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martedì 20 marzo 2012

Iraq, autobombe nelle città decine di morti e feriti

da www.repubblica.it

medio oriente

Nell'anniversario dell'invasione Usa e alla vigilia del vertice della Lega araba, nel Paese riesplode la violenza; attacchi nella capitale e a Kirkuk, ma il bilancio più grave viene dalla città santa sciita di Kerbala dove un'esplosione ha fatto strage di agenti di polizia: tredici le vittime

ROMA - E' una guerra finita per i media internazionali, invece continua a mietere vittime. In Iraq solo oggi, secondo fonti sanitarie e della polizia, sono morte 39 persone ed altre 188 sono rimaste ferite in una serie di attentati fatti in diverse città con autobombe o ordigni piazzati lungo le strade.

Uno degli attacchi più sanguinari è avvenuto nella città settentrionale di Kirkuk dove una bomba è esplosa vicino una stazione di polizia uccidendo 7 persone. Altre 13 vittime e circa 40 feriti sono invece il bilancio degli attentati compiuti a Kerbala, città santa per gli sciiti, dove sono state utilizzate due autobombe. Altri attentati con vittime si sono verificati a Hillah, Latifiyah e nella capitale Bagdad, mentre non si hanno informazioni sulle esplosioni di Baiji, Samarra, Tuz Khurmato, Daquq e Ddhuluiya. Complessivamente, sono stati almeno 14 gli attentati registrati nel Paese in mattinata.

A legare gli attacchi sembra esserci un filo rosso, l'intenzione di alimentare un'escalation di violenza nel giorno del nono anniversario dell'invasione americana del Paese, ma soprattutto a poco più di una settimana dal vertice della Lega araba (27-29 marzo), convocato a Bagdad per la prima volta dal 1990.

A Bagdad, un'autobomba è esplosa davanti al ministero degli Esteri, causando la morte di tre persone e il ferimento di altre 21. A Kerbala le bombe sono esplose verso le 8,15 ora locale nei pressi di un ristorante e di un giardino pubblico, secondo quanto riferito dalla portavoce
dei servizi sanitari della provincia, Jamal Mehdi. A Kirkuk (240 km a nord di Bagdad), l'autobomba è stata fatta esplodere nei pressi di un commissariato di polizia nella parte meridionale della città. Secondo Mohammed Abdullah, medico dell'ospedale di Kirkuk, tutte le vittime sono poliziotti.

Gli ultimi attacchi si sono verificati a Mahmoudiya, a circa 30 chilometri a sud della capitale, dove prima un ordigno è esploso sul ciglio della strada uccidendo due persone e ferendone sette. Nel secondo attentato, l'obiettivo era un convoglio di auto che scortava il governatore della provincia di Anbar; la bomba ha ucciso un agente della scorta e ferito gravemente altre otto persone.

(20 marzo 2012) © Riproduzione riservata

mercoledì 14 marzo 2012

Italia sospende attività a Damasco Rimpatriato il personale dell'ambasciata

da www.repubblica.it

SIRIA

In una nota il ministero degli Esteri spiega che la decisione è stata presa in considerazione dell'aggravarsi delle violenze nel Paese. La Farnesina: "Continueremo a sostenere il popolo siriano e a lavorare per una soluzione pacifica della crisi"

ROMA - L'Italia ha sospeso oggi l'attività della propria ambasciata a Damasco e rimpatriato lo staff della sede diplomatica. Lo ha reso noto la Farnesina.

"Anche in considerazione delle gravi condizioni di sicurezza, insieme ai principali partner dell'Unione Europea - si legge in una nota del ministero degli Esteri - abbiamo inteso ribadire la più ferma condanna verso le inaccettabili violenze attuate dal regime siriano nei confronti dei propri cittadini".

"L'Italia continuerà a sostenere il popolo siriano e a lavorare per una soluzione pacifica della crisi, che ne garantisca i diritti fondamentali e le legittime aspirazioni democratiche. Sosteniamo pienamente gli sforzi dell'Inviato Speciale dell' ONU e della Lega Araba, Kofi Annan, per ottenere uno stop immediato alla violenza e per consentire l'accesso degli operatori umanitari e l'avvio del dialogo politico", conclude la nota.

In un anno, stando alle stime dell'Onu, in Siria sono morte ottomila persone 1.

