i gruppi fanno domanda a organizzazioni come Mehr-Shavkat per le sovvenzioni.
La circolazione di denaro fa sì che ogni tanto qualcuno lo faccia sparire. È questa la maggiore critica che arriva dall’interno degli stessi gruppi. C’è poi un meccanismo di pressioni incrociate, una vera e propria competizione sui progetti non sempre trasparente. Alcuni individui – continua Khamidov – riconoscono tranquillamente di fare avanti-indietro tra diversi gruppi in base a chi dispone di più denaro in un dato momento.
Un altro problema è il rapporto con le istituzioni alle cui lacune il gruppi sopperiscono. “Non seguono le norme e cercano di trovare soluzioni rapide ai problemi”, dice un funzionario Kirghizo, ricordando che proprio la Mehr-Shavkat ha finanziato un ponte che è crollato durante un’alluvione solo due anni dopo la sua costruzione. “Devono lavorare più strettamente con le autorità governative locali quando si tratta di progettare le cose”.
La Banca Mondiale stima che nell’Asia Centrale la mutua assistenza non abbia ancora un impatto decisivo. I gruppi sono localizzati solo in alcune comunità, altrove sono assenti o a uno stato embrionale. Non bisogna però sottovalutare il loro impatto culturale: “Prima, la gente pensava che il  governo doveva fare le cose per loro – insiste Tilavoldieva -. Ma ora, la gente sta diventando sempre più consapevole che deve assumere il controllo dei suoi problemi. Questa idea è del tutto nuova nella nostra regione”.

venerdì 25 maggio 2012

Buon compleanno, Yemen

www.eilmensile.it

25 maggio 2012versione stampabile
Nel 1990 il mondo era molto diverso. Esisteva ancora l’Urss, anche se stava per crollare, come il muro di Berlino l’anno prima. Saddam Hussein era ancora un alleato di Washington e le primavere del mondo arabo erano popolate di speranze soffocate. Lo Yemen era diviso in due stati: lo Yemen del Nord e quello del Sud.
MOHAMMED HUWAIS/AFP/GettyImages
Tutto era nato, nel 1971, con il processo di decolonizzazione britannica. Lo stato del Nord, filo occidentale, e quello del Sud, marxista e filo sovietico, si sono fatti anche la guerra, per procura, come accadeva in tante altre parti nel mondo della Guerra Fredda. Poi, nel 1990, tutto cambia, e attorno alla leadership di Abdullah Saleh, i paesi si riunificano.
Oggi, ventidue anni dopo, c’è poco da festeggiare. Ieri, 23 maggio, i combattimenti nello Yemen meridionale tra esercito e miliziani integralisti vicini ad al-Qaeda hanno causato la morte di almeno 28 persone nella città di Zinjibar. L’esercito ha lanciato un’offensiva nel tentativo di riprendere le posizioni a nord-est della città, capitale della provincia di Abyan, caduta in mano ai combattenti di al-Qaeda da quasi un anno. Dall’inizio delle operazioni il 12 maggio sono morte 262 persone: 180 membri di al-Qaeda, 47 soldati, 18 ausiliari e 17 civili.
Un bel reportage di Ghaith Abdul-Ahad, pubblicato dal Guardian, racconta una realtà surreale. Alcune zone del Paese, bandiere nere al vento, sono nelle mani dei miliziani e dei predicatori di al-Qaeda nella Penisola Araba (Aqba), filiale del network di Osama bin Laden. La legge, i servizi pubblici, l’ordine: tutto gestito dalla sharia nella sua forma più aggressiva.
Un caos seguito alla caduta, dopo trenta anni, del regime di Saleh? No, non solo. Saleh è stato deposto, altro frutto maturo delle rivolte arabe, il 27 febbraio 2012, dopo un anno di proteste e una dura repressione costata la vita a migliaia di persone. Saleh, scampato a un attentato nel palazzo presidenziale il 2 giugno 2011, ha ottenuto la protezione degli Usa, l’immunità e ha passato i poteri a Abde Rabbo Mansur Hadi. Vecchio sodale di Saleh, Hadi è un uomo di garanzia per Washington e Riad, molto attenta a quello che accade nel Paese confinante.
La situazione, però, resta fuori controllo. Un elemento utile a capire quanto sia grave la condizione del Paese è l’attentato del 21 maggio scorso che ha colpito una parata militare nella capitale Sanaa : 96 morti e 300 feriti. Non nelle lontane periferie del Paese, ma nel cuore della capitale dello Yemen.
Il presidente Usa, Barack Obama, si è detto soddisfatto dei ”grandi progressi ottenuti negli ultimi anni nella lotta contro al-Qaeda in Afghanistan, ma sono molto preoccupato per l’attività del gruppo terroristico in Yemen”.
Paese nel quale gli Usa, dopo l’attentato alla nave militare statunitense Uss Cole, hanno investito milioni di dollari nella formazione dell’esercito, poi nel lavoro di intelligence, infine nella guerra con i droni. Ma ucciso Anwar al-Awlaki, eminenza grigia di al-Qaeda in Yemen, resta molto forte l’organizzazione in un Paese dove non si è investito in nulla altro.
La Commissione Ue, nel giorno dell’attentato a Sanaa, ha deciso di stanziare 5 milioni di euro di aiuti supplementari per combattere la sempre più grave crisi alimentare che ha colpito lo Yemen. ”La crisi in Yemen sta passando da brutta a disperata”, ha affermato la commissaria Ue alla gestione delle crisi, Kristalina Georgieva, sottolineando che la decisione di Bruxelles a favore della popolazione yemenita non è dovuta solo all’obiettivo di ”evitare la malnutrizione, ma anche perché la fame e la sofferenza possono solo destabilizzare la fragile transizione in corso. Quindi ignorare questo porterebbe a rischi tremendi per la regione e il mondo”.
L’Arabia Saudita ha convocato a Riad una conferenza internazionale per lo Yemen, preoccupata come è più degli sciiti – finanziati dall’Iran – che da al-Qaeda, con la quale i sauditi sono sempre ambigui.
Resta un dato: in Yemen il 44 per cento della popolazione – secondo le Nazioni Unite – vive con razioni alimentari insufficienti, mentre cresce il numero di sfollati in provenienza dal Corno d’Africa, aggravando così una già difficile situazione dovuta al peggiorare della crisi economica.
Lo Yemen, tra un po’, rischia di essere uno spettro. I fondi sono indirizzati alla lotta agli sciiti dei sauditi, alla lotta ad al-Qaeda degli Usa, la primavera yemenita ha scacciato Saleh, ma non è riuscita a farsi protagonista del suo futuro. Buon compleanno, Yemen, anche se c’è poco da festeggiare.

