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venerdì 27 luglio 2012

Si torna a combattere nell’est del Tagikistan

da www.eilmensile.it

26 luglio 2012versione stampabile
Rimane molto alta la tensione nella regione autonoma del Gorno-Badakhshan, nell’est del Tagikistan, teatro negli ultimi giorni dei più violenti scontri armati registratisi nel Paese centrasiatico dalla fine della guerra civile, quindici anni fa.

(STR/AFP/GettyImages)
Ci sono dubbi sulla tenuta della tregua unilaterale proclamata ieri dal presidente Imomali Rakhmon, il quale martedì aveva ordinato un’offensiva militare contro le milizie dell’opposizione islamica locale fedeli al comandante Tolib Ayombekov, ex signore della guerra antigovernativo ai tempi della guerra civile.
L’operazione militare delle forze governative, condotta nei dintorni capitale regionale Khorog, a ridosso del confine afgano, è scattata dopo l’uccisione del generale Abdullo Nazarov, capo del Comitato di Stato per la Sicurezza Nazionale, assassinato il 21 luglio dagli uomini di Tolib Ayom Bekov.
Secondo fonti governative, fino alla dichiarazione della tregua i combattimenti avrebbero causato 42 morti: dodici soldati e trenta miliziani. Ma fonti locali, non confermate, parlano di oltre 200 morti, tra cui moltissimi civili coinvolti negli scontri.
Le forze governative avrebbero infatti fatto massiccio uso di elicotteri e artiglieria anche alla periferia di Khorog. Testimoni locali hanno riferito all’agenzia Reuters di decine di cadaveri abbandonati per le strade e di soldati e blindati che presidiano le strade.
All’origine degli scontri, che rischiano di rinfiammare il separatismo dei pamiri sciiti ismaeliti, l’irrisolta contesa sul controllo di questa regione, terra di ribelli fin dai tempi delle rivolte antizariste dei basmachi musulmani, e da anni via di transito del traffico di eroina afgana. Traffico in cui sono coinvolte sia le autorità governative che le opposizioni islamiche che governano la regione.
A destabilizzare ulteriormente la situazione in questa regione contribuisce il recente rafforzamento della presenza di forze islamiche fondamentaliste legate ai talebani e ad Al Qaeda, e considerate vicine alle fazioni più oltranziste dell’opposizione tagica.

venerdì 20 luglio 2012

Il peso di Qatar e sauditi nel nuovo Medio Oriente

da www.ilsole24ore.com

Ramadan mubarak. È piuttosto fuori luogo augurare un buon Ramadan con le cose che accadono. Il mese del digiuno e della preghiera che incomincia oggi, non sospenderà i combattimenti in Siria né eventuali altri attentati terroristici. Non è mai accaduto che un Ramadan fermasse la guerra. E non accadrà ora, che il Medio Oriente è di fronte al suo più grande sconvolgimento degli ultimi 100 anni.
Allora furono la fine dell'impero ottomano e gli anglo-francesi che sulle sue macerie disegnarono le nuove frontiere della regione. Potenze straniere padroni del destino. Questa volta no: americani, russi, ancor più gli europei, hanno solo un ruolo di supporto. I turchi credono di essere più importanti di quanto non siano. I protagonisti sono gli arabi. Soprattutto due Paesi, Arabia Saudita e Qatar: per dinamismo sarebbe giusto mettere in testa il Qatar; per dimensioni e dati statistici, cioè per massa critica, contano i sauditi.
Nel 2011 la crescita qatarina è stata del 18%, spinta soprattutto dalle esportazioni di gas naturale liquido. Per prevenire eventuali primavere in casa, l'anno scorso il Governo saudita ha pescato 130 miliardi di dollari dal suo surplus petrolifero per finanziare sussidi: case, aumenti di stipendio, posti di lavoro. Sono questi gli arsenali che definiscono le potenze arabe oggi. Una volta c'era l'Egitto popolatissimo, poverissimo, iperarmato. Ora solo la difesa strategica dei regni ed emirati sunniti del Golfo è garantita dagli Stati Uniti. Al resto pensano loro. Fare shopping nell'Europa indebitata per diversificare le mono-economie energetiche, è solo una delle attività. L'altra è investire le ricchezze nella rifondazione del Medio Oriente. Finanziano i Fratelli musulmani in Tunisia ed Egitto; distribuiscono armi agli insorti siriani che senza i mezzi venuti dal Golfo non sarebbero arrivati nel cuore di Damasco; hanno pagato la guerra e poi la ricostruzione in Libia; ritengono di non aver fatto ancora abbastanza in altri Paesi, per esempio il Libano controllato dagli hezbollah sciiti.
Abbiamo parlato di regni sunniti perché nel disegno modernista di cambiare il Medio Oriente con il potere economico si nasconde la fede. Uno scisma medievale fra sciiti e sunniti, irrisolto da quando esplose nella battaglia di Karbala del 680. Forse in Siria un giorno ci sarà anche la democrazia: non prima che i sunniti tolgano di mezzo dal potere gli alawiti di origine sciita della famiglia Assad. Il Qatar è più attratto dalle idee democratiche rispetto ai sauditi che invece le temono: l'emiro al-Thani percepisce la forza della democrazia. Ma quando si è trattato di togliere di mezzo i manifestanti sciiti, anche il Qatar ha partecipato alla spedizione militare in Bahrain. In Tunisia ed Egitto dove non ci sono sciiti, sauditi e qatarini non hanno mosso un dito fino a che le piazze di Tunisi e del Cairo sono state piene di giovani blogger. Ma hanno incominciato a dare soldi quando è venuto il momento delle fratellanze islamiche.
Le agende di Arabia Saudita e Qatar non sono del tutto identiche. Le due famiglie regnanti sono imparentate, entrambe sono sunnite wahabite ma i due Paesi non si sono sempre amati, un paio di volte si sono presi a fucilate lungo il confine. I sauditi non sopportano al-Jazeera né gli atteggiamenti liberali di al-Thani. Ma questo era parte del vecchio Medio Oriente. Ora ce n'è uno nuovo e l'obiettivo comune è più importante delle differenze.
Per pura scelta strategica gli americani sono con loro. Anche gli europei. E pure Israele: fra Iran, Siria e Hezbollah (gli sciiti) e i sunniti alcuni dei quali in pace con lo Stato ebraico, la scelta è obbligata.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
I NUMERI DEL SUCCESSO