Esercito conquista Idlib. L'esercito siriano ha preso il totale controllo della città ribelle di Idlib, nel nord-ovest della Siria, dopo un assalto durato quattro giorni. Lo ha riferito un attivista che parla anche di 10 morti ieri in tutto il Paese e in particolare nelle provincia di Idlib. ''Da ieri a Idlib non si combatte più, l'Esercito libero
siriano si è ritirato e l'esercito regolare ha preso d'assalto l'intera città, conducendo anche perquisizioni casa per casa'', ha raccontato Noureddine al-Abdo da Idlib.

Francia invia ambasciatore per raccogliere prove contro crimini. La francia ha inviato nei paesi frontalieri con la Siria un ambasciatore incaricato di Diritti dell'uomo per raccogliere prove delle atrocità commesse dal regime di Bashar al Assad da consegnare alla corte penale internazionale, secondo fonti diplomatiche. Un anno dopo l'inizio della rivolta siriana, l'ambasciatore François Zimeray, è "nella regione" per raccogliere testimonianze che permetteranno alla Francia di "presentare un dossier d'accusa" davanti al Cpi, ha precisato la fonte sotto copertura dell'anonimato.

(14 marzo 2012)

lunedì 12 marzo 2012

Orrore a Homs, sgozzati donne e bambini Ban: "Vergogna, Assad agisca per la pace"

da www.repubblica.it

Dal segretario generale delle Nazioni Unite parole durissime, dopo il ritrovamento di 47 cadaveri nella città simbolo dell'opposizione al regime. In rete le immagini dei resti straziati. L'agenzia di Stato Sana: "Civili uccisi da gang di terroristi". Il Cns chiede intervento militare internazionale e no-fly zone. A New York vertice del "quartetto" per il Medio Oriente: bilaterali Usa-Russia

HOMS - Un'aggressione vergognosa, un uso sproporzionato della forza. Con queste durissime espressioni, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban ki-Moon, ha condannato una volta di più la repressione del regime siriano, nel giorno in cui è avvenuta a Homs la macabra scoperta del massacro di 47 tra donne e bambini ad opera dei fedelissimi del presidente Bashar Al Assad. Immagini dei corpi straziati sono state diffuse su internet e il Consiglio nazionale siriano (Cns) ha chiesto alla comunità internazionale un intervento militare e la creazione di una no-fly zone a protezione della popolazione.

Parlando al Consiglio di sicurezza, Ban ki-Moon ha rivolto al presidente Assad il pressante invito a "decidere entro pochi giorni" sulle proposte che ieri a Damasco gli ha esposto il mediatore delle Nazioni Unite e della Lega Araba, Kofi Annan, per riportare la pace nel Paese. Al leader siriano, l'ex segretario generale Onu ha chiesto di compiere "passi immediati per mettere fine alla violenza e agli abusi, rispondere alla crisi umanitaria e avviare un processo pacifico e senza esclusioni che risponda alle aspirazioni del suo popolo".

"Il governo siriano ha fallito nell'adempiere alla responsabilità di proteggere il suo popolo, sottoponendo, al contrario, i suoi cittadini all'aggressione militare e a un uso sproporzionato della forza. Operazioni vergognose che continuano" la dichiarazione di Ban al Consiglio di sicurezza, in un dibattito a cui partecipano, tra gli altri, il segretario
di Stato Usa Hillary Clinton, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, i capi delle diplomazie di Francia, Alain Juppè, Gran Bretagna, William Hague, oltre a vari rappresentanti di Paesi arabi. Ban ha sottolineato che "in questo momento cruciale, è essenziale che il Consiglio agisca in fretta e parli con una voce sola" e si è augurato che il Consiglio "trovi la strada che gli permetta di raggiungere una risoluzione di consenso che mandi un segnale di ferma determinazione".

A New York è in programma anche il vertice del "quartetto" per il Medio Oriente (Onu, Ue, Usa, Russia). Ban ki-Moon ha espresso il proprio "apprezzamento" per le recenti iniziative diplomatiche di Russia e Cina. Nel fine settimana, dai colloqui tra il ministro degli Esteri russo, Lavrov, e i rappresentanti della Lega Araba, è emerso un piano articolato in cinque punti: cessazione della violenza, qualunque ne sia l'origine; controllo neutrale; nessuna interferenza straniera; accesso all'assistenza umanitaria; appoggio alla mediazione di Kofi Annan, inviato speciale di Lega araba e Onu. Il piano è appoggiato dalla Cina e Damasco, anche attraverso il proprio ambasciatore a Mosca, lo ha giudicato positivamente.

