Il mio blog principale: http://mikelogulhi.blogspot.com
Il blog centrale in italiano (dove puoi vedere, a destra, quali sono gli ultimi blog in italiano aggiornati): http://ilmondofuturo.blogspot.com

venerdì 28 giugno 2013

Siria, tre francescani decapitati da al Nusra

da www.ilsole24ore.com




I monaci sono stati giustiziati dopo un processo sommario in cui sono stati accusati di "essere al soldo del regime". A Damasco invece trovati i corsi di 16 uomini torturati a morte dalle forze di sicurezza

Tre monaci francescani del convento di Ghassanieh, in Siria, sono stati decapitati dal Fronte al Nusra, dopo un processo sommario nel quale sono stati accusati di "essere al soldo del regime". Lo scrive Radio France International, affermando che il gruppo jihadisti ha pubblicato il video dell'esecuzione sul web.

 Il 24 giugno padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, riferendo le parole del suo ministro regionale della Siria, padre Halim Noujaim, aveva reso noto che il giorno prima un gruppo di ribelli era entrato nel convento di Ghassanieh, e dopo averlo razziato lo avevano distrutto. Nel raid, recitava il comunicato, "avrebbero anche ucciso un eremita cattolico, padre Francois, che nel convento aveva trovato rifugio".

Rfi precisa invece che nel raid del 23 i jihadisti hanno rapito tre religiosi, tra i quali anche padre Francois, e qualche giorno dopo hanno messo in piedi un vero e proprio 'processo', accusando i religiosi di essere "al soldo del regime" perché "nell'agenda di uno di loro compariva il numero di un militare dell'esercito siriano".

I tre sono stati anche accusati di aver favorito il trasporto di armi e munizioni per conto del regime. Poi la 'condanna' e la decapitazione.

La vicenda, scrive Rfi, è stata condannata con durezza dal generale Riad al-Assad, uno dei capi militari dell'Esercito siriano libero (Esl): "Questi gruppi estremisti non hanno nulla a che fare con la religione musulmana nè con il popolo siriano".

Torture. In un ospedale di Damasco sono stati trovati i corpi di 16 uomini torturati a morte dalle forze di sicurezza siriane e sono stati consegnati alle loro famiglie, tutte della vicina località di Harasta. Lo riferiscono gli attivisti dell'Osservatorio siriano per i diritti umani, spiegando che non è chiaro quando i 16 siano stati uccisi. Harasta è una delle roccaforti dei ribelli nei pressi di Damasco e da settimane è sotto un duro attacco da parte delle forze del regime, che mirano a 'bonificare' i dintorni della capitale.

Armi chimiche.
Le Monde conferma l'uso di gas sarin da parte delle forze di Bashar Assad contro i ribelli in Siria. Sul suo sito web, la testata francese riporta il risultato finale dell'analisi di campioni raccolti da giornalisti a Damasco e nella regione. L'esito conferma la contaminazione di tre vittime dei combattimenti con la sostanza, altamente tossica e considerata arma chimica. La ricerca, condotta su sangue, urine, capelli e abiti, spiega Le Monde, conferma i risultati resi pubblici il 4 giugno dal ministro degli Affari esteri francese, Laurent Fabius, e dalla stessa testata.

Sciiti contro sunniti: guerra religiosa regionale. Il ministro iracheno degli affari esteri, Hoshyar Zebari, ha ammesso oggi che miliziani sciiti iracheni stanno partecipando ai combattimenti in Siria al fianco delle truppe governative di Bashar al Assad. In un colloquio con il quotidiano arabo al hayat, il capo della diplomazia di baghdad ha commentato: "non nego che combattenti sciiti iracheni stanno partecipando ai combattimenti in siria, come fanno i sunniti delle monarchie del golfo. Ma questo non è sintomatico di alcuna politica del governo iracheno".