giovedì 12 aprile 2012

Arrigoni, a un anno dall'uccisione tanti misteri e ritardi nel processo

da www.repubblica.it

GAZA

Il 15 aprile del 2011 l'attivista italiano veniva rapito e assassinato da un gruppo definito "salafita". I responsabili sono stati individuati: alcuni sono stati uccisi, altri sono in tribunale. Ma la ricostruzione della vera natura di quell'atto è ancora poco chiara. E la famiglia denuncia: "Il governo italiano ci ha lasciati soli"

di ANNA MARIA SELINI GAZA - E' passato un anno e Gaza, come l'Italia, si prepara a ricordare con numerose iniziative "Victor", come tutti nella Striscia chiamavano Vittorio Arrigoni, l'attivista italiano rapito e ucciso il 15 aprile dell'anno scorso 1 da una presunta cellula salafita. Ma nella ricostruzione della vicenda restano molti punti oscuri, che il processo in corso a Gaza non ha assolutamente chiarito tanto che la famiglia Arrigoni nei giorni scorsi ha scritto una lettera al premier palestinese, Ismail Haniya, chiedendo la verità. Il tutto nel disinteresse dello Stato italiano.

Arrigoni sarebbe stato rapito per effettuare uno scambio con alcuni detenuti salafiti, in particolare Abu Al Walid Sahidani, presunto leader dell'organizzazione Attauhid wal Jihad, arrestato pochi mesi prima dal governo di Hamas. E la scelta sarebbe caduta proprio sull'italiano - dicono tre dei cinque appartenenti al gruppo rimasti in vita e oggi sotto processo - per via della sua notorietà e di uno stile di vita "troppo lontano dai costumi e le tradizioni di Gaza".

Ma prima della scadenza dell'ultimatum, data dagli stessi rapitori, Arrigoni fu ucciso - sempre secondo gli imputati - su decisione di Abu Abdul-Rahman Al Breizat, un giordano 22enne che tutti indicano come il leader del gruppo e che, sentitosi braccato dalle forze di sicurezza di Hamas, avrebbe voluto sbarazzarsi di Arrigoni per poi darsi alla fuga.

Ma
è Breizat il vero buco nero di tutta la faccenda. Di lui non si sa praticamente nulla, se non che era entrato a Gaza con un convoglio umanitario, per poi uscire e rientrare attraverso i tunnel che dall'Egitto portano a Gaza e che sono gestiti in maniera oscura proprio da Hamas. Il giordano, però, è rimasto ucciso, insieme a Bilal Omari, nel blitz delle forze di sicurezza, dopo aver rifiutato di arrendersi e aver sparato contro i poliziotti. Su di lui non sono state fatte ulteriori indagini.

Nemmeno gli altri imputati dicono di sapere nulla, se non che fosse molto religioso. E' lui l'unico salafita accertato, in quanto sia i due basisti, Khader Jamr e Tamer Hasanah, che Salfiti, l'unico sopravvissuto al blitz, negano di esserlo, così come di appartenere alla presunta organizzazione Attauhid wal Jihad. E parenti, colleghi, religiosi e amici confermano.

"Il problema è che le indagini sono rimaste segrete e a noi non è dato conoscere tutti gli elementi raccolti", afferma Gilberto Pagani, il legale della famiglia Arrigoni. E anche sulla gestione del processo Pagani resta critico. "In una situazione in cui c'è uno stato di guerra, la legge marziale, un processo condotto da un tribunale militare, le confessioni degli imputati già rese, la mia idea era che si risolvesse tutto in maniera rapidissima". E invece sono passati nove mesi dall'inizio del processo e ancora non si è praticamente entrati nel vivo, tra continui rinvii, udienze che durano pochi minuti e un imputato, accusato di favoreggiamento, che ha addirittura fatto perdere le proprie tracce. "Da un lato c'è un'indifferenza umana comprensibile - continua Pagani - visto tutto quello che succede a Gaza, ma dall'altro non possiamo non pensare che ci siano delle questioni politiche".

A pesare è soprattutto la strategia degli avvocati, che continuano a dichiarare di non essere informati sui fatti, ottenendo così rinvii, nel rispetto del codice in vigore a Gaza (la legge rivoluzionaria criminale introdotta dall'Olp nel 1979), o che addirittura non si presentano, come alla scorsa udienza. "Non è normale che gli avvocati o i testimoni o il medico legale non si presentino e non è normale che non si intervenga in questo senso", sottolinea Pagani.
Arrigoni dava fastidio a tanti, al governo israeliano, in primis, che criticò pesantemente soprattutto durante l'operazione militare "Piombo fuso", quando fu l'unico italiano a rimanere dentro Gaza, anche per documentare quello che lui definiva il "massacro", ovvero la morte di oltre 1400 palestinesi e le violazioni compiute dalle forze armate israeliane, come l'uso di fosforo bianco in aree abitate e gli attacchi a scuole, ambulanze o depositi delle Nazioni Unite. Ma dava fastidio anche al governo di Gaza e a tutti quelli che non vedevano di buon occhio la sua indipendenza.
Il 15 marzo del 2011, quando ci fu un barlume di Primavera araba anche nella Striscia, con decine di migliaia palestinesi, soprattutto giovani, che si riversarono nelle strade per chiedere la fine delle divisioni tra i partiti palestinesi, Hamas attuò una repressione molto violenta nei confronti dei ragazzi e Vittorio non solo si espresse pubblicamente contro, ma chiese di presenziare agli interrogatori.

"Il lavoro di informazione che faceva dava fastidio a tutti e se non è stato ucciso per questo, sicuramente a molti ha fatto comodo che non ci sia più", sostiene Maria Elena D'Elia, coordinatrice italiana del Free Gaza Movement. "Non bisogna essere investigatori per capire che c'è qualcosa di poco chiaro in tutta questa vicenda - le fa eco Egidia Beretta, madre di Arrigoni - Noi vogliamo solo sapere la verità, vogliamo sapere perché Vittorio". Ma se restano incertezze sul perché, l'avvocato Pagani ha una certezza. "Il nostro governo non ha mosso un dito in tutta questa vicenda ed è una cosa vergognosa - dice - E non si può giustificarlo semplicemente con il fatto che l'Italia non riconosce la Palestina e che Hamas è considerata dal nostro governo un'organizzazione terroristica. E' stato ucciso un nostro connazionale all'estero e sarebbe dovere dell'esecutivo intervenire".