In un simile clima, persino Lavrov, che dall'inizio della crisi siriana ha lavorato per ammorbidire i progetti di risoluzione Onu contro Assad, si è detto "gravemente preoccupato" per l'evolversi della situazione in Siria. Ma ha nuovamente ammonito sulla possibilità di una "diffusione del conflitto", che potrebbe scaturire da "domande affrettate per un cambiamento di regime, dall'imposizione di sanzioni unilaterali concepite per innescare difficoltà economiche e tensioni sociali in Siria" e da azioni che possano "evocare sostegno al confronto armato e anche un intervento militare straniero". Lavrov ha quindi ribadito che "tutte le parti" devono mettere fine alle violenze. Pur riconoscendo che "le autorità siriane hanno gran parte delle responsabilità", secondo il ministro russo non si può ignorare che in molte circostanze le forze siriane "non lottano contro persone disarmate ma contro unità armate e gruppi estremisti, come terroristi di Al Qaeda".

Su quest'ultimo punto Hillary Clinton non ci sta. Il segretario di Stato Usa ha respinto ogni tentativo di equiparare gli "omicidi premeditati" orditi dalle forze governative con il diritto all'autodifesa dei civili. Piuttosto, Clinton ha duramente sottolineato il "cinismo" di Assad, al tavolo "per la pace" con Kofi Annan mentre lanciava era in corso l'azione repressiva delle sue forze armate. Senza riferirsi esplicitamente a Russia e Cina, il segretario di Stato americano ha invitato tutti a unirsi per una soluzione della crisi siriana: "Crediamo che sia il momento per tutte le nazioni, anche per quelle che finora hanno bloccato i nostri tentativi, di supportare l'approccio politico e umanitario della Lega Araba".

A Russia e Cina si è direttamente rivolto invece Juppé, perché ascoltino "la coscienza del mondo" e appoggino una risoluzione Onu di condanna della violenza in Siria. Il capo della diplomazia francese ha inoltre chiesto che i vertici del regime di Damasco siano giudicati da tribunali internazionali.

Orrore a Homs. Dalla città assurta a simbolo e roccaforte dell'opposizione al regime, gli attivisti danno la notizia del ritrovamento di 47 cadaveri in due quartieri della città, appartenenti a donne e bambini. Tutti sgozzati, sarebbero vittime di una vera e propria esecuzione di massa ad opera delle forze fedeli al presidente. I Comitati di coordinamento locale degli attivisti siriani anti-regime affermano di aver finora identificato i corpi di 12 vittime. Nella versione fornita dall'agenzia di Stato Sana e ribadita dal ministro dell'Informazione di Assad, si tratterebbe di un certo numero di "civili sequestrati, uccisi e corpi mutilati da gang terroriste" per impressionare l'opinione pubblica internazionale. L'orrore corre anche sul web: pubblicati in rete alcuni video amatoriali con le immagini dei corpi straziati. Intanto, Al Arabiya riporta dell'esplosione di un'autobomba a Deraa, sud della Siria, nei pressi di una scuola nel quartiere centrale di Mahatta: morta una ragazza, feriti altri 25 studenti.

Al diffondersi della notizia del massacro di donne e bambini a Homs, centinaia di famiglie sono fuggite da Homs, riferisce l'Osservatorio siriano per i diritti umani. Il Consiglio nazionale siriano (Cns) ha chiesto una riunione d'urgenza del Consiglio di sicurezza Onu. Più tardi, con un comunicato letto durante una conferenza stampa a Istanbul da uno dei leader dell'opposizione, George Sabra, il Cns ha richiesto "un intervento militare internazionale e arabo urgente", la creazione di una "no-fly zone" e raid mirati contro l'apparato militare del regime di Assad.

"I cadaveri di almeno 26 bambini e 21 donne sono stati trovati nei quartieri di Karm al-Zeitoun e al-Adawiyé, alcuni sgozzati, altri pugnalati dai 'chabbiha' (le milizie filo-regime)", ha spiegato Hadi Abdallah, della Commissione generale della rivoluzione siriana, mostrando un video a sostegno delle accuse.