L'opposizione siriana aveva ripetutamente denunciato la presenza di miliziani iracheni, al fianco dei combattenti sciiti del movimento libanese Hezbollah, che hanno avuto un ruolo decisivo nella riconquista del nodo strategico di Qusayr da parte delle truppe rimaste fedeli ad Assad.

martedì 25 giugno 2013

Qatar, emiro al-Thani abdica a favore del figlio. Fonti: "Annuncerà cambiamenti leadership"

da www.repubblica.it

La successione annunciata su Al Jazeera proprietà della famiglia regnante. Al 33enne Tamim la guida del piccolo ma influente Paese del Golfo Persico. L'intenzione è di portare nuova linfa alla guida del regno, "incoraggiando la nuova generazione". Possibile "rimpasto di governo per portare giovani nel gabinetto"

BEIRUT - L'emiro del Qatar, Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani, si appresta ad annunciare il passaggio di poteri al figlio, il 33enne principe ereditario Sheikh Tamim bin Hamad al-Thani. E' quanto riferiscono fonti diplomatiche, funzionari locali e che l'emittente Al Jazeera - di proprietà della famiglia regnante - ha rivelato con una notizia passata in sovraimpressione.

La decisione dello shaykh Hamad era stata anticipata già nelle settimane scorse ma le voci si sono fatte più insistenti negli ultimi giorni. Secondo osservatori locali avrebbero pesato anche le condizioni di salute dell'emiro in carica dal 1995. Una transizione del genere è inconsueta per un Paese delle monarchie del Golfo Persico, dove in genere i leader rimangono al potere fino alla morte.

"Ci si attende che l'emiro parli alla famiglia regnante e annunci importanti cambiamenti nella leadership" del Paese, ha confermato una fonte vicina ai circoli di potere a Doha. Ancora non è chiaro se l'emiro passerà i poteri al figlio Tamin o lo nominerà premier al posto dell'attuale capo di governo, Sheikh Hamad bin Jassem bin Jabr al-Thani. 
 
L'intenzione, hanno sostenuto fonti ben informate, è di portare nuova linfa alla guida del regno, "incoraggiando la nuova generazione". Da qui, l'avanzamento per il giovane erede e un possibile "rimpasto di governo per portare un gran numero di giovani nel gabinetto".

L'erede Tamim.
Trentatre anni,
il principe ereditario è comandante in capo congiunto delle forze armate e guida il comitato olimpico incaricato anche dell'organizzazione dei Mondiali del 2022 in Qatar. Educato in Gran Bretagna, Tamin è stato cadetto dell'accademia militare di Sandhurst, frequentata anche dai principi William e Harry. E' il secondo figlio della seconda moglie dell'attuale emiro, la sceicca Mozah bint Nasser Al-Misnad, figura estremamente nota anche all'estero per il suo impegno al fianco del marito per promuovere l'immagine del Qatar.

Si tratterebbe di un "passo indietro" per l'emiro, che non uscirebbe definitivamente di scena ma manterrebbe "un ruolo più onorifico", dando più spazio a Tamin in modo che "possa meglio assumere le sue responbilità e diventare l'uomo al comando", ha aggiunto una fonte diplomatica francese. In ogni caso, ha confermato un funzionario qatarino, l'emiro "continuerà a giocare un ruolo influente dietro le quinte e a mantenere un occhio sugli investimenti del Qatar all'estero".

La trasformazione del Qatar.
Al potere dal 1995, quando rovesciò il padre con un golpe incruento, il 61enne emiro del piccolo regno, ricchissimo di gas, ha usato le immense risorse per avviare una profonda trasformazione del Paese sulla strada della modernità, acquistando peso economico.

Il Qatar sunnita si trova a meno di 40 chilometri dalle coste dalla culla dello sciismo, l'Iran. Ospita la più grande base aerea Usa nel Golfo, la Al-Udeid, vicina a Doha dove sono schierati permanentemente 10 mila soldati. L'emiro creò nel 1996 la prima rete all-news del mondo arabo, al Jazeera, facendola diventare il canale di riferimento dell'area, lanciando poi la versione in inglese. Si è aggiudicato i mondiali di calcio del 2022 e ha moltiplicato gli investimenti di famiglia all'estero, in particolare a Londra dove possiede, tra l'altro, i grandi magazzini di 'Harrods' e ha finanziato la costruzione del grattacielo 'The Shard' di Renzo Piano.