18%
Il boom del Pil
del Qatar
La crescita messa a segno dal Qatar nel 2011, grazie alle esportazioni di gas naturale. Il ricco Stato del Golfo utilizza la ricchezza dell' export per acquisizioni in Europa
130 miliardi
Gli stanziamenti a fini sociali
dell'Arabia Saudita
Il denaro utilizzato nel 2011 da Riad per prevenire rivolte nel Paese: i fondi sono stati destinati a sussidi per i meno abbienti, costruzione di case e creazione di posti di lavoro
11 milioni
La produzione
petrolifera di Riad
I barili al giorno prodotti nel 2011 dall'Arabia Saudita. L'export è stato di 8,3 milioni di barili al giorno. Le riserve ammontano a 262 miliardi di barili

martedì 17 luglio 2012

Hormuz e la guerra del petrolio

da http://www.eilmensile.it/

16 luglio 2012versione stampabile
Christian Elia
L’inaugurazione è avvenuta ieri, 15 luglio 2012. Un bastimento con un carico si oltre 500mila barili di greggio provenienti dal campo petrolifero di Habshan, nell’emirato di Abu Dhabi, sono transitati dall’emirato di Fujeirah direttamente nel Golfo dell’Oman. Detto così pare poca cosa, ma in realtà è una piccola rivoluzione: il carico, infatti, non è transitato dallo Stretto di Hormuz.