In uno dei filmati finiti su internet, un attivista, identificato con lo pseudonimo di Omar al Homsi, mostra i corpi di donne e bambini. Molti presentano il cranio spaccato, altri hanno ancora gli occhi aperti, oppure un'occhio solo, mentre dall'altro è fuoriuscita materia celebrale. Alcuni cadaveri presentano segni di bruciature estese, altri hanno tagli alla gola o fori di pallottole in fronte. Secondo il racconto dell'attivista, le vittime sono state uccise dalle milizie lealiste penetrate nei quartieri di Karm al-Zeitoun e al-Adawiyé alla ricerca dei superstiti di intensi attacchi di artiglieria.

L'agenzia di Stato, Sana, ha diffuso la versione di regime sull'accaduto: "gruppi di terroristi hanno sequestrato, ucciso, mutilato" un numero imprecisato di civili a Homs "per filmarli e mandarli in onda" sulle tv satellitari, in particolare al Jazeera e al Arabiya. A seguire il ministro dell'Informazione, Adnane Mahmoud, che ha accusato del massacro "bande di terroristi", il cui obiettivo è di "sfruttare il sangue siriano per fare pressione e suscitare la reazione internazionale contro la Siria".

Riunione del "quartetto" a New York. Di tutto questo, all'Onu discute il "quartetto" per il Medio Oriente. Presenti il segretario generale dell'Onu Ban ki-Moon, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, collegata in videoconferenza Catherine Ashton, capo della diplomazia Ue. A margine, Clinton e Lavrov intratterranno colloqui bilaterali molto attesi a causa delle forti divergenze tra Washington e Mosca sull'approccio al conflitto siriano. La Russia ha posto il veto a due risoluzioni del Consiglio di sicurezza, assieme alla Cina, e secondo alcuni diplomatici considera ancora troppo sbilanciata la bozza presentata negli ultimi giorni dagli Stati Uniti. I Paesi occidentali hanno ribadito più volte di non voler intervenire militarmente in Siria, a differenza di quanto accaduto in Libia contro Gheddafi, ma non hanno escluso la possibilità di fornire armi ai ribelli, progetto a cui si oppongono Mosca e Pechino.

"Fornire armi non è la soluzione". "E' imperativo interrompere il ciclo di violenza in Siria e scongiurare un escalation degli scontri armati in una guerra civile". Lo ha affermato oggi a Ginevra Paulo Pinheiro, presidente della Commissione di inchiesta sulla Siria, istituita dal Consiglio Onu per i diritti umani nell'agosto 2011. "Accrescere la militarizzazione e fornire armi non è la risposta giusta - ha aggiunto, presentando il rapporto della commissione al Consiglio -. L'accesso umanitario illimitato deve essere la regola e non l'eccezione".

Annan: "Fermare ora le uccisioni di civili". Nel frattempo, il mediatore Kofi Annan ha lasciato ieri Damasco, dove ha incontrato Assad, senza trovare un accordo per la fine del conflitto, ed è arrivato questa mattina in Qatar per incontrare alcune autorità del governo locale. Il ministro qatariota degli affari esteri, sceicco Hamad Bin Jassem Al Thani, ha denunciato sabato "un genocidio sistematico da parte del governo siriano" e ha stimato che è giunto il tempo di inviare truppe arabe e internazionali in Siria. A fine febbraio, Al Thani si era detto favorevole alla fornitura di armi all'opposizione siriana. Dopo il Qatar, Annan si è trasferito in Turchia, per riferire al premier turco Erdogan sui colloqui avuti con Assad. Al suo arrivo ad Ankara, Annan ha dichiarato: "Le uccisioni di civili devono fermarsi adesso. Il mondo deve mandare (al regime siriano) un messaggio chiaro, che questa situazione è inaccettabile".

Iran: "Occidente e arabi per instabilità della Siria". Chi invece garantisce il pieno sostegno ad Assad è l'Iran. "La Repubblica Islamica dell'Iran sottolinea il suo totale sostegno al popolo e al governo siriano", ha detto il viceministro degli Esteri, Hossein Amir-Abdollahian, citato dall'agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna. Amir-Abdollahian ha accusato l'Occidente e i Paesi arabi di "lavorare per l'insicurezza e l'instabilità in Siria" e di essere "responsabili per l'aggravarsi della crisi". Teheran, ha concluso il viceministro degli Esteri, continua a ritenere che l'unica soluzione sia quella "politica" sulla base delle "riforme" promosse dal presidente siriano Bashar Al Assad.