In realtà, il nuovo ministro della Giustizia, Paola Severino, nel febbraio del 2012 ha risposto alle lettere dell'avvocato Pagani, promettendo di esaminare il caso ed esprimendo apprezzamento per la decisione della famiglia Arrigoni che pubblicamente si è detta contraria all'eventuale applicazione della pena di morte per i presunti assassini. Ma alle parole del ministro finora non sono seguiti i fatti e sulla vicenda di Arrigoni continuano a pesare molti punti oscuri.

(12 aprile 2012) © Riproduzione riservata

martedì 20 marzo 2012

Iraq, autobombe nelle città decine di morti e feriti

da www.repubblica.it

medio oriente

Nell'anniversario dell'invasione Usa e alla vigilia del vertice della Lega araba, nel Paese riesplode la violenza; attacchi nella capitale e a Kirkuk, ma il bilancio più grave viene dalla città santa sciita di Kerbala dove un'esplosione ha fatto strage di agenti di polizia: tredici le vittime

ROMA - E' una guerra finita per i media internazionali, invece continua a mietere vittime. In Iraq solo oggi, secondo fonti sanitarie e della polizia, sono morte 39 persone ed altre 188 sono rimaste ferite in una serie di attentati fatti in diverse città con autobombe o ordigni piazzati lungo le strade.

Uno degli attacchi più sanguinari è avvenuto nella città settentrionale di Kirkuk dove una bomba è esplosa vicino una stazione di polizia uccidendo 7 persone. Altre 13 vittime e circa 40 feriti sono invece il bilancio degli attentati compiuti a Kerbala, città santa per gli sciiti, dove sono state utilizzate due autobombe. Altri attentati con vittime si sono verificati a Hillah, Latifiyah e nella capitale Bagdad, mentre non si hanno informazioni sulle esplosioni di Baiji, Samarra, Tuz Khurmato, Daquq e Ddhuluiya. Complessivamente, sono stati almeno 14 gli attentati registrati nel Paese in mattinata.

A legare gli attacchi sembra esserci un filo rosso, l'intenzione di alimentare un'escalation di violenza nel giorno del nono anniversario dell'invasione americana del Paese, ma soprattutto a poco più di una settimana dal vertice della Lega araba (27-29 marzo), convocato a Bagdad per la prima volta dal 1990.

A Bagdad, un'autobomba è esplosa davanti al ministero degli Esteri, causando la morte di tre persone e il ferimento di altre 21. A Kerbala le bombe sono esplose verso le 8,15 ora locale nei pressi di un ristorante e di un giardino pubblico, secondo quanto riferito dalla portavoce
dei servizi sanitari della provincia, Jamal Mehdi. A Kirkuk (240 km a nord di Bagdad), l'autobomba è stata fatta esplodere nei pressi di un commissariato di polizia nella parte meridionale della città. Secondo Mohammed Abdullah, medico dell'ospedale di Kirkuk, tutte le vittime sono poliziotti.

Gli ultimi attacchi si sono verificati a Mahmoudiya, a circa 30 chilometri a sud della capitale, dove prima un ordigno è esploso sul ciglio della strada uccidendo due persone e ferendone sette. Nel secondo attentato, l'obiettivo era un convoglio di auto che scortava il governatore della provincia di Anbar; la bomba ha ucciso un agente della scorta e ferito gravemente altre otto persone.

(20 marzo 2012) © Riproduzione riservata

mercoledì 14 marzo 2012

Italia sospende attività a Damasco Rimpatriato il personale dell'ambasciata

da www.repubblica.it

SIRIA

In una nota il ministero degli Esteri spiega che la decisione è stata presa in considerazione dell'aggravarsi delle violenze nel Paese. La Farnesina: "Continueremo a sostenere il popolo siriano e a lavorare per una soluzione pacifica della crisi"

ROMA - L'Italia ha sospeso oggi l'attività della propria ambasciata a Damasco e rimpatriato lo staff della sede diplomatica. Lo ha reso noto la Farnesina.

"Anche in considerazione delle gravi condizioni di sicurezza, insieme ai principali partner dell'Unione Europea - si legge in una nota del ministero degli Esteri - abbiamo inteso ribadire la più ferma condanna verso le inaccettabili violenze attuate dal regime siriano nei confronti dei propri cittadini".

"L'Italia continuerà a sostenere il popolo siriano e a lavorare per una soluzione pacifica della crisi, che ne garantisca i diritti fondamentali e le legittime aspirazioni democratiche. Sosteniamo pienamente gli sforzi dell'Inviato Speciale dell' ONU e della Lega Araba, Kofi Annan, per ottenere uno stop immediato alla violenza e per consentire l'accesso degli operatori umanitari e l'avvio del dialogo politico", conclude la nota.

In un anno, stando alle stime dell'Onu, in Siria sono morte ottomila persone 1.

Esercito conquista Idlib. L'esercito siriano ha preso il totale controllo della città ribelle di Idlib, nel nord-ovest della Siria, dopo un assalto durato quattro giorni. Lo ha riferito un attivista che parla anche di 10 morti ieri in tutto il Paese e in particolare nelle provincia di Idlib. ''Da ieri a Idlib non si combatte più, l'Esercito libero
siriano si è ritirato e l'esercito regolare ha preso d'assalto l'intera città, conducendo anche perquisizioni casa per casa'', ha raccontato Noureddine al-Abdo da Idlib.

Francia invia ambasciatore per raccogliere prove contro crimini. La francia ha inviato nei paesi frontalieri con la Siria un ambasciatore incaricato di Diritti dell'uomo per raccogliere prove delle atrocità commesse dal regime di Bashar al Assad da consegnare alla corte penale internazionale, secondo fonti diplomatiche. Un anno dopo l'inizio della rivolta siriana, l'ambasciatore François Zimeray, è "nella regione" per raccogliere testimonianze che permetteranno alla Francia di "presentare un dossier d'accusa" davanti al Cpi, ha precisato la fonte sotto copertura dell'anonimato.

