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giovedì 23 febbraio 2012

Ondata di attentati in Iraq sono sessanta le vittime

da www.repubblica.it

Attacchi condotti contro obiettivi sciiti nella capitale e in diverse altre città e villaggi. Tutto si è concentrato in due ore e mezza. Secondo fonti ufficiali ci sono anche oltre 200 feriti

BAGDAD - Una serie di attentati ha seminato il terrore oggi in Iraq. A Bagdad e in altre località sono morte sessanta persone. Ci sono anche oltre 200 feriti, comunicano fonti ufficiali. Gli attacchi sono avvenuti in un lasso di tempo di due ore e mezza e sono stati condotti contro obiettivi sciiti nella capitale - dove si sono registrate la maggior parte delle vittime - e in numerose altre città e villaggi. Oltre a Bagdad risultano colpite le province di Babilonia, Diyala, Salaheddin e Kirkuk.

Dopo il ritiro delle truppe americane, il Paese è nuovamente precipitato nell'incubo delle violenze settarie, riportando alla mente i durissimi scontri del 2006 e 2007 che causarono migliaia di vittime. La nuova ondata di attentati rompe un periodo di relativa calma, seguita al tentativo del premier sciita Nouri al Maliki e ai leader sunniti di trovare un accordo politico.

Almeno 32 sono le vittime registrate nella capitale, dove dieci esplosioni hanno colpito distretti sciiti durante l'ora di punta e colpito pattuglie di polizia, pendolari e la gente che affollava i centri commerciali. Un'altra decina di esplosioni ha interessato diverse città, da Mosul a Hilla, per la maggior parte dirette contro le forze di polizia, frequente obiettivo degli insorti sunniti.

Nel distretto sciita di Kadhimiya, nella parte settentrionale della capitale, un'autobomba è esplosa uccidendo 6 persone e ferendone 15. Una seconda autobomba è saltata in aria nel quartiere di Karrada, vicino un checkpoint della polizia,
provocando nove vittime. Altre due esplosioni hanno colpito il quartiere, causando almeno un'altra vittima. In tre quartieri sciiti della capitale, sono stati uccisi, poi, nove poliziotti.

L'attacco più grave, fuori dalla capitale, si è avuto nella città di Balad, dove sono morte sette persone e decine sono rimaste ferite. Ad un checkpoint della forze di sicurezza ad Adhamiyah, lungo il Tigri, un commando armato ha fatto strage di sei persone.

Due ordigni artigianali hanno poi provocato due morti a Umm-Mualaf, nella parte sudoccidentale di Bagdad; altre due persone sono rimaste uccise da un'autobomba a Mansur, nella parte ovest della capitale. Una bomba a Dura ha ucciso due persone; due morti anche a Abu Shir, vicino a un ristorante.

A Baquba, nella provincia di Diyala, due autobomba e un ordigno piazzato sul ciglio della strada hanno provocato quattro morti mentre un commando armato ha ucciso due persone. Anche a Dujail l'esplosione di un'autobomba ha ucciso una persona. Tre morti, infine, si registrano nella provincia di Salaheddin per l'esplosione di un'ennesima autobomba nella città petrolifera di Baiji.

(23 febbraio 2012)

domenica 12 febbraio 2012

Messaggio blasfemo su Twitter poeta arabo rischia la pena di morte

da www.repubblica.it

Kashgari arrestato in Malaysia. L'angoscia dei genitori: "Ha chiesto perdono, giura di essersi pentito, credetegli". Appello in tutto il mondo: salvatelo

di ALIX VAN BUREN
TWITTER, che pasticcio; 140 caratteri per cinguettare un micropensiero senza troppo riflettere, e piombi nei guai. Stavolta, guai seri. Rischi di perdere la testa, causa decapitazione in pubblica piazza, se sei saudita, hai 23 anni, ti chiami Hamza, e con fare da poeta hai twittato tre messaggini rivolti al Profeta. Gli hai detto, nientemeno, il giorno del suo compleanno che vorresti stringergli la mano, sorridergli, come a un amico. Hai azzardato persino che lo ammiri, ma che certe volte, tu ventenne, proprio non lo capisci. Per questo le autorità religiose d'Arabia ti bollano un apostata. La sentenza? La pena capitale.