Libano, Hariri: "Assad criminale, fine è vicina". "Il massacro di donne, bambini e anziani innocenti a Homs è un segnale: la fine del regime di Bashar Al Assad è vicina. Il presidente siriano avrà il destino che spetta ai criminali". Lo ha affermato l'ex premier libanese e leader del movimento di opposizione al-Mustaqbal, che ha parlato del massacro di Homs come di un'"altra pagina nera scritta" da Assad. Hariri ha ribadito il suo sostegno alla popolazione siriana e chiesto "alla comunità araba e internazionale di sostenerla".

(12 marzo 2012) © Riproduzione riservata

giovedì 8 marzo 2012

Siria, prime defezioni dal regime il viceministro del petrolio con i ribelli

da www.repubblica.it

Abdo Hussameddine ha annunciato il passaggio all'opposizione con un video su Youtube. "Mi unisco alla rivoluzione del popolo che rifiuta l'ingiustizia e la campagna brutale del governo"

DAMASCO - Il viceministro siriano del petrolio, Abdo Hussameddine, ha annunciato nella notte le sue dimissioni e l'adesione all'opposizione al regime di Bashar al Assad, in un messaggio video postato su Youtube. "Io, ingegnere Abdo Hussameddine, vice ministro del Petrolio, annuncio le mie dimissioni. Mi unirò alla rivoluzione del popolo che rifiuta l'ingiustizia e la campagna brutale del regime" dice il viceministro, il più alto quadro a disertare finora dall'inizio delle manifestazioni contro il regime di Damasco.

mercoledì 7 marzo 2012

Nel futuro dell’Iran potrebbe esserci un colpo di Stato

da temi.repubblica.it/limes

di Pejman Abdolmohammadi
Le elezioni parlamentari di domenica hanno decretato la vittoria del fronte di Khamenei su quello di Ahmadi-Nejad. E ora? Tra le ipotesi plausibili, una modifica della costituzione da parte della Guida suprema e un golpe presidenziale. Una speranza: i "figli della rivoluzione".

Elezioni in Iran, la resa dei conti | Videoeditoriale "Protocollo Iran"

(Carta di Laura Canali tratta da Limes 5/05 "L'Iran tra la maschera e il volto")

La Guida Suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, è riuscito a vincere la sua prima battaglia contro il presidente Mahmoud Ahmadi-Nejad. Ciò emergerebbe dalle prime proiezioni dei risultati delle elezioni presidenziali tenutesi in Iran lo scorso 2 marzo, che sembrano delineare una netta vittoria dello schieramento facente capo a Khamenei su quello del presidente, che vede ridimensionato il proprio potere.

Cosa significa questa sconfitta? Quali conseguenze avrà sul futuro del paese?

Secondo chi scrive, la vittoria dei khameneisti avrà un impatto significativo sia sul prosieguo del processo politico interno sia sulla politica estera, con particolare riguardo alla questione nucleare e alle strategie militari nella cruciale regione del Golfo persico. Sul fronte interno si possono avanzare almeno quattro ipotesi:

1. L'ayatollah Khamenei decide di aprire un processo di revisione costituzionale, ipotesi avanzata da lui stesso pochi mesi fa in un discorso politico tenuto a Teheran. Il parlamento, su raccomandazione di Khamenei, eliminerebbe la figura del presidente della Repubblica, eletto con il concorso di tutti i cittadini, sostituendola con la figura di un primo ministro espressione di una maggioranza parlamentare.

Il capo dell'esecutivo perderebbe così parte del suo potere all'interno dell'apparato statale, permettendo alla Guida suprema di esercitare in modo ancora più chiaro un ruolo cruciale sul fronte politico e su quello religioso. Scomparsa la figura del presidente, le prossime elezioni presidenziali previste nel 2013 non avrebbero più luogo e il primo ministro sarebbe scelto dalla maggioranza del parlamento controllato da Khamenei, che eliminerebbe così il problema costituito da Ahmadi-Nejad e dalle forze a lui vicine.