(14 marzo 2012)

lunedì 12 marzo 2012

Orrore a Homs, sgozzati donne e bambini Ban: "Vergogna, Assad agisca per la pace"

da www.repubblica.it

Dal segretario generale delle Nazioni Unite parole durissime, dopo il ritrovamento di 47 cadaveri nella città simbolo dell'opposizione al regime. In rete le immagini dei resti straziati. L'agenzia di Stato Sana: "Civili uccisi da gang di terroristi". Il Cns chiede intervento militare internazionale e no-fly zone. A New York vertice del "quartetto" per il Medio Oriente: bilaterali Usa-Russia

HOMS - Un'aggressione vergognosa, un uso sproporzionato della forza. Con queste durissime espressioni, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban ki-Moon, ha condannato una volta di più la repressione del regime siriano, nel giorno in cui è avvenuta a Homs la macabra scoperta del massacro di 47 tra donne e bambini ad opera dei fedelissimi del presidente Bashar Al Assad. Immagini dei corpi straziati sono state diffuse su internet e il Consiglio nazionale siriano (Cns) ha chiesto alla comunità internazionale un intervento militare e la creazione di una no-fly zone a protezione della popolazione.

Parlando al Consiglio di sicurezza, Ban ki-Moon ha rivolto al presidente Assad il pressante invito a "decidere entro pochi giorni" sulle proposte che ieri a Damasco gli ha esposto il mediatore delle Nazioni Unite e della Lega Araba, Kofi Annan, per riportare la pace nel Paese. Al leader siriano, l'ex segretario generale Onu ha chiesto di compiere "passi immediati per mettere fine alla violenza e agli abusi, rispondere alla crisi umanitaria e avviare un processo pacifico e senza esclusioni che risponda alle aspirazioni del suo popolo".

"Il governo siriano ha fallito nell'adempiere alla responsabilità di proteggere il suo popolo, sottoponendo, al contrario, i suoi cittadini all'aggressione militare e a un uso sproporzionato della forza. Operazioni vergognose che continuano" la dichiarazione di Ban al Consiglio di sicurezza, in un dibattito a cui partecipano, tra gli altri, il segretario
di Stato Usa Hillary Clinton, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, i capi delle diplomazie di Francia, Alain Juppè, Gran Bretagna, William Hague, oltre a vari rappresentanti di Paesi arabi. Ban ha sottolineato che "in questo momento cruciale, è essenziale che il Consiglio agisca in fretta e parli con una voce sola" e si è augurato che il Consiglio "trovi la strada che gli permetta di raggiungere una risoluzione di consenso che mandi un segnale di ferma determinazione".

A New York è in programma anche il vertice del "quartetto" per il Medio Oriente (Onu, Ue, Usa, Russia). Ban ki-Moon ha espresso il proprio "apprezzamento" per le recenti iniziative diplomatiche di Russia e Cina. Nel fine settimana, dai colloqui tra il ministro degli Esteri russo, Lavrov, e i rappresentanti della Lega Araba, è emerso un piano articolato in cinque punti: cessazione della violenza, qualunque ne sia l'origine; controllo neutrale; nessuna interferenza straniera; accesso all'assistenza umanitaria; appoggio alla mediazione di Kofi Annan, inviato speciale di Lega araba e Onu. Il piano è appoggiato dalla Cina e Damasco, anche attraverso il proprio ambasciatore a Mosca, lo ha giudicato positivamente.

In un simile clima, persino Lavrov, che dall'inizio della crisi siriana ha lavorato per ammorbidire i progetti di risoluzione Onu contro Assad, si è detto "gravemente preoccupato" per l'evolversi della situazione in Siria. Ma ha nuovamente ammonito sulla possibilità di una "diffusione del conflitto", che potrebbe scaturire da "domande affrettate per un cambiamento di regime, dall'imposizione di sanzioni unilaterali concepite per innescare difficoltà economiche e tensioni sociali in Siria" e da azioni che possano "evocare sostegno al confronto armato e anche un intervento militare straniero". Lavrov ha quindi ribadito che "tutte le parti" devono mettere fine alle violenze. Pur riconoscendo che "le autorità siriane hanno gran parte delle responsabilità", secondo il ministro russo non si può ignorare che in molte circostanze le forze siriane "non lottano contro persone disarmate ma contro unità armate e gruppi estremisti, come terroristi di Al Qaeda".

Su quest'ultimo punto Hillary Clinton non ci sta. Il segretario di Stato Usa ha respinto ogni tentativo di equiparare gli "omicidi premeditati" orditi dalle forze governative con il diritto all'autodifesa dei civili. Piuttosto, Clinton ha duramente sottolineato il "cinismo" di Assad, al tavolo "per la pace" con Kofi Annan mentre lanciava era in corso l'azione repressiva delle sue forze armate. Senza riferirsi esplicitamente a Russia e Cina, il segretario di Stato americano ha invitato tutti a unirsi per una soluzione della crisi siriana: "Crediamo che sia il momento per tutte le nazioni, anche per quelle che finora hanno bloccato i nostri tentativi, di supportare l'approccio politico e umanitario della Lega Araba".

A Russia e Cina si è direttamente rivolto invece Juppé, perché ascoltino "la coscienza del mondo" e appoggino una risoluzione Onu di condanna della violenza in Siria. Il capo della diplomazia francese ha inoltre chiesto che i vertici del regime di Damasco siano giudicati da tribunali internazionali.

Orrore a Homs. Dalla città assurta a simbolo e roccaforte dell'opposizione al regime, gli attivisti danno la notizia del ritrovamento di 47 cadaveri in due quartieri della città, appartenenti a donne e bambini. Tutti sgozzati, sarebbero vittime di una vera e propria esecuzione di massa ad opera delle forze fedeli al presidente. I Comitati di coordinamento locale degli attivisti siriani anti-regime affermano di aver finora identificato i corpi di 12 vittime. Nella versione fornita dall'agenzia di Stato Sana e ribadita dal ministro dell'Informazione di Assad, si tratterebbe di un certo numero di "civili sequestrati, uccisi e corpi mutilati da gang terroriste" per impressionare l'opinione pubblica internazionale. L'orrore corre anche sul web: pubblicati in rete alcuni video amatoriali con le immagini dei corpi straziati. Intanto, Al Arabiya riporta dell'esplosione di un'autobomba a Deraa, sud della Siria, nei pressi di una scuola nel quartiere centrale di Mahatta: morta una ragazza, feriti altri 25 studenti.