Proprio così: una campagna di solidarietà internazionale dilaga per ottenere salva la vita del giovane poeta Hamza Kashgari, editorialista di Al Bilad a Gedda, in fuga verso la Malaysia per sottrarsi al linciaggio promosso dagli sceicchi salafiti sauditi. Il nome e l'indirizzo sono stati offerti in pasto al web, perché chi possa rintracciarlo faccia giustizia: "Dead man walking, Morto che cammina", intitola uno dei 30 mila tweet contro il "blasfemo". Su Facebook il gruppo "Il popolo saudita chiede l'esecuzione di Hamza Kashgari" conta 8mila adesioni. Il governo di Kuala Lumpur lo ha fatto arrestare. I genitori si appellano al mondo: Hamza, ripetono, ha chiesto perdono, ha cancellato quei tweet, giura d'essersi pentito, e "vi supplichiamo, credetegli".

Noi diremmo, abbiate un po' di carità. Ma questo non vale per l'Arabia, che è la culla dell'Islam, guardiana dell'ortodossia wahabita, la più radicale, e delle due Sante Moschee di Mecca e Medina. Terra sacra, che i kuffaar, i miscredenti, non possono calpestare. E su questo si regge, da 80 anni, il potere degli Al Saud, i sovrani dell'Isola araba - oggi Fort Knox del petrolio mondiale - rimasta impermeabile per secoli e millenni, fino alla scoperta dell'oro nero, a ogni idea o moda importata dall'esterno. Senonché una nuova generazione è intenta a premere sui limiti del permissibile, lo stesso re Abdullah ha fama di prudente riformista, e il clero e i ceti più conservatori scalpitano. Forse questo spiega il furore contro Hamza, tanto più che a succedere il sovrano è stato nominato un "principe dei salafiti", il fratellastro Nayef bin Abdul Aziz con fama per alcuni di gran credente, per altri di zelota.

Hamza rischia di finire decapitato da quest'ingranaggio. Dall'estero, al Daily Beast, lui si dice disperato: "Ho paura e non so dove andare". Gli amici accorsi in sua difesa ammutoliscono, tacciati di "nemici del Profeta". Hamza s'è rivolto a Maometto "da uomo a uomo". Non è così nel Corano? "Muhammad non è altro che un Messaggero" (Sura 3:144), lo ripetono i chierici per scoraggiare ogni devozione che elevi oltre l'umano "il più veritiero, il più puro degli uomini". "È vero, noi siamo umani quanto voi..." (S. 14:10-11), replicano i Profeti nel Libro. Però, il disdegno verso i poeti parte da lontano, da quando le odi dorate venivano appese dai bardi pagani alla Ka'ba, nell'età pre-islamica dell'Ignoranza. Se poi la poesia, da sempre, vagheggia di libertà e, come si difende Hamza, "Volevo praticare i più fondamentali diritti umani - libertà di pensiero e di espressione", la faccenda sa di politica. Si avverte un refolo di "risveglio arabo". Chissà che il vero peccato di Hamza sia la richiesta di quelle libertà.

(11 febbraio 2012) © Riproduzione riservata

lunedì 6 febbraio 2012

Palestina verso un governo di unità nazionale

da it.euronews.net

06/02 19:45 CET

Palestinesi verso la riconciliazione: sì di al Fatah e Hamas a un governo di unità nazionale guidato dal presidente Mahmud Abbas.

Un esecutivo provvisorio fatto di tecnici che avranno il compito di organizzare le prossime elezioni legislative e presidenziali.

A riprova delle buone intenzioni, la data già fissata per il prossimo incontro al Cairo il 18 febbraio e il rilascio di una sessantina di detenuti, finora oggetto di discordia tra le due principali fazioni palestinesi.

“Intendiamo seriamente guarire le ferite, voltare la pagina delle divisioni”, ha detto il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Mashaal, “promuovere concretamente il processo di riconciliazione e rafforzare la nostra unità nazionale”.

Mentre l’Europa apprezza, l’accordo siglato a Doha sotto l’egida dell’emiro del Qatar ha provocato l’immediata reazione di Israele che per bocca del premier Netanyahu ha già fatto sapere: “La pace e Hamas non vanno d’accordo. Se Abbas procederà lungo le intese maturate a Doha, vorrà dire che ha scelto di abbandonare la strada della pace per unirsi a Hamas che”, ha sottolineato il primo ministro israeliano, “resta un’organizzazione terroristica votata alla distruzione di Israele”.

“I palestinesi hanno risolto alcune delle loro controversie”, commenta dal Qatar Maha Barada di euronews, “Ma il diavolo potrebbe nascondersi nei dettagli. Se è vero che l’accordo è un passo importante, resta un ostacolo sulla strada per la stabilità nei territori palestinesi: lo stallo dei negoziati con Israele”.