L'analisi.
Il Qatar è anche crocevia politico. Sostiene i ribelli anti-Assad in Siria e malgrado mantenga buoni rapporti con Israele, appoggia Hamas a Gaza, di cui ospita nella capitale il leader politico, Khaled Meshaal. A Doha, inoltre, la settimana scorsa è stato inaugurato, con la benedizione di Washington, l'ufficio politico dei talebani in vista dell'avvio di negoziati con il governo afghano. Una linea che, con l'arrivo del principe ereditario al potere, non dovrebbe subire grosse modifiche: per l'analista Neil Partrick "Tamin ha già responsabilità su tematiche sensibili di esteri fra le altre", ed è "improbabile che il giovane erede metta in campo grandi cambiamenti senza consultare il padre".

sabato 15 giugno 2013

Iran, spoglio al 20%, Rohani sfonda 50%

da www.ansa.it

Sindaco Teheran secondo con il 17,1%

15 giugno, 07:53

Iran, spoglio al 20%, Rohani sfonda 50% (ANSA) - TEHERAN, 15 GIU - Il candidato moderato-riformista Hassan Rohani ha superato la soglia della maggioranza assoluta (50,4%) quando e' stato completato lo scrutinio in piu' di un quinto (20,7%) dei seggi per le elezioni presidenziali in Iran.

Su quasi 3,9 milioni di voti validi scrutinati, Rohani e' ottenuto 3,2 milioni di consensi mentre il primo degli altri candidati, il conservatore sindaco di Teheran, Mohammad Baqer Qalibaf, ha raccolto il 17,1% (circa 1,1 milioni di consensi).

giovedì 13 giugno 2013

Teheran resiste all'effetto sanzioni

da www.ilsole24ore.com


Se l'obiettivo principe delle sanzioni internazionali era di persuadere il regime di Teheran a sospendere il suo programma di arricchimento dell'uranio, facendolo tornare al tavolo dei negoziati, la conclusione più logica è che le sanzioni non hanno sortito l'effetto desiderato. E' trascorso quasi un anno da quando l'Unione europea ha fatto entrare in vigore l'embargo contro le importazioni di greggio dall'Iran. Poco più da quando gli Stati Uniti hanno inasprito le loro sanzioni, incluse quelle contro il sistema bancario iraniano e le transazioni internazionali, rinnovandole pochi giorni fa. Incurante delle gravissime difficoltà economiche in cui sono precipitati milioni di iraniani, il regime degli Ayatollah è andato avanti per la sua strada. Il programma nucleare iraniano - – ha dichiarato in maggio l'Agenzia internazionale per l'energia atomica - ha compiuto progressi significativi nella fase di espansione e una decisa accelerazione nell'installazione di avanzate tecnologie per l'arricchimento nell'impianto di Natanz. Nel 2005 l'Iran aveva solo 25 centrifughe, oggi ne avrebbe quasi 4mila.