Al diffondersi della notizia del massacro di donne e bambini a Homs, centinaia di famiglie sono fuggite da Homs, riferisce l'Osservatorio siriano per i diritti umani. Il Consiglio nazionale siriano (Cns) ha chiesto una riunione d'urgenza del Consiglio di sicurezza Onu. Più tardi, con un comunicato letto durante una conferenza stampa a Istanbul da uno dei leader dell'opposizione, George Sabra, il Cns ha richiesto "un intervento militare internazionale e arabo urgente", la creazione di una "no-fly zone" e raid mirati contro l'apparato militare del regime di Assad.

"I cadaveri di almeno 26 bambini e 21 donne sono stati trovati nei quartieri di Karm al-Zeitoun e al-Adawiyé, alcuni sgozzati, altri pugnalati dai 'chabbiha' (le milizie filo-regime)", ha spiegato Hadi Abdallah, della Commissione generale della rivoluzione siriana, mostrando un video a sostegno delle accuse.

In uno dei filmati finiti su internet, un attivista, identificato con lo pseudonimo di Omar al Homsi, mostra i corpi di donne e bambini. Molti presentano il cranio spaccato, altri hanno ancora gli occhi aperti, oppure un'occhio solo, mentre dall'altro è fuoriuscita materia celebrale. Alcuni cadaveri presentano segni di bruciature estese, altri hanno tagli alla gola o fori di pallottole in fronte. Secondo il racconto dell'attivista, le vittime sono state uccise dalle milizie lealiste penetrate nei quartieri di Karm al-Zeitoun e al-Adawiyé alla ricerca dei superstiti di intensi attacchi di artiglieria.

L'agenzia di Stato, Sana, ha diffuso la versione di regime sull'accaduto: "gruppi di terroristi hanno sequestrato, ucciso, mutilato" un numero imprecisato di civili a Homs "per filmarli e mandarli in onda" sulle tv satellitari, in particolare al Jazeera e al Arabiya. A seguire il ministro dell'Informazione, Adnane Mahmoud, che ha accusato del massacro "bande di terroristi", il cui obiettivo è di "sfruttare il sangue siriano per fare pressione e suscitare la reazione internazionale contro la Siria".

Riunione del "quartetto" a New York. Di tutto questo, all'Onu discute il "quartetto" per il Medio Oriente. Presenti il segretario generale dell'Onu Ban ki-Moon, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, collegata in videoconferenza Catherine Ashton, capo della diplomazia Ue. A margine, Clinton e Lavrov intratterranno colloqui bilaterali molto attesi a causa delle forti divergenze tra Washington e Mosca sull'approccio al conflitto siriano. La Russia ha posto il veto a due risoluzioni del Consiglio di sicurezza, assieme alla Cina, e secondo alcuni diplomatici considera ancora troppo sbilanciata la bozza presentata negli ultimi giorni dagli Stati Uniti. I Paesi occidentali hanno ribadito più volte di non voler intervenire militarmente in Siria, a differenza di quanto accaduto in Libia contro Gheddafi, ma non hanno escluso la possibilità di fornire armi ai ribelli, progetto a cui si oppongono Mosca e Pechino.

"Fornire armi non è la soluzione". "E' imperativo interrompere il ciclo di violenza in Siria e scongiurare un escalation degli scontri armati in una guerra civile". Lo ha affermato oggi a Ginevra Paulo Pinheiro, presidente della Commissione di inchiesta sulla Siria, istituita dal Consiglio Onu per i diritti umani nell'agosto 2011. "Accrescere la militarizzazione e fornire armi non è la risposta giusta - ha aggiunto, presentando il rapporto della commissione al Consiglio -. L'accesso umanitario illimitato deve essere la regola e non l'eccezione".

Annan: "Fermare ora le uccisioni di civili". Nel frattempo, il mediatore Kofi Annan ha lasciato ieri Damasco, dove ha incontrato Assad, senza trovare un accordo per la fine del conflitto, ed è arrivato questa mattina in Qatar per incontrare alcune autorità del governo locale. Il ministro qatariota degli affari esteri, sceicco Hamad Bin Jassem Al Thani, ha denunciato sabato "un genocidio sistematico da parte del governo siriano" e ha stimato che è giunto il tempo di inviare truppe arabe e internazionali in Siria. A fine febbraio, Al Thani si era detto favorevole alla fornitura di armi all'opposizione siriana. Dopo il Qatar, Annan si è trasferito in Turchia, per riferire al premier turco Erdogan sui colloqui avuti con Assad. Al suo arrivo ad Ankara, Annan ha dichiarato: "Le uccisioni di civili devono fermarsi adesso. Il mondo deve mandare (al regime siriano) un messaggio chiaro, che questa situazione è inaccettabile".

Iran: "Occidente e arabi per instabilità della Siria". Chi invece garantisce il pieno sostegno ad Assad è l'Iran. "La Repubblica Islamica dell'Iran sottolinea il suo totale sostegno al popolo e al governo siriano", ha detto il viceministro degli Esteri, Hossein Amir-Abdollahian, citato dall'agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna. Amir-Abdollahian ha accusato l'Occidente e i Paesi arabi di "lavorare per l'insicurezza e l'instabilità in Siria" e di essere "responsabili per l'aggravarsi della crisi". Teheran, ha concluso il viceministro degli Esteri, continua a ritenere che l'unica soluzione sia quella "politica" sulla base delle "riforme" promosse dal presidente siriano Bashar Al Assad.

Libano, Hariri: "Assad criminale, fine è vicina". "Il massacro di donne, bambini e anziani innocenti a Homs è un segnale: la fine del regime di Bashar Al Assad è vicina. Il presidente siriano avrà il destino che spetta ai criminali". Lo ha affermato l'ex premier libanese e leader del movimento di opposizione al-Mustaqbal, che ha parlato del massacro di Homs come di un'"altra pagina nera scritta" da Assad. Hariri ha ribadito il suo sostegno alla popolazione siriana e chiesto "alla comunità araba e internazionale di sostenerla".

