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sabato 26 maggio 2012

Asia Centrale, gli “Stan” del mutuo soccorso

da www.eilmensile.it

26 maggio 2012versione stampabile
Gabriele Battaglia
Mutuo soccorso, o “self-help” per dirla all’inglese. È il nuovo che avanza, o la tradizione riscoperta, dell’Asia Centrale, secondo Alisher Khamidov, ricercatore alla John Hopkins e all’Open Society Institute di George Soros. Di fronte all’inefficienza amministrativa dei vari “Stan” eredi dell’impero sovietico, la popolazione riscopre il fai da te in forma collettiva.
“L’assistenza estera e delle locali organizzazioni non governative (Ong) gioca un ruolo chiave nel promuovere iniziative di mutuo soccorso – spiega Khamidov su Eurasia.net -. Ma l’elemento più importante è uno spirito di volontariato civico che è esistito in Asia Centrale per secoli”.
Kirghizistan, Tagikistan, Kazakistan e Uzbekistan: tutti, chi più e chi meno, sarebbero percorsi da questo “rimbocchiamoci le maniche” foraggiato da soldi stranieri.
Nel villaggio kirghizo di Aravan, per esempio, da circa dieci anni la Ong Mehr-Shavkat (che significa “misericordia”) veicola le risorse economiche verso gruppi locali di cittadini che hanno costituito ormai una confederazione di 136 associazioni di mutua assistenza sparse in tutta la regione. Non sistemano solo strade, ponti e lampioni – dice la direttrice,  Maharam Tilavoldieva – “ma  forniscono anche micro-crediti alle famiglie povere, organizzano eventi culturali per costruire forti legami tra i gruppi etnici, e lanciano campagne di sensibilizzazione per promuovere la parità di genere”.
Secondo le Nazioni Unite, nel  2010 c’erano circa 1.800 di questi gruppi in Kirghizistan, mentre si contavano sulle dita di una mano nel 2000. Molto popolari sono anche in Kazakistan e Tagikistan, mentre in Uzbekistan c’è qualche problema in più. Il governo uzbeko ritiene infatti che siano uno strumento di infiltrazione straniera e un luogo di aggregazione per integralisti islamici, motivo per cui li monitora da vicino.
Semplice paranoia? La questione è controversa. In tutta l’Asia (non solo centrale), Ong ed associazioni proliferano e intercettano denaro spesso incontrollatamente. Nello specifico dell’Asia Centrale, inoltre, molti gruppi si costituiscono attorno alle moschee e innestano il proselitismo sugli aiuti. Normale, verrebbe da dire, ma le tensioni centroasiatiche sono un nervo scoperto.
Sta di fatto che nella valle di Ferghana, oggi, i gruppi tengono un basso profilo e offrono microcredito agli agricoltori cercando di farsi notare il meno possibile dalle autorità.
I gruppi di assistenza più comuni – dice Khamidov – sono organizzati in piccole unità di 10-15 membri che eleggono un leader, un vice e un tesoriere. A seconda delle dimensioni del gruppo e delle quote mensili (la maggior parte dei membri contribuisce per circa 10 dollari al mese), offrono prestiti a breve termine compresi tra i 100 e i 1.000 dollari. I membri prendono prestiti a rotazione e concordano collettivamente i progetti a beneficio della comunità. Quando non c’è abbastanza denaro per un progetto, i gruppi fanno domanda a organizzazioni come Mehr-Shavkat per le sovvenzioni.
La circolazione di denaro fa sì che ogni tanto qualcuno lo faccia sparire. È questa la maggiore critica che arriva dall’interno degli stessi gruppi. C’è poi un meccanismo di pressioni incrociate, una vera e propria competizione sui progetti non sempre trasparente. Alcuni individui – continua Khamidov – riconoscono tranquillamente di fare avanti-indietro tra diversi gruppi in base a chi dispone di più denaro in un dato momento.
Un altro problema è il rapporto con le istituzioni alle cui lacune il gruppi sopperiscono. “Non seguono le norme e cercano di trovare soluzioni rapide ai problemi”, dice un funzionario Kirghizo, ricordando che proprio la Mehr-Shavkat ha finanziato un ponte che è crollato durante un’alluvione solo due anni dopo la sua costruzione. “Devono lavorare più strettamente con le autorità governative locali quando si tratta di progettare le cose”.
La Banca Mondiale stima che nell’Asia Centrale la mutua assistenza non abbia ancora un impatto decisivo. I gruppi sono localizzati solo in alcune comunità, altrove sono assenti o a uno stato embrionale. Non bisogna però sottovalutare il loro impatto culturale: “Prima, la gente pensava che il  governo doveva fare le cose per loro – insiste Tilavoldieva -. Ma ora, la gente sta diventando sempre più consapevole che deve assumere il controllo dei suoi problemi. Questa idea è del tutto nuova nella nostra regione”.