Hamed Jafarnejad/AFP/Getty Images
Significa che per la prima volta, sotto gli occhi dell’Iran, l’oro nero si è spostato senza passare dal controllo della via di mare più strategica del pianeta, quella che gli ayatollah minacciano di chiudere al passaggio delle navi ogni volta che si sentono in pericolo, paventando una crisi energetica in tutto il mondo.
Una mossa non inattesa, ma comunque di grande portata. Basta pensare che nei giorni scorsi nella Maijlis, il parlamento iraniano, un deputato chiedeva di approvare un decreto per impedire alle navi degli stati europei che si sono uniti all’embargo contro l’Iran di transitare dallo Stretto di Hormuz.
Che rimane un punto chiave del pianeta, tanto che fonti governative Usa hanno annunciato la creazione e la dislocazione nello Stretto di unità robotiche silenti, pronte a intervenire al minimo accenno da parte delle unità navali iraniane di chiudere lo stretto al passaggio delle petroliere.
La tensione resta alta, dunque, ma l’apertura della pipeline di Fujeirah (pieno regime ad agosto, condotto da 360 chilometri, prima pietra posata nel 2008) consente di bypassare il problema per un ingente carico di oro nero.
Secondo quanto dichiarato da Hamad bin Mohammed Al-Sharqi, l’emiro di Fujeirah, la portata del condotto è di 1.5 milioni di barili al giorno, fino a un massimo di 1,8 milioni di barili. Tanto petrolio, considerando che l’attuale produzione di tutti gli Emirati Arabi Uniti, al giorno, è di 2.5 milioni di barili al giorno.
La strategia della tensione nei confronti dell’Iran si arricchisce di una nuova arma. Proprio mentre, nel silenzio dei media generalisti, in Arabia Saudita la tensione nella comunità sciita continua a salire. Dopo gli scontri dei giorni scorsi, nella regione orientale del Paese, a maggioranza sciita, dove migliaia di persone hanno manifestato ad Al Qatif, subito dopo i funerali di un uomo ucciso domenica dalla polizia. L’omicidio era avvenuto durante le proteste scoppiate per l’arresto di un leader religioso sciita che si era rivolto così alle autorità saudite.
”Perché – aveva chiesto provocatoriamente lo sceicco Nimr Al-Nimr, leader sciita – non attaccate i Paesi stranieri? Perché attaccate noi, poche decine di povere anime, se un paese straniero è responsabile. Allora attaccate la fonte del problema, attaccate l’Iran. Se pensate che il problema sia l’Iran, attaccatelo e vedremo cosa sarete capaci di fare”.
Lo sceicco ha toccato il cuore del problema: gli sciiti sauditi si sentono minacciati e discriminati, il governo li accusa di essere fomentati e pagati da Teheran, nella lotta per il dominio regionale. Lo stesso discorso per il Bahrein, dove gli sciiti sono addirittura la maggioranza della popolazione.
Tensioni che giungono nel momento sbagliato, quando l’inviato delle Nazioni Unite per la crisi siriana, Kofi Annan, aveva aperto agli iraniani per il tavolo di concertazione su una soluzione della crisi siriana. In Siria, infatti, la minoranza alevita al potere con il clan Assad è da sempre vicina all’Iran e agli sciiti. La Russia, cogliendo l’attimo, non ha fatto mancare (unico stato del Consiglio di Sicurezza) una dura condanna della repressione del governo saudita a danno degli sciiti. La partita è ancora lunga.

domenica 1 luglio 2012

L’Uzbekistan esce dall’alleanza militare ex-sovietica

da www.eilmensile.it

29 giugno 2012versione stampabile
Il quotidiano russo Kommersant, citando fonti del ministero degli Esteri uzbeko, scrive oggi che Tashkent ha deciso di uscire dall’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto). L’organizzazione è un’alleanza militare a carattere difensivo degli Stati ex-sovietici.

Militari Usa in Afghanistan ADEK BERRY/AFP/GettyImages

Il Paese, secondo il quotidiano russo, guarderebbe a Occidente, più precisamente agli Stati Uniti, perché in contrasto con la politica della Csto nei riguardi dell’Afghanistan” Igor Lyakin-Frolov, rappresentante russo nell’organizzazione ha detto che “l’Uzbekistan, in quanto Stato sovrano, ha il diritto di prendere le decisioni che ritiene necessarie”. A detta di Frolov, la Russia e i suoi partner stanno già discutendo una posizione comune da prendere rispetto all’iniziativa di Tashkent. Secondo il Kommersant, si tratta del chiaro segnale che Tashkent ha intenzione di ospitare una base statunitense sul suo territorio, dopo il ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan. Tale eventualità, secondo gli accordi dell’organizzazione, andrebbe concordata tra tutti gli Stati membri: Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Armenia, ma soprattutto Russia, contraria a un aumento della presenza Usa in Asia centrale. “In questo modo – scrive il Kommersant citando Vadim Kozyulin, del think-tank russo Pir – Tashkent può aprire una base militare di un Paese non appartenente alla Csto, senza bisogno di consultazioni preventive”. Secondo quanto riportato dalla testata, Washington ha in corso negoziati anche con il Kirgizistan e il Tagikistan, meno costosi e strategicamente fondamentali, per il trasferimento di equipaggiamento militare Isaf dall’Afghanistan, dopo il ritiro previsto per il 2014. “Gli Stati Uniti – a detta di Kozyulin – faranno dell’Uzbekistan il loro alleato strategico nella regione, fornendo a Tashkent assistenza finanziaria e militare in cambio di alcune garanzie sulla sicurezza e chiudendo un occhio sulle violazioni dei diritti umani”.