(12 marzo 2012) © Riproduzione riservata

giovedì 8 marzo 2012

Siria, prime defezioni dal regime il viceministro del petrolio con i ribelli

da www.repubblica.it

Abdo Hussameddine ha annunciato il passaggio all'opposizione con un video su Youtube. "Mi unisco alla rivoluzione del popolo che rifiuta l'ingiustizia e la campagna brutale del governo"

DAMASCO - Il viceministro siriano del petrolio, Abdo Hussameddine, ha annunciato nella notte le sue dimissioni e l'adesione all'opposizione al regime di Bashar al Assad, in un messaggio video postato su Youtube. "Io, ingegnere Abdo Hussameddine, vice ministro del Petrolio, annuncio le mie dimissioni. Mi unirò alla rivoluzione del popolo che rifiuta l'ingiustizia e la campagna brutale del regime" dice il viceministro, il più alto quadro a disertare finora dall'inizio delle manifestazioni contro il regime di Damasco.

mercoledì 7 marzo 2012

Nel futuro dell’Iran potrebbe esserci un colpo di Stato

da temi.repubblica.it/limes

di Pejman Abdolmohammadi
Le elezioni parlamentari di domenica hanno decretato la vittoria del fronte di Khamenei su quello di Ahmadi-Nejad. E ora? Tra le ipotesi plausibili, una modifica della costituzione da parte della Guida suprema e un golpe presidenziale. Una speranza: i "figli della rivoluzione".

Elezioni in Iran, la resa dei conti | Videoeditoriale "Protocollo Iran"

(Carta di Laura Canali tratta da Limes 5/05 "L'Iran tra la maschera e il volto")

La Guida Suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, è riuscito a vincere la sua prima battaglia contro il presidente Mahmoud Ahmadi-Nejad. Ciò emergerebbe dalle prime proiezioni dei risultati delle elezioni presidenziali tenutesi in Iran lo scorso 2 marzo, che sembrano delineare una netta vittoria dello schieramento facente capo a Khamenei su quello del presidente, che vede ridimensionato il proprio potere.

Cosa significa questa sconfitta? Quali conseguenze avrà sul futuro del paese?

Secondo chi scrive, la vittoria dei khameneisti avrà un impatto significativo sia sul prosieguo del processo politico interno sia sulla politica estera, con particolare riguardo alla questione nucleare e alle strategie militari nella cruciale regione del Golfo persico. Sul fronte interno si possono avanzare almeno quattro ipotesi:

1. L'ayatollah Khamenei decide di aprire un processo di revisione costituzionale, ipotesi avanzata da lui stesso pochi mesi fa in un discorso politico tenuto a Teheran. Il parlamento, su raccomandazione di Khamenei, eliminerebbe la figura del presidente della Repubblica, eletto con il concorso di tutti i cittadini, sostituendola con la figura di un primo ministro espressione di una maggioranza parlamentare.

Il capo dell'esecutivo perderebbe così parte del suo potere all'interno dell'apparato statale, permettendo alla Guida suprema di esercitare in modo ancora più chiaro un ruolo cruciale sul fronte politico e su quello religioso. Scomparsa la figura del presidente, le prossime elezioni presidenziali previste nel 2013 non avrebbero più luogo e il primo ministro sarebbe scelto dalla maggioranza del parlamento controllato da Khamenei, che eliminerebbe così il problema costituito da Ahmadi-Nejad e dalle forze a lui vicine.

Una revisione radicale della costituzione incontrerebbe però l'opposizione sia del presidente in carica, che negli ultimi mesi ha sottolineato più volte l’importanza del proprio ruolo nella Repubblica islamica, sia dei cosiddetti riformisti, ossia i khomeinisti. Questi ultimi, fedeli alla linea originale del leader della rivoluzione del 1979, l'ayatollah Ruhollah Khomeini, hanno già avanzato dure critiche all'ipotesi di tale revisione costituzionale, definendola contraria al pensiero del fondatore della Repubblica Islamica.

Sebbene emarginato dal potere da alcuni anni, lo stesso uomo forte del fronte moderato-riformista iraniano - l'ayatollah Ali Akbar Hashemi Rafsanjani - ha precisato pochi giorni fa che il parlamento deve svolgere esclusivamente la funzione legislativa e non può ingerirsi negli affari dell'esecutivo, che deve godere di totale indipendenza. Pertanto, se volesse attuare la “sua” revisione costituzionale, Khamenei si troverebbe paradossalmente a dover affrontare due forze politiche tra di loro avverse, quella ahmadinejadiana e quella riformista.

2. La Guida suprema, diventata più forte grazie alla maggioranza schiacciante che lo sostiene in parlamento, prepara il terreno per eliminare definitivamente dalla scena politica lo schieramento di Ahmadi-Nejad in vista delle presidenziali del 2013. Khamenei quindi non organizzerebbe una revisione costituzionale ma si limiterebbe a proporre un nuovo uomo politico di fiducia come candidato.

In questo caso, l'ayatollah punterebbe a riconquistare l'esecutivo per poi decidere se attuare quella riforma costituzionale. Alcuni potenziali candidati alle prossime elezioni presidenziali vicini a Khamenei sono: l'attuale sindaco di Teheran, Mohammad Bagher Qalibaf; l'ex presidente del parlamento Ali Larijani; Haddad Adel, anche lui ex presidente del parlamento nonché consuocero di Khamenei; il responsabile della politica estera dell'ufficio della Guida suprema, Ali Akbar Velayati.

Ecco le possibili reazioni di Ahmadi-Nejad di fronte alla sconfitta elettorale e a un eventuale tentativo da parte della Guida di eliminarlo dalla scena politica iraniana.

3. Un'ipotesi meno traumatica prevede che il presidente accetti la sconfitta elettorale e cerchi di riguadagnare consensi e alleati, sia sul piano economico-finanziario sia su quello politico-sociale, per poter presentare un suo candidato forte alle prossime elezioni presidenziali e mantenere la propria influenza nell'esecutivo. Personalità quali Esfandiar Rahim Mashai, Hassan Mousavi e Hamid Baqai potrebbero essere i candidati del presidente uscente nel 2013, sempre che la Guida suprema nel frattempo non modifichi la Costituzione.

4. È possibile contemplare uno scenario più radicale. Ahmadi-Nejad, consapevole del fatto che la sua posizione è seriamente minacciata dai khameneisti e disarmato sotto il profilo istituzionale dalla sconfitta elettorale e dalla conseguente posizione minoritaria in Parlamento, potrebbe tentare un vero e proprio colpo di Stato. Questa ipotesi, che potrebbe sembrare quasi surreale, secondo gli studi e le analisi di questi anni non è invece da escludere e un eventuale attacco esterno contro l'Iran potrebbe facilitare ancora di più la realizzazione di un eventuale golpe presidenziale.