Eppure sul fronte del settore energetico le sanzioni internazionali - soprattutto quelle americane - hanno inferto un colpo durissimo al Paese. Le esportazioni dell'Iran sono crollate, fino a precipitare, in maggio, a 700mila barili al giorno, un terzo di quanto l'Iran esportava prima dell'embargo. Si tratta del livello più basso da decenni. Per un Paese che dalle vendite di greggio ricava l'80% dell'export il danno è evidente. L'emorragia per le casse iraniane è di circa 3-5 miliardi di dollari ogni mese. Teheran fatica ora a trovare acquirenti per il suo greggio. Anche i suoi tradizionali clienti asiatici, che dagli Usa hanno ricevuto una moratoria per ridurre gradualmente le importazioni da Teheran, stanno abbattendo i loro acquisti. I dati relativi ai primi quattro importatori di greggio iraniano sono emblematici: da gennaio ad aprile il Giappone ha ridotto gli acquisti del 33%, l'India del 46%e la Corea del sud del 28. Solo la Cina, primo partner, li ha aumentati - dell'11% - ma li aveva tagliati di un quinto nel 2012.
Inefficaci nell'intaccare la determinazione degli Ayatollah, le sanzioni stanno tuttavia mettendo a dura prova l'economia di una nazione che, con 80 milioni di abitanti, ha sempre coltivato l'ambizione di assurgere a potenza regionale del Golfo. L'economia , soprattutto il settore manifatturiero, è in ginocchio. L'inflazione galoppa e nel 2012 , secondo il fondo monetario internazionale (Fmi), ha sorpassato il 30 per cento. La disoccupazione lievita (secondo i dati ufficiali ha già raggiunto il 13,5%, ma sarebbero molto superiore). Il rial ha ormai perso almeno la metà del suo valore contro il dollaro (ma si è comunque ripreso dai minimi toccati lo scorso anno). I severi limiti alle transazioni internazionali rendono molto difficile importare merci dall'estero, che comunque sono molto più care a causa della svalutazione del Rial.
Uno scenario davvero difficile. Ma l'economia iraniana non sembra prossima al collasso. Grazie alle abbondanti riserve in valuta straniera, alla capacità di bypassare le sanzioni, e a un mercato interno piuttosto grande, il regime sta galleggiando. Anche per quest'anno e per il prossimo l'Fmi prevede un surplus del Pil, per quanto in progressiva riduzione. Senza contare che, nell'impossibilità di far uscire capitali all'estero e importare molte merci, i consumi domestici hanno registrato un deciso stimolo. Non sapendo dove investire i risparmi i ricchi iraniani li hanno dirottati sulla Borsa (ai record storici anche questo mese) e nel mercato immobiliare, che nella capitale sta vivendo una bolla senza precedenti.
Uno scenario del genere farebbe presupporre che, esasperati dalla crisi, milioni di iraniani scenderanno in piazza per protestare contro il regime. Non è ancora avvenuto. Senza contare che l'economia dell'Iran (il Pil è di 500 miliardi di dollari l'anno) è, sì, in gravi difficoltà, ma già nel 2014 dovrebbe dare segnali di ripresa. Dopo essersi contratta del 3% nell'anno 2012/2013 (dati Economist intelligence Unit) l'Fmi prevede una crescita dell'1,1% già nel 2013-2014. 