Una revisione radicale della costituzione incontrerebbe però l'opposizione sia del presidente in carica, che negli ultimi mesi ha sottolineato più volte l’importanza del proprio ruolo nella Repubblica islamica, sia dei cosiddetti riformisti, ossia i khomeinisti. Questi ultimi, fedeli alla linea originale del leader della rivoluzione del 1979, l'ayatollah Ruhollah Khomeini, hanno già avanzato dure critiche all'ipotesi di tale revisione costituzionale, definendola contraria al pensiero del fondatore della Repubblica Islamica.

Sebbene emarginato dal potere da alcuni anni, lo stesso uomo forte del fronte moderato-riformista iraniano - l'ayatollah Ali Akbar Hashemi Rafsanjani - ha precisato pochi giorni fa che il parlamento deve svolgere esclusivamente la funzione legislativa e non può ingerirsi negli affari dell'esecutivo, che deve godere di totale indipendenza. Pertanto, se volesse attuare la “sua” revisione costituzionale, Khamenei si troverebbe paradossalmente a dover affrontare due forze politiche tra di loro avverse, quella ahmadinejadiana e quella riformista.

2. La Guida suprema, diventata più forte grazie alla maggioranza schiacciante che lo sostiene in parlamento, prepara il terreno per eliminare definitivamente dalla scena politica lo schieramento di Ahmadi-Nejad in vista delle presidenziali del 2013. Khamenei quindi non organizzerebbe una revisione costituzionale ma si limiterebbe a proporre un nuovo uomo politico di fiducia come candidato.

In questo caso, l'ayatollah punterebbe a riconquistare l'esecutivo per poi decidere se attuare quella riforma costituzionale. Alcuni potenziali candidati alle prossime elezioni presidenziali vicini a Khamenei sono: l'attuale sindaco di Teheran, Mohammad Bagher Qalibaf; l'ex presidente del parlamento Ali Larijani; Haddad Adel, anche lui ex presidente del parlamento nonché consuocero di Khamenei; il responsabile della politica estera dell'ufficio della Guida suprema, Ali Akbar Velayati.

Ecco le possibili reazioni di Ahmadi-Nejad di fronte alla sconfitta elettorale e a un eventuale tentativo da parte della Guida di eliminarlo dalla scena politica iraniana.

3. Un'ipotesi meno traumatica prevede che il presidente accetti la sconfitta elettorale e cerchi di riguadagnare consensi e alleati, sia sul piano economico-finanziario sia su quello politico-sociale, per poter presentare un suo candidato forte alle prossime elezioni presidenziali e mantenere la propria influenza nell'esecutivo. Personalità quali Esfandiar Rahim Mashai, Hassan Mousavi e Hamid Baqai potrebbero essere i candidati del presidente uscente nel 2013, sempre che la Guida suprema nel frattempo non modifichi la Costituzione.

4. È possibile contemplare uno scenario più radicale. Ahmadi-Nejad, consapevole del fatto che la sua posizione è seriamente minacciata dai khameneisti e disarmato sotto il profilo istituzionale dalla sconfitta elettorale e dalla conseguente posizione minoritaria in Parlamento, potrebbe tentare un vero e proprio colpo di Stato. Questa ipotesi, che potrebbe sembrare quasi surreale, secondo gli studi e le analisi di questi anni non è invece da escludere e un eventuale attacco esterno contro l'Iran potrebbe facilitare ancora di più la realizzazione di un eventuale golpe presidenziale.

Ahmadi-Nejad é un politico navigato, supportato da una parte importante della nuova finanza iraniana e della nuova generazione dei pasdaran; gode inoltre del sostegno dei centri rurali e delle classi disagiate. Proprio questa base solida gli ha permesso di sfidare nell'ultimo anno, sempre di più, l'ayatollah Khamenei: si pensi al licenziamento nel 2010 del ministro degli Esteri Manuchehr Mottaki, uomo vicino a Khamenei, e al tentativo di rimuovere nel 2011 l'hojjatoeslam Heidar Moslehi, ministro dell'Intelligence, fermato da Khamenei, che pose il suo veto. Oppure basti pensare al ruolo fondamentale di Esfandiar Rahim Mashai, capo ufficio nonché consuocero del presidente, il quale, pur malvisto dalla Guida, continua a detenere un potere considerevole all'interno dell'apparato politico.