Ahmadi-Nejad é un politico navigato, supportato da una parte importante della nuova finanza iraniana e della nuova generazione dei pasdaran; gode inoltre del sostegno dei centri rurali e delle classi disagiate. Proprio questa base solida gli ha permesso di sfidare nell'ultimo anno, sempre di più, l'ayatollah Khamenei: si pensi al licenziamento nel 2010 del ministro degli Esteri Manuchehr Mottaki, uomo vicino a Khamenei, e al tentativo di rimuovere nel 2011 l'hojjatoeslam Heidar Moslehi, ministro dell'Intelligence, fermato da Khamenei, che pose il suo veto. Oppure basti pensare al ruolo fondamentale di Esfandiar Rahim Mashai, capo ufficio nonché consuocero del presidente, il quale, pur malvisto dalla Guida, continua a detenere un potere considerevole all'interno dell'apparato politico.

Il grado di influenza di Ahmadi-Nejad nelle strutture economiche e militari iraniane non è chiaro a nessuno, nemmeno alla stessa Guida Suprema, che sta cercando di contrastare il gruppo presidenziale su tutti i fronti. Secondo fonti riservate, il presidente ha il consenso dei militari, sopratutto nei ranghi inferiori: alcuni generali, molti colonelli e tenenti sarebbero dalla sua parte e, come la storia dimostra, sono proprio queste le forze in grado di dare vita ad un eventuale colpo di Stato.

Anche alcune aree legate all'intelligence dei pasdaran sarebbero a lui vicine, mentre al ministero dell'Intelligence, sebbene ancora guidato da Moslehi, fedele alla Guida Suprema, vi sono uomini che fanno riferimento all'asse Ahmadinejad-Mashai; quest'ultimo, come sottolineato in passato, pare addirittura più influente dello stesso presidente. Il fronte che fa capo ad Ahmadi-Nejad avrebbe quindi le risorse per contrastare una politica aggressiva dell'ayatollah Khamenei.

Sul piano della politica estera invece la vittoria del fronte khameneista rafforza gli ultraconservatori, spingendoli probabilmente a radicalizzare le tensioni con l’Occidente sulla questione nucleare, anche perché i “falchi” dei pasdaran presenti al vertice delle Forze armate sono vicini a Khamenei. Ciò porterebbe a un ulteriore irrigidimento della posizione iraniana, favorendo così le possibilità di un intervento militare contro l'Iran.

Non va trascurato però il fatto che il fronte khameneista è sostenuto dalla Cina e trova appoggio anche nella Russia di Putin, che vede nella Repubblica Islamica un alleato strategico. Con la vittoria dei Khameneisti si prospettano quindi un ulteriore avvicinamento dell'Iran alla Cina e una linea politica più rigida da parte di Teheran nei confronti dell'Occidente.

Il gruppo presidenziale resterebbe, paradossalmente, il potenziale interlocutore dell'Occidente. Ahmadi-Nejad da mesi lancia segnali di disponibilità al dialogo agli Stati Uniti, finora non raccolti dall’amministrazione Obama. Se il suo fronte dovesse prendere il sopravvento su quello khameneista, sarebbe più probabile una mediazione con l'Occidente sulla questione nucleare; ciò potrebbe evitare l'inizio di uno scontro militare nella regione.

A parte questo scontro tra i due schieramenti al vertice della politica iraniana, esiste anche una nuova generazione, pronta nel prossimo futuro a svolgere un ruolo decisivo: sono i circa 35 milioni di iraniani al di sotto dei 33 anni, nati dopo o durante la rivoluzione del 1979, i cosiddetti “figli della rivoluzione”. Fra pochi anni l'Iran produrrà la prima élite giovane, in grado di scendere in politica e di diventare portavoce della nuova società civile, che in buona parte chiede la separazione della religione dalla politica.

La promozione di un sistema rappresentativo, la garanzia della libertà di stampa, di opinione e di espressione sono alcuni dei principi cardine che la giovane società civile persiana domanda, ormai da anni, avvalendosi particolarmente di strumenti di comunicazione moderna quali internet e i vari social networks.

Lo scontro al vertice a Teheran è molto importante, ma lo è altrettanto, ai fini di una visione lungimirante dell'Iran, considerare l'emergere di questa giovane società civile, in grado di dar vita a un nuovo modello di Iran per il Medio Oriente.

domenica 4 marzo 2012

Iran, dura posizione di Israele "Agiremo come stato indipendente"

da www.repubblica.it

Nucleare

Alla vigilia dell'incontro tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu a Washington, il ministro degli esteri israeliano alza il tono delle eventuali risposte al programma atomico di Tehran

TEL AVIV - Qualsiasi decisione sull'Iran sarà presa da Israele come "Stato indipendente". Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman alla vigilia dell'incontro alla Casa Bianca tra Barack Obama e il premier Benjamin Netanyahu. "Chiaramente, gli Usa sono la più grande potenza e il più stretto amico di Israele", ha precisato. Il dossier iraniano "è ben noto, la direzione presa dal regime è chiara", ha aggiunto il ministro.

"Israele prenderà le decisioni più appropriate alla sua valutazione della situazione", ha dichiarato Lieberman, in un'intervista rilasciata alla radio pubblica israeliana. "Se la comunità internazionale non è capace di fermare i massacri in Siria, qual è il valore delle sue promesse di assicurare la sicurezza di Israele", si è chiesto il ministro degli esteri.

giovedì 23 febbraio 2012

Ondata di attentati in Iraq sono sessanta le vittime

da www.repubblica.it

Attacchi condotti contro obiettivi sciiti nella capitale e in diverse altre città e villaggi. Tutto si è concentrato in due ore e mezza. Secondo fonti ufficiali ci sono anche oltre 200 feriti

BAGDAD - Una serie di attentati ha seminato il terrore oggi in Iraq. A Bagdad e in altre località sono morte sessanta persone. Ci sono anche oltre 200 feriti, comunicano fonti ufficiali. Gli attacchi sono avvenuti in un lasso di tempo di due ore e mezza e sono stati condotti contro obiettivi sciiti nella capitale - dove si sono registrate la maggior parte delle vittime - e in numerose altre città e villaggi. Oltre a Bagdad risultano colpite le province di Babilonia, Diyala, Salaheddin e Kirkuk.