domenica 9 giugno 2013

Karzai va in Qatar per vertice Usa-Islam

da www.ansa.it

Avra' anche colloqui sulla riconciliazione con i talebani

09 giugno, 13:44

 
(ANSA) - KABUL, 9 GIU - Il presidente afghano Hamid Karzai e' partito oggi per il Qatar per partecipare al Forum mondiale Usa-Mondo islamico, intitolato 'Un decennio di dialogo'. E' stato reso noto a Kabul. In un comunicato si precisa che Karzai avra' colloqui con le autorita' del Qatar sul processo in corso per la riconciliazione con i talebani. Nata per migliorare le relazioni fra Usa e paesi islamici, la conferenza per tre giorni affrontera' crisi afghana e cambiamenti in Pakistan e in molte altre nazioni arabe.

giovedì 6 giugno 2013

Il Libano vittima della Siria: il Paese sull'orlo di un'altra guerra civile

da www.ilsole24ore.com


Beirut - ReutersBeirut - Reuters
"Potrebbe accadere fra mezz'ora: c'è odio in giro, la gente è divisa di nuovo per linee confessionali. Basta una chiamata alle armi e tutto ricomincia". Abu Ali, nom de guerre di generalità nascoste per motivi professionali, non annusa l'aria di Beirut: se lo facesse, aspirerebbe solo lo smog del traffico e il fumo dei narghile. Non ha bisogno di sistemi così rudimentali per cogliere il pericolo. Lui la città la controlla scientificamente, nello stretto senso del termine.
Del movimento sciita di Hezbollah è il capo delle "Saraya al Muqawama", letteralmente Serraglio della resistenza, la rete spionistica e di controllo del territorio. Abu Ali ha il comando diretto del quarto settore: il centro della città con le banche, i suk, i grandi alberghi e i quartieri più popolari di Hamra, Basta, Bachoura. Ci sono duemila uomini al suo servizio che gli riferiscono tutto quello che succede nei condomini, cosa si nasconde nelle cantine, che si dice nei negozi, chi apre e chi chiude un ristorante, chi arriva in un albergo e chi parte.
Del cuore della città ne sa più del sindaco e dei servizi di sicurezza dello Stato. "Non abbiamo alcuna collaborazione con loro", spiega. "Fiducia zero: non c'è generale che non sia al soldo di un'ambasciata straniera o di un partito libanese". Superfluo ricordargli che neanche lui è al di sopra delle parti: "Ma noi siamo la Resistenza".
Abu Ali è il prodotto del Libano di oggi: sull'orlo di un'altra guerra civile, con molte interferenze straniere, ancora una volta vittima della Siria, senza un Governo ma con tanti sostituti settari regione per regione del Paese, quartiere per quartiere delle sue città. "Se scoppia qualcosa di serio, Beirut la controlliamo in poche ore. Tripoli al Nord, no. Sidone al Sud, si. Nello Chouf, in montagna, ci possiamo provare". E' la geografia a incastro che conosce Abu Ali e che qui insegnano alle elementari.
In realtà Abu Ali è il prodotto del Libano che è sempre stato. "Il Libano non doveva mai nascere, non esiste senso nazionale. Senza nemmeno tentare di dividerlo, il Paese è già diviso". Il capo di "Saraya al Muqawama" a suo modo è un uomo saggio.
Entrare nel suo ufficio nel quartiere di Bachoura – niente più di un finto negozio sulla strada, con i vetri a specchio che non fanno vedere nulla da fuori e tutto da dentro – è come un ritorno al passato. E' uguale all'ufficio di Sami che negli anni Ottanta, durante la guerra civile, curava la sicurezza a Hamra per i drusi di Walid Jumblatt e che, per simpatia, nel tempo libero si occupava anche della mia. Stesso disordine costruttivo. Due Kalashnikov lucidissimi appoggiati al muro con un tascapane pieno di caricatori. Un paio di walkie talkie. Tazzine di caffè turco e bicchieri di tè zuccheratissimo.
Per restare informato degli avvenimenti che sono oltre il controllo delle sue spie, Abu Ali guarda al Jazeera e al Manar, la tv di Hezbollah. In un angolo il computer è connesso con Facebook. Sami aveva solo il transistor Sony Three Band.