Il grado di influenza di Ahmadi-Nejad nelle strutture economiche e militari iraniane non è chiaro a nessuno, nemmeno alla stessa Guida Suprema, che sta cercando di contrastare il gruppo presidenziale su tutti i fronti. Secondo fonti riservate, il presidente ha il consenso dei militari, sopratutto nei ranghi inferiori: alcuni generali, molti colonelli e tenenti sarebbero dalla sua parte e, come la storia dimostra, sono proprio queste le forze in grado di dare vita ad un eventuale colpo di Stato.

Anche alcune aree legate all'intelligence dei pasdaran sarebbero a lui vicine, mentre al ministero dell'Intelligence, sebbene ancora guidato da Moslehi, fedele alla Guida Suprema, vi sono uomini che fanno riferimento all'asse Ahmadinejad-Mashai; quest'ultimo, come sottolineato in passato, pare addirittura più influente dello stesso presidente. Il fronte che fa capo ad Ahmadi-Nejad avrebbe quindi le risorse per contrastare una politica aggressiva dell'ayatollah Khamenei.

Sul piano della politica estera invece la vittoria del fronte khameneista rafforza gli ultraconservatori, spingendoli probabilmente a radicalizzare le tensioni con l’Occidente sulla questione nucleare, anche perché i “falchi” dei pasdaran presenti al vertice delle Forze armate sono vicini a Khamenei. Ciò porterebbe a un ulteriore irrigidimento della posizione iraniana, favorendo così le possibilità di un intervento militare contro l'Iran.

Non va trascurato però il fatto che il fronte khameneista è sostenuto dalla Cina e trova appoggio anche nella Russia di Putin, che vede nella Repubblica Islamica un alleato strategico. Con la vittoria dei Khameneisti si prospettano quindi un ulteriore avvicinamento dell'Iran alla Cina e una linea politica più rigida da parte di Teheran nei confronti dell'Occidente.

Il gruppo presidenziale resterebbe, paradossalmente, il potenziale interlocutore dell'Occidente. Ahmadi-Nejad da mesi lancia segnali di disponibilità al dialogo agli Stati Uniti, finora non raccolti dall’amministrazione Obama. Se il suo fronte dovesse prendere il sopravvento su quello khameneista, sarebbe più probabile una mediazione con l'Occidente sulla questione nucleare; ciò potrebbe evitare l'inizio di uno scontro militare nella regione.

A parte questo scontro tra i due schieramenti al vertice della politica iraniana, esiste anche una nuova generazione, pronta nel prossimo futuro a svolgere un ruolo decisivo: sono i circa 35 milioni di iraniani al di sotto dei 33 anni, nati dopo o durante la rivoluzione del 1979, i cosiddetti “figli della rivoluzione”. Fra pochi anni l'Iran produrrà la prima élite giovane, in grado di scendere in politica e di diventare portavoce della nuova società civile, che in buona parte chiede la separazione della religione dalla politica.

La promozione di un sistema rappresentativo, la garanzia della libertà di stampa, di opinione e di espressione sono alcuni dei principi cardine che la giovane società civile persiana domanda, ormai da anni, avvalendosi particolarmente di strumenti di comunicazione moderna quali internet e i vari social networks.

Lo scontro al vertice a Teheran è molto importante, ma lo è altrettanto, ai fini di una visione lungimirante dell'Iran, considerare l'emergere di questa giovane società civile, in grado di dar vita a un nuovo modello di Iran per il Medio Oriente.

domenica 4 marzo 2012

Iran, dura posizione di Israele "Agiremo come stato indipendente"

da www.repubblica.it

Nucleare

Alla vigilia dell'incontro tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu a Washington, il ministro degli esteri israeliano alza il tono delle eventuali risposte al programma atomico di Tehran

TEL AVIV - Qualsiasi decisione sull'Iran sarà presa da Israele come "Stato indipendente". Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman alla vigilia dell'incontro alla Casa Bianca tra Barack Obama e il premier Benjamin Netanyahu. "Chiaramente, gli Usa sono la più grande potenza e il più stretto amico di Israele", ha precisato. Il dossier iraniano "è ben noto, la direzione presa dal regime è chiara", ha aggiunto il ministro.

"Israele prenderà le decisioni più appropriate alla sua valutazione della situazione", ha dichiarato Lieberman, in un'intervista rilasciata alla radio pubblica israeliana. "Se la comunità internazionale non è capace di fermare i massacri in Siria, qual è il valore delle sue promesse di assicurare la sicurezza di Israele", si è chiesto il ministro degli esteri.