venerdì 25 maggio 2012

Buon compleanno, Yemen

www.eilmensile.it

25 maggio 2012versione stampabile
Nel 1990 il mondo era molto diverso. Esisteva ancora l’Urss, anche se stava per crollare, come il muro di Berlino l’anno prima. Saddam Hussein era ancora un alleato di Washington e le primavere del mondo arabo erano popolate di speranze soffocate. Lo Yemen era diviso in due stati: lo Yemen del Nord e quello del Sud.
MOHAMMED HUWAIS/AFP/GettyImages
Tutto era nato, nel 1971, con il processo di decolonizzazione britannica. Lo stato del Nord, filo occidentale, e quello del Sud, marxista e filo sovietico, si sono fatti anche la guerra, per procura, come accadeva in tante altre parti nel mondo della Guerra Fredda. Poi, nel 1990, tutto cambia, e attorno alla leadership di Abdullah Saleh, i paesi si riunificano.
Oggi, ventidue anni dopo, c’è poco da festeggiare. Ieri, 23 maggio, i combattimenti nello Yemen meridionale tra esercito e miliziani integralisti vicini ad al-Qaeda hanno causato la morte di almeno 28 persone nella città di Zinjibar. L’esercito ha lanciato un’offensiva nel tentativo di riprendere le posizioni a nord-est della città, capitale della provincia di Abyan, caduta in mano ai combattenti di al-Qaeda da quasi un anno. Dall’inizio delle operazioni il 12 maggio sono morte 262 persone: 180 membri di al-Qaeda, 47 soldati, 18 ausiliari e 17 civili.
Un bel reportage di Ghaith Abdul-Ahad, pubblicato dal Guardian, racconta una realtà surreale. Alcune zone del Paese, bandiere nere al vento, sono nelle mani dei miliziani e dei predicatori di al-Qaeda nella Penisola Araba (Aqba), filiale del network di Osama bin Laden. La legge, i servizi pubblici, l’ordine: tutto gestito dalla sharia nella sua forma più aggressiva.
Un caos seguito alla caduta, dopo trenta anni, del regime di Saleh? No, non solo. Saleh è stato deposto, altro frutto maturo delle rivolte arabe, il 27 febbraio 2012, dopo un anno di proteste e una dura repressione costata la vita a migliaia di persone. Saleh, scampato a un attentato nel palazzo presidenziale il 2 giugno 2011, ha ottenuto la protezione degli Usa, l’immunità e ha passato i poteri a Abde Rabbo Mansur Hadi. Vecchio sodale di Saleh, Hadi è un uomo di garanzia per Washington e Riad, molto attenta a quello che accade nel Paese confinante.
La situazione, però, resta fuori controllo. Un elemento utile a capire quanto sia grave la condizione del Paese è l’attentato del 21 maggio scorso che ha colpito una parata militare nella capitale Sanaa : 96 morti e 300 feriti. Non nelle lontane periferie del Paese, ma nel cuore della capitale dello Yemen.
Il presidente Usa, Barack Obama, si è detto soddisfatto dei ”grandi progressi ottenuti negli ultimi anni nella lotta contro al-Qaeda in Afghanistan, ma sono molto preoccupato per l’attività del gruppo terroristico in Yemen”.
Paese nel quale gli Usa, dopo l’attentato alla nave militare statunitense Uss Cole, hanno investito milioni di dollari nella formazione dell’esercito, poi nel lavoro di intelligence, infine nella guerra con i droni. Ma ucciso Anwar al-Awlaki, eminenza grigia di al-Qaeda in Yemen, resta molto forte l’organizzazione in un Paese dove non si è investito in nulla altro.
La Commissione Ue, nel giorno dell’attentato a Sanaa, ha deciso di stanziare 5 milioni di euro di aiuti supplementari per combattere la sempre più grave crisi alimentare che ha colpito lo Yemen. ”La crisi in Yemen sta passando da brutta a disperata”, ha affermato la commissaria Ue alla gestione delle crisi, Kristalina Georgieva, sottolineando che la decisione di Bruxelles a favore della popolazione yemenita non è dovuta solo all’obiettivo di ”evitare la malnutrizione, ma anche perché la fame e la sofferenza possono solo destabilizzare la fragile transizione in corso. Quindi ignorare questo porterebbe a rischi tremendi per la regione e il mondo”.
L’Arabia Saudita ha convocato a Riad una conferenza internazionale per lo Yemen, preoccupata come è più degli sciiti – finanziati dall’Iran – che da al-Qaeda, con la quale i sauditi sono sempre ambigui.
Resta un dato: in Yemen il 44 per cento della popolazione – secondo le Nazioni Unite – vive con razioni alimentari insufficienti, mentre cresce il numero di sfollati in provenienza dal Corno d’Africa, aggravando così una già difficile situazione dovuta al peggiorare della crisi economica.
Lo Yemen, tra un po’, rischia di essere uno spettro. I fondi sono indirizzati alla lotta agli sciiti dei sauditi, alla lotta ad al-Qaeda degli Usa, la primavera yemenita ha scacciato Saleh, ma non è riuscita a farsi protagonista del suo futuro. Buon compleanno, Yemen, anche se c’è poco da festeggiare.