Sui muri, anche i simboli della sua parte sono ovviamente diversi da quelli che esibiva Sami: gli ayatollah Khomeini e Khamenei, l'emblema araldico di Hezbollah con il kalashnikov al posto dello scudo, l'imam Ali e suo figlio Hussein ucciso dai sunniti 1.300 anni fa. Foto dei martiri dell'ultima battaglia in corso in Siria. Si dice siano già 1.500 i caduti di Hezbollah sul fronte di Qusair, che non è in Libano. Fra i compiti di Abu Ali c'è anche quello di comunicare alle famiglie la morte in combattimento di un figlio o un marito. "In questo quartiere l'ho già fatto cinque volte. Parliamoci chiaro, non siamo andati in Siria per difendere l'esercito di Assad ma le nostre linee di rifornimento. Se i salafiti sunniti le prendono, noi Hezbollah siamo circondati. Per noi è una minaccia esistenziale". Non lo sa, ma Abu Ali parla come un generale israeliano.
Nel suo ufficio non ci sono simboli del Libano. C'è la bandiera palestinese ma non quella libanese. L'unica cosa che davvero unisce i libanesi, oltre la tradizione culinaria, sono gli affari. Secondo il Fondo Monetario Internazionale l'economia non va molto bene. Fra il 2008 e il 10 cresceva dell'8%, poi è crollata all'1,5. Gli investimenti internazionali del più globale dei Paesi arabi, sono precipitati del 68%. Ma le banche non hanno debiti: dal 2007 al 2012 i depositi sono passati da 77 a 124 miliardi di dollari, gli assets da 82 a 152, dice la Banca centrale.
Qui in Libano le gru riprendono a girare quando i miliziani non hanno ancora tolto i caricatori dai loro mitra e si fermano solo quando si ricomincia a sparare con qualcosa di più potente. Secondo George Qorm, economista ed ex ministro delle Finanze, "nonostante la ricchezza e la prosperità siano concentrate nelle mani di pochi e in alcuni quartieri lussuosi della capitale, l'economia libanese funziona con o senza un governo".
Infatti un governo non c'è. Ma le gru continuano a portare materiale da costruzione in cima ai nuovi grattacieli; e si spara a Tripoli, nella Bekaa e di notte in qualche quartiere periferico di Beirut (per i canoni libanesi non è ancora guerra). Come era accaduto durante la guerra civile dal 1975 al '90, la classe politica ha congelato la democrazia, sia pure settaria, che distingueva il Libano dal resto del Medio Oriente. Le elezioni parlamentari previste a giugno sono state rinviate di 18 mesi. Per ora. Sarebbe stato difficile fare una campagna elettorale in un Paese così pieno di armi e con la guerra siriana alle porte. Il premier incaricato Tammam Salam (nella spartizione costituzionale del potere il presidente del consiglio deve essere sunnita, quello del parlamento sciita, il capo dello Stato cristiano…) cercherà di formare un esecutivo di unità nazionale con tutte le 17 sette musulmane e cristiane del Paese.
La guerra è una giustificazione ammissibile per sospendere l'esercizio del voto. Ma c'è di più. Per com'è fatto e per sopravvivere, il Libano non può avere un vincitore: sul campo di battaglia o nelle urne. Tutte le volte che qualcuno ha tentato di prevalere, la guerra o il voto hanno prodotto più instabilità di prima. Ognuno in Libano deve avere la sua quota di vittoria.
"Sa che il 90% delle spie che entrano in Libano si presentano come giornalisti?", chiede Abu Ali senza per questo voler essere minaccioso. Come la città, Hezbollah controlla anche il suo aeroporto. Chiunque arriva è registrato negli archivi del movimento sciita e, eventualmente, in quelli degli apparati di sicurezza dello Stato. Il vero padrone di Beirut è Hezbollah. Forse è anche per questo che una nuova guerra civile sembra inevitabile.
"Non è cambiato nulla, è lo stesso clima di guerra che respiravamo nell'aprile del 1975. Ma allora era più semplice", è la versione degli avvenimenti di Abu Ali che c'era già, a combattere i falangisti cristiani. "Era una guerra ideologica, sinistra contro destra, c'era la questione palestinese. Noi stavamo a Ovest e i cristiani a Est. Oggi ci prepariamo a una guerra religiosa fra musulmani vecchia di 1.400 anni. Noi abbiamo in casa i sunniti e loro noi sciiti".
A Est, a circa 600 metri dall'ufficio di Bachoura c'è la via di Damasco, un tempo linea del fronte, ora intasata di veicoli. Poi incomincia Ashrafihe e la Beirut cristiana. Quella non è un problema. Con Michel, il suo equivalente delle Forze Libanesi maronite, gli ex falangisti, Abu Ali prende il caffè quasi tutti i giorni e scambia informazioni. "Quelli che mi preoccupano", conclude, "sono i salafiti sunniti, a 300 metri da qui, a Ovest". 