Dopo il ritiro delle truppe americane, il Paese è nuovamente precipitato nell'incubo delle violenze settarie, riportando alla mente i durissimi scontri del 2006 e 2007 che causarono migliaia di vittime. La nuova ondata di attentati rompe un periodo di relativa calma, seguita al tentativo del premier sciita Nouri al Maliki e ai leader sunniti di trovare un accordo politico.

Almeno 32 sono le vittime registrate nella capitale, dove dieci esplosioni hanno colpito distretti sciiti durante l'ora di punta e colpito pattuglie di polizia, pendolari e la gente che affollava i centri commerciali. Un'altra decina di esplosioni ha interessato diverse città, da Mosul a Hilla, per la maggior parte dirette contro le forze di polizia, frequente obiettivo degli insorti sunniti.

Nel distretto sciita di Kadhimiya, nella parte settentrionale della capitale, un'autobomba è esplosa uccidendo 6 persone e ferendone 15. Una seconda autobomba è saltata in aria nel quartiere di Karrada, vicino un checkpoint della polizia,
provocando nove vittime. Altre due esplosioni hanno colpito il quartiere, causando almeno un'altra vittima. In tre quartieri sciiti della capitale, sono stati uccisi, poi, nove poliziotti.

L'attacco più grave, fuori dalla capitale, si è avuto nella città di Balad, dove sono morte sette persone e decine sono rimaste ferite. Ad un checkpoint della forze di sicurezza ad Adhamiyah, lungo il Tigri, un commando armato ha fatto strage di sei persone.

Due ordigni artigianali hanno poi provocato due morti a Umm-Mualaf, nella parte sudoccidentale di Bagdad; altre due persone sono rimaste uccise da un'autobomba a Mansur, nella parte ovest della capitale. Una bomba a Dura ha ucciso due persone; due morti anche a Abu Shir, vicino a un ristorante.

A Baquba, nella provincia di Diyala, due autobomba e un ordigno piazzato sul ciglio della strada hanno provocato quattro morti mentre un commando armato ha ucciso due persone. Anche a Dujail l'esplosione di un'autobomba ha ucciso una persona. Tre morti, infine, si registrano nella provincia di Salaheddin per l'esplosione di un'ennesima autobomba nella città petrolifera di Baiji.

(23 febbraio 2012)

domenica 12 febbraio 2012

Messaggio blasfemo su Twitter poeta arabo rischia la pena di morte

da www.repubblica.it

Kashgari arrestato in Malaysia. L'angoscia dei genitori: "Ha chiesto perdono, giura di essersi pentito, credetegli". Appello in tutto il mondo: salvatelo

di ALIX VAN BUREN
TWITTER, che pasticcio; 140 caratteri per cinguettare un micropensiero senza troppo riflettere, e piombi nei guai. Stavolta, guai seri. Rischi di perdere la testa, causa decapitazione in pubblica piazza, se sei saudita, hai 23 anni, ti chiami Hamza, e con fare da poeta hai twittato tre messaggini rivolti al Profeta. Gli hai detto, nientemeno, il giorno del suo compleanno che vorresti stringergli la mano, sorridergli, come a un amico. Hai azzardato persino che lo ammiri, ma che certe volte, tu ventenne, proprio non lo capisci. Per questo le autorità religiose d'Arabia ti bollano un apostata. La sentenza? La pena capitale.

Proprio così: una campagna di solidarietà internazionale dilaga per ottenere salva la vita del giovane poeta Hamza Kashgari, editorialista di Al Bilad a Gedda, in fuga verso la Malaysia per sottrarsi al linciaggio promosso dagli sceicchi salafiti sauditi. Il nome e l'indirizzo sono stati offerti in pasto al web, perché chi possa rintracciarlo faccia giustizia: "Dead man walking, Morto che cammina", intitola uno dei 30 mila tweet contro il "blasfemo". Su Facebook il gruppo "Il popolo saudita chiede l'esecuzione di Hamza Kashgari" conta 8mila adesioni. Il governo di Kuala Lumpur lo ha fatto arrestare. I genitori si appellano al mondo: Hamza, ripetono, ha chiesto perdono, ha cancellato quei tweet, giura d'essersi pentito, e "vi supplichiamo, credetegli".

Noi diremmo, abbiate un po' di carità. Ma questo non vale per l'Arabia, che è la culla dell'Islam, guardiana dell'ortodossia wahabita, la più radicale, e delle due Sante Moschee di Mecca e Medina. Terra sacra, che i kuffaar, i miscredenti, non possono calpestare. E su questo si regge, da 80 anni, il potere degli Al Saud, i sovrani dell'Isola araba - oggi Fort Knox del petrolio mondiale - rimasta impermeabile per secoli e millenni, fino alla scoperta dell'oro nero, a ogni idea o moda importata dall'esterno. Senonché una nuova generazione è intenta a premere sui limiti del permissibile, lo stesso re Abdullah ha fama di prudente riformista, e il clero e i ceti più conservatori scalpitano. Forse questo spiega il furore contro Hamza, tanto più che a succedere il sovrano è stato nominato un "principe dei salafiti", il fratellastro Nayef bin Abdul Aziz con fama per alcuni di gran credente, per altri di zelota.

Hamza rischia di finire decapitato da quest'ingranaggio. Dall'estero, al Daily Beast, lui si dice disperato: "Ho paura e non so dove andare". Gli amici accorsi in sua difesa ammutoliscono, tacciati di "nemici del Profeta". Hamza s'è rivolto a Maometto "da uomo a uomo". Non è così nel Corano? "Muhammad non è altro che un Messaggero" (Sura 3:144), lo ripetono i chierici per scoraggiare ogni devozione che elevi oltre l'umano "il più veritiero, il più puro degli uomini". "È vero, noi siamo umani quanto voi..." (S. 14:10-11), replicano i Profeti nel Libro. Però, il disdegno verso i poeti parte da lontano, da quando le odi dorate venivano appese dai bardi pagani alla Ka'ba, nell'età pre-islamica dell'Ignoranza. Se poi la poesia, da sempre, vagheggia di libertà e, come si difende Hamza, "Volevo praticare i più fondamentali diritti umani - libertà di pensiero e di espressione", la faccenda sa di politica. Si avverte un refolo di "risveglio arabo". Chissà che il vero peccato di Hamza sia la richiesta di quelle libertà.

(11 febbraio 2012) © Riproduzione riservata