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martedì 5 marzo 2013

"Vision 2030" il progetto espansionistico dell'emiro illuminato

da www.ilsole24ore.com


DOHA - Al tramonto, poco dopo la chiusura al pubblico, il convoglio di auto si avvicina all'ingresso del Museo di arte islamica, sulla corniche. Piuttosto piccolo e poco militarizzato, considerando la curiosità, le passioni e spesso le ostilità suscitate dall'uomo che le poche guardie del corpo devono proteggere.
Mai un Paese così piccolo come il Qatar ha determinato in modo così imponente la geopolitica delle rivoluzioni arabe, il mercato mondiale del gas, l'interesse globale per il fondo sovrano più attivo della regione. Partendo 15 anni fa da un'irrilevanza assoluta.
L'emiro Hamad bin Khalifa al Thani, 61 anni, scende dall'auto. C'è la moglie Sheikha Mozah, che interpreta un ruolo creativo da first lady, inesistente prima di lei nel mondo arabo; e c'è Sheikha al Massaya, una dei loro sette figli, presidente del Qatar Museums Authority, considerata "la donna più potente dell'arte mondiale".
La moglie, i figli, i musei sono parte della stessa aspirazione all'eccezionalismo che ha spinto il Qatar a diventare il primo produttore di gas naturale liquido (77 milioni di tonnellate l'anno); a conquistare i mondiali di calcio del 2022, candidarsi per le Olimpiadi del 2020, creare il più grande campus universitario della regione, gli ospedali dalla ricerca più avanzata, un fondo sovrano con un portfolio d'investimenti all'estero da 100 miliardi di dollari e un piano di spesa da 30 solo nel 2012. Oltre a tentare di ridisegnare la carta politica del Medio Oriente. "Stiamo lavorando bene. Dicono che se oggi smettessimo di produrre gas e chiudessimo il fondo, il Qatar resterebbe ricco per altri 70 anni", dice l'emiro. Sorridendo, evidentemente.
La ragione della visita al museo è una mostra sui rapporti fra Oriente e Occidente nel XVII secolo. Spiega come le scoperte scientifiche, mediche e culturali del Medio Oriente arrivarono in Europa: dall'astrolabio all'immunizzazione, dal caffè agli arabeschi, in un trasferimento tecnologico e di costumi a senso unico e senza precedenti. "Secoli, noi arabi abbiamo perduto secoli", riflette l'emiro leggendo la lettera di Carlo II, nella quale il re d'Inghilterra esorta i mercanti della Compagnia del Levante a impossessarsi del maggior numero possibile di manoscritti arabi, come quattro secoli più tardi le economie in via di sviluppo avrebbero fatto con i microchip di Silicon Valley. "Dobbiamo crescere, tornare al vertice dello sviluppo scientifico, come quattro secoli fa".
È l'angst di Hamad al Thani, un'ansia di modernità che aiuta a spiegare perché un Paese così piccolo, ricchissimo e senza storia ("cento anni fa qui eravamo come i talebani") pretenda di essere così tanto nella mappa mondiale, fino a portarne al centro una forma di "arabità" diversa dal panarabismo delle rivoluzioni ideologiche passate. O forse è un delitto di hubris, una pericolosa sfida agli dei, come invece avrebbero detto i greci antichi.


Il convoglio si rimette in moto dopo la visita alla mostra che spiega molto del passato e illustra un cammino per il futuro. Esce dal breve viale del museo, abbellito da due file di palme. A destra la piccola penisola di West Bay era deserto che arrivava fino al mare. D'improvviso è diventata come Manhattan: i grattacieli sono tutti illuminati, quelli finiti e quelli ancora in costruzione.

Il museo disegnato da I. M. Pei e il palazzo dell'emiro sono al centro della corniche, fra la metropoli del futuro e la città vecchia. Anche in questa, tuttavia, ogni edificio è stato ristrutturato e ripristinato come alle origini dell'emirato, compreso il suk dei falconi da caccia, con la convinzione che senza quel passato non ci possa essere questo presente.
Da dieci anni Doha è un cantiere ed è previsto che continui a esserlo fino al 2030 con opportunità incalcolabili d'investimenti, mondiali di calcio compresi. I pannelli che dividono i cantieri dalla strada sono pieni di esortazioni: "Impara", "crea", "innova", "esplora", "scopri", "realizza". Le ha volute Sheikha Mozah che ha creato Education City, a venti chilometri dal centro: sta diventando un campus universitario gigantesco. Non avrebbe senso per una popolazione di 1,7 milioni di abitanti, meno di 300mila dei quali indigeni, se non fosse pensato per i giovani di tutto il mondo arabo.

"Vision 2030" è la sintesi materiale di quell'ansia di modernità: fra 18 anni, è il calcolo dell'emiro, il Qatar sarà uno dei Paesi più avanzati del mondo. E forse si sarà portato dietro una buona parte del mondo arabo. Oggi sembra piuttosto inimmaginabile.
Il convoglio si lascia alle spalle lo skyline di West Bay ed entra nel suk. Con la loro discreta guardia del corpo, l'emiro, la moglie e la figlia camminano fra la gente che non si irrigidisce nello stupore, non si fa da parte; nessuno tenta di baciare le mani né lanciare al cielo qualche slogan in onore del capo, come si usa da queste parti. C'è un understatement generale. Anche l'emiro mostra una certa consuetudine al contatto con i sudditi – raro in Medio Oriente – i quali hanno molte libertà ma non possono criticare la famiglia regnante.

Camminando lentamente, godendosi la tiepida serata, Hamad al Thani riprende il discorso interrotto: "Il mondo arabo non può tornare indietro: non si può più fermare questo grande processo di cambiamento, dobbiamo imparare a governarlo, ad assecondarlo". Il Qatar forse è troppo piccolo anche se molto ricco, per un compito di leadership. Ma è chiara la convinzione che l'emirato non possa raggiungere i suoi obiettivi di sviluppo in una regione che resti arretrata.

Forse oggi è la guerra civile siriana l'ostacolo più grande alla rivoluzione che ha in mente l'emiro. Quando la famiglia entra al Damasceno dove ha deciso di cenare, camerieri e proprietari sono imbarazzati come quando arriva un cliente importante che non ha prenotato. Viene trovato un buon tavolo sulla terrazza al piano di sopra. Come si deduce dal nome, la cucina è siriana: carne condita di melograno, humus, verdura e shawarma. Al narghilé però, l'emiro preferisce i suoi sigari Cohiba Lancero. Gli stessi che amava Fidel Castro.