lunedì 3 giugno 2013

Israele, Assad controlla solo 40% Siria (2)

da www.ansa.it

Ministro Difesa, almeno 4 rioni Damasco sotto controllo ribelli

03 giugno, 12:31

Israele, Assad controlla solo 40% Siria (2) (ANSA) - GERUSALEMME, 3 GIU - ''Il presidente Bashar Assad controlla oggi solo il 40 per cento della Siria'': questa la valutazione espressa dal ministro israeliano della Difesa Moshe Yaalon di fronte alla Commissione parlamentare per gli affari esteri e la difesa. ''Almeno quattro rioni di Damasco sono sotto il controllo dei ribelli''. Yaalon ha aggiunto che i missili russi S300 - che inquietano Israele - non dovrebbero arrivare in Siria prima del 2014.

domenica 2 giugno 2013

L'onda d'urto della crisi siriana ha già attraversato il confine

da www.ilsole24ore.com


«È bene che tutti lo ricordino: noi siamo la forza determinante del Paese. Possiamo stabilizzare o destabilizzare il Libano», dice al nostro giornale sheikh Ali Daghmoushe, responsabile delle relazioni internazionali di Hezbollah e uno dei 12 membri della Shura, il politburo del movimento sciita libanese. «Il nostro intervento militare in Siria è una necessità strategica».
Dichiarandolo ormai apertamente, da settimane Hezbollah combatte in Siria accanto al regime di Bashar Assad. «Anche gli altri mandano da tempo armi e uomini a sostenere i terroristi: i salafiti, i jihadisti, i partiti sunniti libanesi - obbietta Daghmoushe -. L'unica differenza fra noi e loro è che noi abbiamo il coraggio di dirlo».
La partecipazione alla guerra di una milizia e un partito di governo libanese è la dimostrazione più evidente e drammatica di quanto si possa allargare il conflitto civile siriano: il primo delle Primavere arabe a non essere solo nazionale ma a covare le potenzialità di una conflagrazione fra sciiti e sunniti e di una grande guerra per una nuova geo-politica del Medio Oriente.
Non c'è conflitto delle dimensioni di quello siriano le cui onde d'urto possano essere contenute dentro frontiere nazionali. Anche i moti popolari in Turchia sono in qualche modo parte di quei tremori sismici: nati per difendere alcune decine di alberi contro una speculazione commerciale e diventati una rivolta al modello islamico di Erdogan, per quanto moderato sia il suo. Il conflitto siriano alle porte meridionali della Turchia mette ansia, spinge profughi a minacciare la crescita economica nazionale, porta terrorismo che ha già fatto diverse vittime. La stessa situazione in Giordania, dove si è rifugiato il numero più alto di profughi siriani: già più di un milione di persone che, presumibilmente, sono destinate a restare per qualche anno, stravolgendo la composizione demografica di intere regioni di un Paese con sei milioni e mezzo d'abitanti.
In Libano già si combatte a causa della Siria. Nella città di Tripoli ci sono stati più di trenta morti e centinaia di feriti negli scontri fra sunniti e alawiti, la setta sciita alla quale appartiene la famiglia di Bashar Assad. Non occorre molto perché la battaglia incominci anche a Beirut. Due notti fa, attorno alla città sportiva e ai campi profughi palestinesi di Chatila e Burj al-Barajneh ci sono stati scontri fra Hezbollah sciiti e salafiti. I palestinesi sono intervenuti in difesa dei secondi, sunniti come loro. Sono scenari da guerra civile anni Settanta e Ottanta.
Poi c'è Israele che vigila, cerca di restare fuori dal caos intervenendo - per ora - solo se necessario e solo in maniera selettiva. Ma già tre volte ha bombardato in territorio siriano convogli che probabilmente portavano armi di qualità siriane agli arsenali di Hezbollah. «Le armi strategiche per dissuadere Israele in ogni momento le abbiamo già», spiega sheikh Daghmoushe. La precisazione non è comunque rassicurante.
Solo una conferenza di pace sulla Siria potrebbe fermare la corsa alla guerra, dare una possibilità alla diplomazia. Il grande mercato di armi preannunciato in questi giorni sia a favore del regime che dei suoi oppositori, sembra la negazione di una Ginevra 2. In realtà non sono necessariamente cattivi segnali: i missili russi a Bashar Assad e armi migliori promesse da inglesi e francesi ai rivoltosi, servono per dare più forza alle parti in causa quando la diplomazia sta per intervenire nel gioco. Sugli S-300, i missili terra-aria russi, capaci di modificare equilibri strategici più importanti di quelli fra regime e ribelli, fa testo il silenzio israeliano. «A noi non risulta che siano partiti da Mosca», commentava Moshe Yaalon, il ministro della Difesa israeliano. «Se arriveranno, sapremo cosa fare». Solo se le armi arriveranno davvero, non ci sarà alcuna Ginevra 2.

LA DIPLOMAZIA
Una conferenza in bilico
Non c'è ancora una data per la conferenza di pace di Ginevra sulla Siria. «Il 5 giugno ci sarà una pre-riunione, probabilmente con l'Onu, la Lega Araba, John Kerry», ha detto ieri il ministro degli Esteri Emma Bonino
Il Guardian, citando fonti diplomatiche, spiega che è sempre più probabile uno slittamento da giugno a luglio o addirittura ad agosto. La vendita di armi russe al regime di Bashar Assad ha causato forti tensioni diplomatiche. Gli Usa vogliono che Assad se ne vada, il Regno Unito è per un sostegno più attivo ai ribelli
Il piano di pace Ginevra 2 ricalca il Ginevra 1 - fallito nel 2012 nonostante la mediazione di Kofi Annan - e prevede il cessate il fuoco a tempo indeterminato e la creazione a Damasco di un governo di transizione